BAD RELIGION: The empire strikes first

BAD RELIGION: The empire strikes first
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BAD RELIGION: The empire strikes first

Passano gli anni e con sé trend commerciali del momento, sussulti underground e stelle che si spengono nel giro di pochi anni.
Nonostante questo i Bad Religion restano sempre gli stessi.

Fedeli ai propri credo, a quell’attitudine spesso scomoda per molti, ma fottutamente veritiera per chi ha occhi per vedere e una testa sulle spalle. Passate e recenti generazione ancora oggi si ritrovano nelle loro canzoni, mai scontate seppur tecnicamente semplici, e capaci di aprire anni or sono, strade fino ad allora sconosciute a centinaia di band. Dopo questo breve sunto personale, passiamo a parlare di “The empire strikes first” lavoro che vede la luce a due anni di distanza dal precedente “The process of belief”.

Un disco che come qualcuno di voi saprà è nato in tempi velocissimi, non certo per politiche aziendali o di commercio, ma semplicemente per esprimere subito la rabbia e il forte dissenso che il sestetto riserba all’uomo più odiato al mondo, in arte George W. Bush e la sua politica imperialista.

Inutile negarlo, ciò che colpisce da sempre sono i loro testi, correnti di pensiero esterne che riassumono alla perfezione ciò che molti di noi pensano, il tutto nato dalle menti di persone ormai pienamente mature e capaci di trovare sempre modi mai scortesi e banali per esprimersi.

E mai come oggi i loro testi sono il fulcro di un lavoro sincero e marcatamente melodico come da tradizione, dove le tre chitarre sembrano ormai aver trovato il modo giusto per far coesistere stile e tecnica individuale. Un Brett Gurewitz ormai pienamente reintegrato, dà il via coi suoi rapidissimi passaggi a brani che colpiscono nel segno per energia e varietà.

La prima parte dell’album non lascia sopravvissuti, perle pregiate come “Sinister rouge”, “Social suicide” o la riflessiva “All there is”, sono tutte canzoni in grado di farsi amare da subito grazie a mix spietati di velocità e accattivanti cori di sottofondo. Alquanto particolare risulta essere “Los Angeles is burning” brano dai sapori old style e che richiama quella strada che da anni è la fedele compagna della band nel mondo, dove vengono messe in evidenza le doti del bravo Brooks Wackerman alla batteria. Arriviamo così alla parte centrale del lavoro dove un Greg Graffin rabbioso, sputa fuori tutto il suo disappunto sfoderando in tutto il disco una voce mai prima d’ora così versatile a qualunque soluzione gli venga proposta.

Soddisfacente anche il finale, dove cala leggermente la pressione per dare spazio a lati prettamente distesi. In conclusione non si può far altro che elogiare un lavoro di tali dimensioni, universale e capace di racchiudere in sé tutti quegli elementi indispensabili oggigiorno per farsi amare in ambito punk rock e non.

Tracklist:

01 Overture; 02 Sinister rouge; 03 Social suicide; 04 Atheist peace; 05 All there is; 06 Los Angeles is burning; 07 Let them eat war; 08 God’s love; 09 To another abyss; 10 The quickening; 11 The empire strikes first; 12 Beyond electric dreams; 13 Boot stamping on a human face forever; 14 Life again – the fall of man


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