CITIZEN FISH: Life Size

CITIZEN FISH: Life Size
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CITIZEN FISH: Life Size

Volevo svelarvi un segreto: i Citizen Fish sono americani! Loro vanno in giro dicendo di essere inglesi, e si atteggiano pure da europei, ma sottosotto il loro cuore è una bandiera a stelle e strisce. Come spiegare altrimenti che questi “inglesi” incidano per una delle etichette regine del punk made in USA, la Honest Don’s, e suonino così tremendamente americani? E come non notare quel gusto per il crossover che qui parte dal punk per arrivare al reggae senza i parossismi dei Limp Bizkit? Beh, sono americani!Resta il fatto, dopo tutte le considerazioni più o meno ironiche del caso, che ³Life Size², ultimo lavoro in studio e primo per la label d’oltreoceano, non è affatto un brutto lavoro, e che sicuramente meriterebbe maggior considerazione di quella che avrà. Infatti il gruppo si dimostra artefice diuna miscela omogenea di punk, ska e rock, giungendo però a risultati assolutamente personali, merito anche della caratteristica voce di Dick. La loro è una robusta miscela di generi apparentemente distanti tra loro che non porta, come al solito, ad una parodia degli stessi ma si rende interessante. Certo, a chi piacciono le chitarre onnipresenti, i 4/4 classici dell’HC melodico questo disco lo troveranno inconcludente e spesso noioso, ma se vi piace uscire dagli schemi una volta ogni tanto questo mi sembra il diversivo giusto.Tra i dodici brani, tutti mediamente buoni, distinguiamo la bella “PictureThis” e “Shrink the Distance”, brani dove l’ensemble inglese, ops americano!, riesce a dare il meglio di se. Attenzione particolare meriterebbero poi i testi, e qui forse i quattro tradiscono le loro origini nel vecchio continente, da sempre molto più attento alle parole dei cugini americani. Son sicuro che i Citizen Fish non raccoglieranno quel po’ di notorietà che meritano in pieno, e che non servirà questa recensione a cambiare le cose, ma d’altronde il destino delle band “oblique” è questo: venire snobbate quando sono in attività e venire scoperte quando, volenti onolenti, è troppo tardi. Peccato.


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