DANIEL MARCOCCIA

DANIEL MARCOCCIA
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Daniel Marcoccia, se non lo conoscete ancora allora vuol dire che non avete mai avuto tra le mani qualche sua creaturae sarebbe meglio che vi affrettiate a farlo.Lasceremo a lui la presentazione, a noi l’onere e l’onore di rivolgergli qualche domanda tra il piccante e l’amichevole…

Ma andiamo subito al dunque ed iniziamo con le presentazioni. Ciao Daniel, per chi ancora non ti conosce o ti conosce solo come “deus ex machina” di Rock Sound… Ci parli un po’ di te? Chi è Daniel Marcoccia?

 

Daniel: Daniel Marcoccia è un appassionato di musica che ha avuto la fortuna di fare un lavoro legato a questa sua passione. Detto questo, sono nato a Parigi dove ho vissuto fino all’età di tredici anni, prima di trasferirmi a Roma. I miei genitori sono di Frosinone mentre io mi considero un “romano che sta molto bene a Milano”. Ho lanciato Rock Sound nel 1998 (maggio), Groove (rivista di hip hop/R&B) nel 2003 e dall’inizio del 2006 sono il direttore anche di Rockstar, tra l’altro la prima rivista italiana di musica che ho comprato quando ero ancora un teenager.  

Hai una redazione ben fornita, personalmente amo Stefania De Lorenzi, che oltre ad essere una brava giornalista ha anche il giusto savoir faire che la rende davvero unica nel suo genere… Di maschietti hai Stefano Gilardino che resta sempre un conoscitore e “vecchia” gloria della scena… Come ti muovi nella scelta di chi scrive su Rock Sound e collegati? Come gestisci così tante personalità?

Daniel: Le persone che lavorano con me sono prima di tutto degli appassionati, con una buona conoscenza del rock e dei vari generi derivati. E ovviamente sanno anche scrivere. Poi ognuno ha delle preferenze, chi predilige il punk, chi il pop, chi il metal e via dicendo. Ci sono anche quelli che sanno tutto (o quasi) di tutto come Stefano, capace di parlarti con la stessa disinvoltura e conoscenza del punk come del rap o della new wave.

 

 Da un po’ di tempo la redazione si è arricchita dei contributi di due personaggi un po’ discussi nella scena indie italiana, parlo di Aiki e Giulio. Credo sia stata una bella apertura verso l’underground (riferito anche alle attuali pagine centrali dedicate a una scena parallela ma molto importante e certamente più DIY). Com’è avvenuta questa apertura e quali sono i suoi effetti?

 

Daniel: Volevamo coinvolgere ulteriormente persone che vivono quotidianamente il punk e la sua scena. È proprio questo lo spirito dell’inserto “Notes from the underground”. Quei due personaggi (perché lo sono davvero) hanno così portato le loro storie in quelle pagine, le loro esperienze e i loro scazzi. Tutto questo con ironia e pochi peli sulla lingua, cosa che infastidisce spesso alcuni lettori, magari quelli che stanno ancora a pensare a “chièpiùpunkdichi”!!! L’attitudine è quindi molto punk.

 

 In un mercato molto stretto a volte si fanno i conti con il pallottoliere per restare a galla, quali sono le difficoltà che trovi/trovate nel proseguire questo progetto e quali le soddisfazioni che vi danno la forza di continuare?

 

Daniel: Il problema principale dello Speciale Punk è la poca pubblicità. Sono in pochi ad investire. Eppure fare Punk ha un suo costo: devi pagare i collaboratori (già, noi li paghiamo), devi pagare la Siae per il sampler, la stampa, qualche foto… Eppure, se ci pensi, lo Speciale vende quanto Rock Sound e soprattutto ha un pubblico ben preciso. Chi produce abbigliamento, accessori e ovviamente dischi dovrebbe investire su questa rivista perché andrebbe così a centrare una cerchia di lettori ben definita. Mi viene da ridere quando ricevo lettere con lamentele per la presenza di pubblicità. Cretinate, pensate piuttosto alla qualità del giornale che avete tra le mani. Per quanto riguarda le etichette, soprattutto quelle piccole, spesso non hanno un budget da dedicare alla pubblicità. Però ti stressano per avere un brano sul sampler, veicolo promozionale non indifferente. Sembra divertente: praticamente la pubblicità gliela facciamo noi!!! Ci sono comunque alcune etichette che continuano ad investire sullo Speciale Punk perché hanno capito la validità del progetto.

 

 Come è nato il progetto SPECIALE PUNK?
Daniel: Il primo Speciale Punk è uscito nel 1999. Lo facevano quelli di Rock Sound Francia e mi sembrava una buona idea. Ritengo che lo sia ancora. Inizialmente riprendevamo molto materiale da quello francese, ora è interamente farina del nostro sacco.

 

Come mai non vi è venuto in mente uno Speciale Metal visto che la scena è certamente più ampia e più commercialmente predisposta? …Diciamo anche più evoluta che quella Punk…

Ci sono già abbastanza riviste metal in edicola. Perché aggiungere uno speciale dedicato a quel genere? E poi, inizialmente Rock Sound era identificata come una rivista dedicata prevalentemente al punk e al nu metal. Dal numero 100, ogni mese, abbiamo un inserto dedicato al metal.

 

 Lo Speciale Punk l’ho sempre definito la “Fanzine Patinata”. Da qualche anno ce ne sono anche delle altre e con intenti più underground. Cosa pensi quando vedi che qualcuno ci prova?

 

Daniel: Fanzine patinata? Dipende dai punti di vista. Fanzine non credo (se per fanzine intendi passione e competenza allora va bene, se invece si parla di integralismo a tutti i costi e inutili battaglie tra poveri, allora no, grazie – ndGila). Patinata sì se intendi una grafica curata. Francamente non vedo riviste più underground, o meglio non negli argomenti trattati. Magari lo sono come gestione. A me fa sempre piacere quando qualcuno fa una bella rivista. Ci stimola a fare meglio. In caso contrario, non mi interessa. 

 

Cosa credi che sia necessario affinché un progetto editoriale possa prendere piede… Al di là dei luoghi comuni, un semplice consiglio a chi si voglia lanciare in questo mondo mediatico fatto di carta stampata?

 

Daniel: Dipende dalle proprie ambizioni. Se si vogliono far soldi, meglio lasciar perdere. O hai un editore alle spalle, o ti fai una bella sudata (sono gentile ed educato). Il grosso problema é che si vendono pochi dischi e pochi giornali. E stranamente escono sempre tanti dischi e nelle edicole ci sono molte riviste musicali.

 

La discografia è in crisi, ormai si scarica tutto e il file sharing ha preso piede in un modo incredibile nonostante dicano che sia illegale… Quale è la ricetta di Daniel Marcoccia per migliorare questo aspetto e dove bisognerebbe lavorare per migliorare la situazione? (oltre a diminuire il prezzo e riduzione iva).

 

Daniel: Ridurre l’IVA sicuramente. Poi rivedere il prezzo di vendita dei CD, esageratamente elevato rispetto al costo effettivo di realizzazione. All’epoca dell’incontro con Romano Prodi, prima delle elezioni, avevo citato l’esempio francese relativo al primo mandato di Mitterand e del ministro della cultura Jack Lang (parliamo del 1981). Quest’ultimo aveva fatto molto per promuovere la musica rock francese e infatti, in quel periodo uscirono i vari Mano Negra e Négresses Vertes. A qualche mese di distanza, mi rendo conto che i nostri politici sono indietro anni luce dai colleghi francesi e soprattutto con le idee decisamente poco chiare (vedi quanto tempo si sta perdendo con l’ultima finanziaria).

 

Rimanendo su Internet, un altro mezzo di diffusione sono certamente i le fanzine online. Anche qui molte nascono e molte col tempo vanno nel dimenticatoio… Come credi abbia cambiato il mondo della informazione musicale la nascita delle Webzine? Da giornalista della carta stampata come credi che abbia migliorato il vostro lavoro e in cosa lo ha peggiorato?

 

Daniel: Internet ha facilitato il nostro lavoro e reso più celere la nostra interazione con le case discografiche (foto, bio, mp3…). Sono favorevole alle webzine, alcune delle quali davvero molto ben fatte. Il problema, prevedibile, è che Internet ha dato la possibilità a tanti cretini di esprimersi. Gente che cerca solo la polemica, soprattutto con gli artisti. Per fortuna questi sono sempre una minoranza.   – Anche tu vivi la scena musicale a 360° e vedi tutto quello che avviene, le evoluzioni e le involuzioni.

Quali sono i buchi neri che andrebbero colmati e quali quelli che cosmicamente parlando sono esplosi lasciando una scia di positività utile alla stessa scena?

 

Daniel: La scena musicale è fatta costantemente di cicli e ricicli che si susseguono. Non siete d’accordo? Nascono nuovi generi e movimenti che poi finiscono, lasciando dietro solo due o tre band, quelle migliori. Potrei dirti che ci vorrebbe una maggiore selezione prima di pubblicare il disco di qualcuno. Arrivano ogni mese troppi CD di gruppi degni di suonare al massimo nel pub sotto casa. È vero che la filosofia del punk è anche quella di permettere a tutti di suonare con pochi accordi… Però non esageriamo.

 

Il mondo del Punk Italiano di cosa necessità secondo te?

 

Daniel: Attitudine. Pochi ce l’hanno. Troppi gruppi, spesso mediocri, se la tirano dopo appena un CD e lanciano merda addosso agli altri. Alle spalle però, perché davanti siamo tutti amici…

 

Termina qui questa bella chiacchierata con Daniel, una precisazione di Devil che per “Fanzine Patinata” la intende nella piu’ alta accezione del termine.
Quindi come una fanzine, scritta da persone competenti, con attitudine, ma con la potenzialita’ di poter dare un prodotto curato graficamente come in un giornale patinato (dove finalmente foto e contenuti si riescono a vedere/leggere bene) .
(chi legge le fanzine sa che per la maggior parte son tutte fotocopiate e molte volte si fa anche fatica a leggerle per quanto sono scure!!)


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