EASTPAK ETNIKA ROCK FESTIVAL

EASTPAK ETNIKA ROCK FESTIVAL
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Solo una buona causa poteva convincere centinaia di ragazzi a farsi abbrustolire da un sole torrido con quaranta gradi in pieno pomeriggio…

Se la causa si chiama Eastpack etnika rock e più precisamente Strung Out, allora viene spontaneo pensare positivo,  convincersi che in fondo un po’ di tintarella non guasta e considerare il concerto come una ventata di buona musica nel caldo torrido della location nel cuore dell’Italia, inoltre  l’idea di un concerto punk a metà luglio non può che ben conciliarsi con la voglia di divertimento che l’estate porta con se.

Seconda edizione dell’Eastpack etnika rock a Ceccano, in un campo da baseball non semplicissimo da trovare, apertura cancelli fissata per le 15.00, ma alle 17.00 gruppi di fedelissimi spettatori erano ancora al parcheggio seduti sotto sporadiche ombre ad attendere di poter varcare l’ingresso. Mossa ottimale per evitare l’insolazione, ma deleteria per i gruppi in scaletta che hanno dovuto accelerare i tempi di cambio sul palco. Ad ogni modo i palchi sono due così da gestire meglio le  dodici   band.

A dare il benvenuto ci pensano i Back one out, livornesi che cercano di far conoscere il proprio sudato lavoro alla ricerca di nuovi arrangiamenti. Peccato che la gente distratta da stand e half-pipe e il sole ancora a picco non abbiano lasciato cogliere completamente canzoni quali Monsters o Little Alice.

La palla passa (siamo in un campo da baseball…) agli Out of Date, gruppo milanese della No Reason records che si fa notare per un sound più maturo e  tecnicamente  strutturato. I ragazzi sono perfettamente a proprio agio sul palco, e non sbagliano mossa proponendo una versione punkeggiata di Whenever Wherever di Shakira che fa guadagnare al gruppo il coro all’unisono nel ritornello con un effetto, oltre che sonoro, anche ottico notevole visto che non capita spesso di vedere crestoni e piercing a cantare e scatenarsi sulla note della cantante colombiana…

Quando il sole comincia a calare, l’atmosfera è gia calda e i Jet Market trovano terreno fertile e pubblico carico per i loro venti minuti di fuoco.

I Seed’n’feed come sempre non deludono, un filo appesantiti rispetto ad album come Here we are, sanno davvero come stare sul palco, l’esperienza si fa notare e la loro performance è letteralmente perfetta e coinvolgente.

Nemmeno il tempo di prender fiato che sull’altro palco attaccano i De Crew.

I milanesi sono i primi a portare in Ciociaria del buon hardcore: stacchi perfetti, cambi di tempo eseguiti con il metronomo, un’energia da paura e il batterista che potrebbe benissimo far da  testimonial per le pile Duracell, lasciano senza fiato.

A metà show, i Gaia Corporation, fanno avvicinare il loro pubblico alle ringhiere e coinvolgono gli amanti dello screamo con i loro arrangiamenti studiati e laccati. Solo un paio di anni fa i componenti erano smembrati in altri gruppi mentre ora paiono affermati e propositivi. La resa live è sicuramente buona, grazie soprattutto alla convinzione di Kikko, ma non convince in modo particolare la rivisitazione di Wonderwall degli Oasis, pecca che purtroppo il gruppo porterà con se, pur avendo sfornato una pitchblack orecchiabile e gagliarda.

I P.A.Y. fanno spettacolo: palloncini, colori, comparse vestite in stile Super Mario, citazioni varie come “Radio Varsavia”, cartelli e l’immancabile telo del barattolo dell’amore, trascinano il pubblico che canta tutto il tempo è evidente che io sono intelligente divertendosi alla grande.

I  Senza Benza zitti zitti si piazzano sul main stage e con il loro flower punk intrattengono gli animi ansiosi dei più che aspettano Derozer e Strung Out.

In fondo si sa: la semplicità vince sempre e loro, pur non sforzandosi troppo, riescono ad essere sempre piacevoli all’ascolto.

E’ finalmente il momento dei Bone Machine, che avevano già dato un assaggio durante il check assicurandosi la partecipazioni di tutti. Unico gruppo psychobilly, richiamano la curiosità di tutti, appoggiato al palco c’è perfino Jason degli Strung out che è chiaramente divertito e segue con approvazione i veloci pezzi. Il trio di Latina è sicuramente uno dei migliori gruppi della serata, sarà per l’originalità, per quell’alone di mistero dovuta alla maschera stile wrestling , o semplicemente per il fatto che i tre ragazzi sono davvero bravi.

IDerozer sono tra i più attesi della serata, dal pomeriggio si vedono in giro magliette e spillette del gruppo. La formazione con il nuovo batterista, che ricorda tanto Travis…, è in ottima forma, il bassista Mendez sembra quasi un ragazzino tanta è la grinta e la convinzione. Un velo di malinconia e tanti ricordi riemergono  con quelli che sono i pezzi che hanno segnato un po’ tutti noi, che possono dirsi la colonna sonora dell’adolescenza di tutti i punkers italiani. Con Spugne e Branca day è il delirio.

Un accenno alla partecipazione delle Sick Girl che si sono esibite in due spettacoli di burlesque, spogliandosi sotto gli occhi dei più increduli e dipingendosi di sfacciataggine e vacuità.

Figura becera quando hanno sputato pezzi di hot dog sul second stage durante l’esibizione dei To Kill, noti anche per il loro stile di vita vegan: fate vedere la figa ma nascondete il cervello, perché in quanto a rispetto proprio non ci siamo.

Del gruppo romano che dire? Ad ogni concerto la stessa convinzione e il medesimo coinvolgimento del pubblico: tanti cantavano con Josh il quale spesso è sceso dal palco per avvicinare il microfono alla folla e sentirne il contatto. Effettivamente questi festival stracolmi di gruppi non rispecchiano la stessa intimità che può dare un locale a cui la band romana è abituata, eppure riesce a crearsi un rapporto confidenziale che lascia apprezzare ulteriormente le tracce proposte a manetta.

 

Eccoci arrivati al clou della giornata, ma sia chiaro che tutti i gruppi fino ad ora esibiti non hanno assolutamente fatto da contorno, sia i grandi nomi che le band meno conosciute hanno riempito un pomeriggio di buona musica e di divertimento.

Il nome principale però, gli headliner Strung Out sono logicamente desiderati e attesi da tutti, compresi i componenti dei gruppi che si accalcano sotto il pubblico pronti per quest’interessante lezione di storia della musica.

Parole sinceramente ce ne sono poche perché la voce di Jason Cruz, le magie dei due chitarristi e nel complesso un sound unico, originale, perfetto e tecnicamente magistrale, parlano da sé.

L’atmosfera che si respira è quella delle grandi occasioni, l’intro di Calling che apre l’ultimo album, Blackhawks over Los Angeles, è quasi inquietante con quel gusto un po’ western un po’ esotico…e catapulta immediatamente nel vortice Strung out.

Principalmente la scaletta è tesa alla presentazione del nuovo capolavoro, ma  i pochi pezzi storici della band sono da brivido, come No voice of mine. Un’emozione particolare è suscitata da Exhumation of Virginia Madison, brano immortale e tra i più rappresentativi della band americana.


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