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Intervista a MARCO PHILOPAT

part 2

A Cura di Susanna Vigoni

 

I: ma questo centinaio di persone da dove arrivava?

M: Provenivano tutti dalla periferia praticamente…dal mio stesso ambiente sociale da cui provenivo io, quindi di degrado e di apatia…tutti, tranne qualche raro caso...ad esempio uno che racconto anche nel libro che si chiama Muscoletto…

I: Quello che aveva la villa in centro…

M: Si, che abitava in centro in una casa immensa ed era di una famiglia piena di soldi…

Tutti gli altri provenivano da Quarto Oggiaro o dal Gallaratese o da Baggio come me o da Lambrate e tutti ci trovavamo il martedì e poi il sabato e domenica facevamo i concerti.

I: Comunque per te l’impegno politico era molto forte…

M: beh si, sicuramente, per forza…è nato così praticamente, l’esperienza del Virus.

Il collettivo che ti dicevo organizzava si concerti però era una riunione per la programmazione culturale del Virus, che una riunione politica.

Noi organizzavamo concerti e manifestazioni…

I: Per esempio?

M: non so mi viene in mente quella contro la guerra, ad esempio la guerra organizzata dall’Inghilterra alla Falkland, e avevamo collegamenti internazionali con tutto il resto del punk e facevamo anche noi le nostre cose.

I: Tornando al discorso politico, voi vi autodefinivate punx anarchici…ma con il movimento anarchico c’erano rapporti?

M: si, sempre avuti, con tutte le componenti del movimento anarchico noi abbiamo avuto contatti fino ad arrivare ad organizzare insieme l’azione a Comiso nell’83, con l’ala degli anarchici insurrezionalisti.

Poi anche con quelli del Ponte della Ghisolfa, quelli se vuoi, più intellettuali, legati alla rivista anarchica…

Tutti gli ambienti anarchici con noi sono stati sempre molto aperti, molto, non abbiamo mai avuto problemi, gli ambienti, diciamo più marxisti, ci sono stati dei problemi, ci sono sempre stati dei problemi, più ortodossi mentre noi facevamo parte comunque di quell’ala controculturale che non è che era mai ben vista negli ambienti marxisti- ortodossi.

I: E oggi?

M: Diciamo che trovo ancora molta affinità con gli ambienti anarchici, si…

I: E dopo la chiusura del Virus cosa è successo?

M: Dopo la chiusura del Virus, avvenuta in quel modo assurdo, un sacco di noi ha avuto dei problemi di rinserimento perché lì avevamo …perché poi il passaggio successivo è stato quello che tutti gli attivisti del Virus hanno incominciato ad avere delle case dentro lì…

Era una specie di comunità punk e hippie, quindi uno scambio generazionale che non esisteva in tutto il resto della città, dentro a Correggio.

Perché con la questione della grande repressione avvenuta alla fine degli anni ’70 e lo spargimento dell’eroina praticamente erano due generazioni che non si comunicavano; mentre invece in Correggio riusciamo a comunicare.

Quindi dopo l’esperienza di Correggio non c’è stato più questo anello e molti di noi o sono ritornati nei giri conformisti, hanno fatto la famiglia e i figli, però la maggior parte è ritornata dentro un’altra volta nell’eroina.

I: Nel Virus in quanti punx abitavate?

M: Beh, il collettivo era formato da 100 persone, almeno 50 vivevano lì…più una cinquantina di ex- occupanti che erano più grandi di noi.

I: E di questi 50 quanti dopo la chiusura non si sono persi?

M: E pochi, pochi, siamo rimasti in due…tre, forse il più attivo sono io. Si, si in tre siamo rimasti.

Però diciamo che al Virus poi è partito comunque…negli ultimi periodi del Virus, anche per questo forse l’anno sgomberato, perché fu , non tanto una questione di proprietà che si voleva riprendere il luogo, ma il fatto che eravamo riusciti noi a creare una ricomposizione …ormai tutti i concerti nostri erano concerti dove veniva un sacco di gente.

Era l’unico posto aperto a Milano; in quel periodo lì era grande il ritorno al conformismo, gli yuppie che imperavano. Non c’erano ancora molti concerti in giro; i concerti costavano quarantamila lire, noi li facevamo pagare duemila lire allora.

Però venivano i gruppi dell’area punk più famosi, e quindi eravamo riusciti ad aggregare, non soltanto i punk; inizialmente eravamo chiusi chiusi, eravamo solo punk, poi pian pianino abbiamo cominciato ad aggregare ad esempio gli studenti universitari.

E con questi studenti universitari abbiamo iniziato a fare delle battaglie, delle lotte, tra cui quella famosa delle bande giovanili, che era un progetto del Comune di Milano, oramai in gestione del PSI, che avevano fatto un’indagine assolutamente irrisoria e ridicola.

E contro questo progetto ci siamo uniti noi con altri gruppi che erano attivi in quel periodo…

I: SI, infatti nel tuo libro parli di queste “creature simili”…

M: e infatti e proprio da quell’aggregazione lì verrà fuori praticamente il nucleo storico di qui, della Shake. Gomma, la Paola, Raf, Chicco, siamo qui ancora adesso tutti insieme, di quel passaggio lì siamo ancora tutti qua.

I: Tu personalmente, dopo la chiusura del Virus, dove sei andato?…visto che anche tu vivevi lì…

M: e’ successo un casino. Dopo praticamente lì c’erano cento persone da sistemare; prima siamo andati ospiti in altre case occupate. Poi per un periodo abbiamo ottenuto dal comune una casa popolare a ridosso della città, lontano, a Rogoredo, sono stati due anni che sono stati incasinatissimi.

I: QUI quanti eravate ancora?

M: Una cinquantina…venticinque punk e venticinque persone, le altre cinquanta avevano trovato casa da un’altra parte. E lì siamo stati 2- 3 anni che sono stati terribili perché chiaramente è stato il momento più duro di tutto quanto perché non si ritrovava più lo spirito di comunità che invece si trovava in una casa bella come quella di Correggio.

Però io nel frattempo avevo con queste persone che poi diventeranno Shake ed altri avevamo fondato un altro posto simile, in cui però non facevamo soltanto musica punk, ma anche musica industriale, performance e multimedialità dentro al Leoncavallo, che era un posto che ancora nessuno usava, e il posto si chiamava HelterSkelter e nasce dall’humus culturale che poi formerà la Shake, attraverso la rivista Decoder. Decoder è il momento in cui, quando esce il primo numero di Decoder esce anche il primo tentativo di creare una casa editrice.

I: Ma come mai proprio l’idea della casa editrice? Da che necessità nasce?

M: io, io, ritornando a me personalmente, ti ho detto, era dalla Casermetta che mi piaceva scrivere anche volantini, poi con il punk, io mi sono avvicinato non tanto per la musica, ma perché c’erano le punkzine, le riviste fotocopiate e io sono sempre stato una persona con in mente l’editoria, anche senza che nessuno me l’avesse insegnato avevo la passione.

E quindi poi all’HelterSkelter, che eravamo un gruppo, un’altra cinquantina di persone, una decina di persone avevano una passione per l’editoria come me, Gomma, Raf, Paola, Chicco e allora queste dieci persone si sono messe insieme, erano lì che facevano concerti e poi una parte di noi si è dedicata alla gestazione di questa rivista qui, Decoder che poi ha fatto quello che ha fatto, perché in qualche modo ha fatto parlare, ha creato tutto un movimento, un dibattito soprattutto sulla questione della contaminazione, della contaminazione tra i diversi soggetti e anche la contaminazione rispetto al rapporto tra uomo e macchina.

Perché i movimenti politici di sinistra prima demonizzavano in qualche modo l’uso della tecnologia, usavano bonghi e chitarre acustiche, mentre noi punk al Virus avevamo già un impianto e usavamo distorsori, chitarre elettriche, amplificatori, avevamo già un rapporto con la tecnologia molto disinvolto e Decoder nasce proprio anche per la contaminazione tra uomo e macchina, quindi usiamo i computer per impaginare, nell’87, quando ancora i computer non li usava nessuno. La Shake nasce così.

I: E oltre al lavoro qui in Shake sei impegnato in qualche altra attività in particolare?

M: Dopo l’esperienza di Rogoredo io mi trasferisco a vivere in Ticinese, come tutti quelli della Shake, in Ticinese- Romana e quindi sapevamo che mancava un posto anche per organizzare, non so, le presentazioni dei nostri libri, le prime presentazioni dei nostri libri e allora entriamo a far parte del nucleo fondativo storico di un nuovo centro sociale che è quello di via Conchetta 18, Cox 18.

E dall’88 in avanti facciamo attività, tuttora facciamo attività dentro il Conchetta noi…

I: E vivete anche lì? In casa occupate?

M: No, no , nessuno vive lì, nessuno in case occupate, a parte io che in questo momento non ho neanche la casa…lì non ci sono case, a parte all’inizio ma è stata soltanto una cosa marginale…No, lì è un centro sociale vero e proprio dove si fa attività politica e culturale.

I: E con gli altri due superstiti del Virus che rapporti hai? Vi vedete?

M: Una è Cristina che lavora in un altro centro sociale, in zona Isola, un’altra zona di Milano, l’altro, Fabio, fa piercing.

I: E altri? Non li hai più sentiti? Non so, mi viene in mente Adriano, quello del servizio militare…

M: Adriano fa, ha fatto il giramondo per un periodo, e poi si è stufato anche di fare il giramondo e si è messo, è ritornato nei giri punk di quelli giovani per un po’, poi adesso invece, non so, ha avuto dei problemi grossi e non l’ho più visto, ha avuto dei problemi grossi in famiglia, non lo so, non ho capito. Non si è riuscito troppo a inserire bene, non fa più niente. Ha avuto questo momento che ha girato tutto il mondo in bicicletta, lui girava…in Messico, in Sudamerica.

I: E altri?

M: Dopo che uscito il mio libro tantissime persone mi sono venute qui a congratularsi, tanti mi hanno lasciato il loro archivio e adesso qui infatti abbiamo un archivio enorme che ho dovuto fare una mostra, appunto, perché tutti quelli che mi portavano tutta la loro roba cosa ne avrei fatto…e allora ho fatto la mostra mettendo dentro tutto quanto, almeno l’ho resa pubblica, ho assunto un po’ questo ruolo di guidatore di quel periodo lì…visto che in tanti sono venuti a darmi la propria solidarietà e addirittura il proprio archivio di volantini, immagini, fotografie, immagini, tutto quanto e abbiamo fatto questa mostra perché mi sembrava doveroso farla.

Comunque quella dei punk è stata un’esperienza devastante, molto devastante, è stata un’esperienza dura perché era un periodo molto duro, non c’erano spazi come ce ne sono adesso. Dall’85 in poi tutta la gente che si affaccerà ai movimenti invece, sarà altro e infatti nessuno di loro ha mollato da allora in avanti.

E quindi di quel periodo lì è rimasto ben poco, dall’77 all’84, perché c’è stato un grosso cambiamento di paradigma proprio primitivo: una volta c’erano le fabbriche e i figli dei proletari o figli dei non ricchi insomma il destino era un po’ quello di andare a fare, di entrare dentro nella fabbrica. L’Alfa Romeo aveva 22.000 operai, nel giro di cinque anni si passa a 4.000 e adesso l’hanno chiusa addirittura l’Alfa Romeo di Arese.

E quindi c’era questa visione proprio con assenza di futuro, infatti uno degli slogan più grossi è “No Future” e dal “No Future”, poi, sai è facile anche entrare dentro a dei deliri allucinanti psicologici che è quello che poi ci ha colpito tanto.

In pochi sono riusciti a cambiare da “NO future” al tentativo di essere trasversali, quindi di avere la possibilità di guardare il futuro un po’ più in maniera tranquilla anche se comunque, anche le generazioni che vengono dopo sono lo stesso incasinate perché comunque, un conto è entrare dentro nelle fabbriche dove c’è una solidarietà operai e quindi c’era anche una passione per il lavoro che si faceva, adesso con il mondo del lavoro così frammentato, così precario, uno si deve inventare tre o quattro lavori alla volta, perché se magari ti licenziano, che fai? Che ne so se fai lo spazzino ti devi inventare a fare l’inserimento dei dati in un computer e poi dopo, finito quello devi andare a fare, che cazzo ne so, il muratore.

Il futuro è assai precario , ma allora non era solo precario, era proprio assenza totale. Questo ha portato a un’ecatombe proprio di quella generazione lì.

Poi c’è stato l’AIDS anche, che ha contribuito a questa ecatombe…

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