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Intervista a MARCO PHILOPAT

part 3

A Cura di Susanna Vigoni

 

I: Infatti nel tuo libri dici che molti punx di allora sono poi morti di AIDS…

M: si, si, si…tanti. L’AIDS nel periodo in cui narro di “Costretti a sanguinare”, non era ancora conclamata, non era stato ancora scoperto cos’era questa malattia che colpiva i gay , in realtà colpiva tanto i tossici, non tanto i gay…perché con il passaggio di sangue la siringa era proprio…

I: E qui in Shake cosa fate?

M: Beh adesso usciamo con un libro al mese quasi, abbiamo 120 titoli in catalogo. Siamo ancora un gruppo che arriva da quel periodo lì, quindi già questo è un miracolo, praticamente…adesso poi siamo in un periodo di trasformazione che non sappiamo bene che cosa sta succedendo in un mondo così frammentato e quindi abbiamo delle collane che portiamo avanti…

E poi con lo sviluppo delle nuove tecnologie si è venuto a creare un ambiente parecchio complesso sul mercato editoriale.

I libri, una volta si leggevano poco, adesso con l’avvento delle nuove tecnologie si leggono ancora di meno, perché uno è impegnato in una sorta di rincorsa all’informazione senza mai approfondire.

Questo ha portato ad un ritorno alla analfabetizzazione, perché non si approfondisce niente perché si vedono tutte le immagini al computer, oppure dei testi brevi leggi solo i testi brevi, se c’è solo una schermata intera non ti viene voglia di leggerla, mentre invece per leggere un libro devi applicarti, devi approfondire e questa è una cosa che manca e chiaramente questo ha contribuito a far vendere meno copie sia dei nostri libri, ma anche di tutto il mercato editoriale.

Questo è un momento di trasformazione grosso a cui in qualche modo bisogna rendere conto.

I: Ma i libri che voi pubblicate di che genere sono principalmente?

M: Noi abbiamo diverse collane , in particolare quella che più si avvicina al movimento punk è quella in cui è uscito “Costretti a sanguinare” che era la collana cosi detta Underground, che è una collana che analizza dal punto di vista storico tutte le controculture dal dopo guerra in avanti e quindi gli S. Angels, gli hippy, i punk, il movimento degli anni ’70, adesso i traveller e i raver, adesso i movimenti ecologisti, fino ad arrivare al popolo di Seattle.

Analizza tutti questi movimenti sia da un punto di vista sociologico però in maniera molto semplice, ma soprattutto da un punto di vista del raccontarsi; quindi tutti i libri di quella collana sono persone che raccontano in prima persona che cosa è stato per loro questo movimento a cui hanno partecipato.

Fino ad arrivare ad esempio al Libro sui traveller e raver che addirittura sono 25 persone che parlano delle loro esperienze, il racconto orale classico.

Questa è la collana che più si avvicina e che curo io, è la collana che si avvicina a quel modo di pensare di allora.

Poi ci sono altre diverse collane, ad esempio quella più filosofica che deriva da questo grosso pensatore che si chiama Kim May che ha scritto diversi libri, che è stato uno dei nostri, dal punto di vista teorico una delle persone in cui più abbiamo creduto e infatti non a caso, è stato un libro che ha creato parecchio dibattito, a tutti i livelli proprio…

Poi ci sono altre collane: la collana Research che è la collana dove parliamo, sono dei libri monografici su personalità della letteratura o politiche o legate comunque all’ambiente culturale, che in qualche modo più rappresentato e hanno contribuito all’immaginario di tutti noi: Burrough, Ballad, Kronenburg, le donne artiste e poetesse americane di un certo livello, un gruppo newiorkese, un gruppo di Berlino.

Questa è un’altra collana che noi portiamo avanti.

Poi la collana più importante e quella più significativa ed è la collana con cui siamo nati è legata alla questione, come dicevo prima, della tematica con cui è nata Decoder e quindi il rapporto con le tecnologie e la nuova socializzazione del sapere attraverso le nuove tecnologie e quindi anche tutto l’ambiente che in termini letterari si chiama Cyberpunk e quindi anche la fantascienza, la fiction raccontata a sfondo sociale e il primo fu Gibson, no…E questa è la grossa collana nostra che è una collana che ci permette anche di vendere parecchie copie e quindi di stare a galla.

I: Ma voi distribuite su tutto il territorio?

M: Si, in tutte le librerie, una normale distribuzione.

Che altra collane abbiamo? Ne abbiamo sei; abbiamo una collana su la cultura afro americana “Black prometeus” che è una cultura che durante 86- 89 ha cominciato a diventare una cultura che si è inglobata parecchio nel giro dei movimenti, soprattutto il nostro, con l’avvento del Rap e allora abbiamo cominciato questa collana qui che piano piano si è sviluppata anche con l’aiuto di alcuni docenti universitari, soprattutto Cartosio, Voltelli e un altro…

Quindi l’abbiamo portata avanti così questa.

Poi c’è un'altra collana prettamente universitaria che si chiama Universale che è quella scritta da docenti che ci aiutano e poi, cosa c’è? Poi c’è un'altra collana, Corpi radicali, che è una collana di sperimentazione letteraria, sul genere di Burroughs, soprattutto questa scrittrice americana morta da poco che si chiama Katy Hacker che lavora molto sulla versione del kata- art, una visione anche filosofica delle modificazioni del concetto di corpo nella letteratura, anche la sessualità diversa, con l’avvento delle nuove tecnologie il rapporto tra l’io reale e l’io virtuale e questa è una collana di sperimentazione letteraria.

I: Parlando invece della musica, per i punk la musica , come dici anche nel tuo libro, è fondamentale; ma oggi che ruolo e che importanza ha?

M: Io ho sempre pensato che la musica dopo i trent’anni sia una cosa un po’ secondaria in qualche modo…ho sempre pensato più o meno così…e quindi ancora adesso lo penso.

L’unica cosa per me è che io odio il rock, io odio il rock, non lo sopporto perché è dal tempo del punk che è un cadavere ambulante che ancora ci portiamo dietro, quello proprio non lo sopporto.

Mi piace la contaminazione, questa cosa qui della contaminazione tra uomo e macchina, tutta la questione legata al rapporto con la diversità, mi piacciono tantissimo le musiche etniche o comunque di contaminazione tra occidente e oriente, tra Africa e occidente, questa qui è una cosa che mi piace ascoltare e credo che ci sia anche una sorta di significato sociale e politico del periodo in cui viviamo.

Ad esempio Manu Chao, anche se a me non piace, però secondo me lui rappresenta anche se da un punto di vista commerciale e popolare, un buon esempio di come secondo me la musica possa avere un suo ruolo, quello della contaminazione, cioè della accettazione delle differenze, anche attraverso una possibilità di un minestrone musicale, come fa Manu Chao, ma certo non è il solo che lo fa. Ci sono altri artisti che da anni fanno questo lavoro qui e non sono così commerciali come lui, uno su tutti Laswell, che viene non a caso dagli ambienti punk dei primi anni ’80, Ian Wobor è un altro che suonava addirittura nei Public Image…

E comunque il punk in realtà, da un punto di vista musicale non è nient’altro che…il punk , la vera musica punk, i Clash, per dire, i Sex Pistols no, sono già diversi, ma i Clash nascono nel quartiere ad alta contaminazione culturale che Brigstone, e infatti fanno anche musica reggae e si dice che il punk arrivi, si dice…i sociologi e gli studiosi di musica punk, ad esempio Dick Hebdige ha fatto questo stupendo libro…

I: Si, l’ho letto, molto bello…

M: …e sostiene che il punk è la fusione tra il glam rock, quello di David Bowie, per intenderci o degli MC5 oppure anche gli Stooges, con la musica reggae Lindolm Quesy Johnson, per esempio…e questo lo sostengono studiosi che hanno studiato molto più di me le questioni legate agli sviluppi musicali.

Tanti punk in giro per il mondo che ancora adesso ho a che fare e sono rimasti musicisti, fanno queste contaminazioni…

Anche oggi la musica per me rimane importante per questa fusione…

I: E i vari gruppi o gruppetti di oggi che si dichiarano punk come li consideri?

M: Questa domanda me l’hanno fatta tutti ed è una domanda del cazzo secondo me, scusa ma…

Cioè, come dire, la musica punk aveva un senso, anche quell’aggressività, quella riottosità, quella grinta, perché era veramente uno dei pochi strumenti per esprimere te stesso, soprattutto nelle generazioni più giovani.

La musica riamane sempre questo, una ottima occasione per riuscire ad esprimere te stesso, non c’è dubbio…però l’ambiente è cambiato adesso, anche se in qualche modo sembra quasi peggio adesso però allora veramente…tu adesso quanti anni hai?

I: Venticinque.

M: A venticinque anni io facevo fatica a parlare con uno di trenta o quarant’anni, tu sei qui a parlare con me che ne ho quaranta, capisci…

C’è stato veramente un gap generazionale grosso, quello tra gli anni ’70 e gli anni ’80 e per forza allora i punk venivano fuori con quella rabbia e quella grinta…

Adesso non è così io ho quarant’anni eppure vengono le ragazzine fans anche di 17 anni a parlare con me.

L’unica persona che era così con noi ma è stata unica, che infatti per noi è stato un maestro, è stato Primo, Primo Moroni ed era l’unico che ci accoglieva, gli altri ci prendevano per sfigati, se andava bene…

Perché loro venivano dagli anni ’70…

Quindi, ritornando al discorso musicale adesso mi sembra di intravedere…cioè se io vedo un gruppo di persone che fanno musica preferisco vedere, non so, tipo i Sensasciu, anche i Modena City Ramblers, me li vedo di più loro inseriti in una realtà che si muove. I gruppi punk, sinceramente vedere ancora adesso i ragazzini con la maglietta dei Wretched, di un gruppo che è resistito un anno e mezzo, che ha fatto quello che ha fatto, ma comunque c’erano 50 persone sotto al palco e 15 anni fa, mi viene un po’ da ridere…perché se io vedevo allora, quando ascoltavo i Wretched, quando erano miei amici, vedevo uno che metteva la maglietta dei Pink Floyd mi faceva ridere, dicevo “vecchio!”

E non so come fanno questi ragazzini di 17 o 18 anni a mettere la maglietta die Wretched tuttora, non so.

Il punk secondo me è stata un’esplosione, un momento di rottura, adesso mettere la maglietta dei Wretched la vedo anche come una cosa, in qualche modo conservatrice.

A me spiace dire così al ragazzino e infatti non lo dico mai…per fortuna tu non è che ti metti le magliette dei Wretched…però se uno mi fa una domanda non sono capace di stare zitto io, non sono un diplomatico, altrimenti avrei fatto qualcos’altro nella mia vita.

Spero che questa domanda non me la faccia più nessuno, ma purtroppo sono costretto.

Questo però non vuol dire che loro facciamo quella musica, tipo i Punkreas, perché adesso va di moda e allora lo fanno solo per soldi, non dico questo però dico “siete fuori tempo…massimo!”.

Tutta un'altra cosa ad esempio i ragazzini che fanno le punkzine, quello a me piace: vengono qui dei ragazzini che si mettono lì e fanno la loro rivista fotocopiata che magari ha anche la grafica di allora che però inizia anche.. .perché la scrittura non tramonta mai, la scrittura è una cosa, secondo me, magica in qualche modo.

Se ti esprimi attraverso la musica e parli per forza della modernità, perché per fare una rivista devi parlare per forza della modernità e quando ci sono le riviste che parlano soltanto di musica allora mi fanno cagare, però se c’è una punkzine che comincia a parlare della situazione sociale e politica mi va bene.

I: Ad esempio ?

M: Adesso è venuto qui un tipo di Verona, ultimamente che ha fatto questa rivista che parlava di Verona, la città più razzista, i suoi pensieri, scritti anche nella maniera punk, con la grafica punk però erano attuali quei pensieri, non tramonta mai la scrittura, capisci…

La musica è un casino, è un casino questa cosa qui della musica, è troppo effimera in qualche modo.

Infatti non a caso questo ragazzino qui di Verona mi sembrava un tipo abbastanza intelligente che diceva ”A me la musica punk piace ancora, ma è un mio strippo personale”, come d’altronde a me piace De Andrè, anche John Coltreine. È una mia passione John Coltreine, capisci, però non è che se mi metto a fare musica faccio musica come lui, tu devi fare musica che abbia un qualche significato con il sociale.

La scrittura no perché tu puoi scrivere quel cazzo che vuoi, non è quello…

I: Ma allora di punkzine ce ne sono ancora anche in Italia?

M: Si, ce ne sono ancora e io sono molto contento che ci siano, quello di brutto…

E poi è chiaro che comunque i concerti sono momenti di aggregazione forte e poi soprattutto ti aiutano nei percorsi di autodeterminazione della tua identità, questo non c’è dubbio ed è un bene che ci sia ancora un ambiente così però la musica deve un po’ cambiare.

Ad esempio quando c’era la musica tecno, nella musica tecno, quella che andava fino a tre o quattro anni fa poi adesso è decaduta però io vedevo proprio il filone di continuità con il punk, lo vedevo perché ad esempio erano DJ che non gliene fregava un cazzo del nome, come noi punk salivamo perché avevamo voglia di fare musica; i dj tecno salivano, facevano musica assurda e non gliene fregava un cazzo di dire “sono io che suono”.

Poi si è commercializzato, come del resto ha fatto il punk.

Però c’è stato un movimento durato per 3 o 4 anni anche nei rave era bellissimo; la musica era totalmente diversa da quella del punk, anche se aveva un suo martellamento, una sua velocità che era molto vicina alla realtà circostante.

Attualmente non ne vedo di movimenti contro culturali a base musicale così forti.

Dopo il punk c’è stato il rap e il rap è un’altra cosa che era così…adesso attualmente è un momento di stasi dal punto di vista musicale, se non quello della contaminazione interetnica che quello però è un filone che secondo me difficilmente decadrà, soprattutto perché ormai gli immigrati sono tanti.

In Francia sono molto più avanti di noi, non a caso…il fenomeno è molto più spesso che da noi.   
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