LAG WAGON

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In esclusiva per Punkadeka, un inedito Joey Cape ci racconta a cuore aperto dell’ultima fatica dei Lagwagon, “Resolve”, album ispirato alla tragedia del batterista Derrick Plourde, morto suicida il 30 marzo scorso.

Joey, sei di ritorno dal primo tour dopo l’uscita di “Resolve”. Come è stato suonare i nuovi pezzi per la prima volta dal vivo? Come ha reagito il vostro pubblico?

 

Suonarli è stato fantastico, ho davvero avuto la sensazione che i nuovi pezzi siano piaciuti molto. Sai, quando fai un nuovo disco ci vuole sempre un pò di tempo perchè la gente impari le canzoni, quindi nel momento in cui le suoni dal vivo vengono ascoltate con un orecchio diverso rispetto alle altre. Ma senza dubbio i pezzi di questo disco sembrano i migliori da suonare dal vivo che abbiamo scritto negli ultimi tempi. Ci è capitato in passato di dover lavorare ad alcuni pezzi per farli funzionare meglio in versione live, ma per questo disco i pezzi li abbiamo suonati e registrati “live” fin dall’inizio.

 

L’intero lavoro è stato ispirato dalla tragica morte di Derrick Plourde, ex batterista del Lag Wagon, batterista dei Bad Astronaut e di numerose altre band, nonchè tuo grande amico. Come hai trovato la forza di scrivere canzoni su un argomento così personale?

 

E’ facile quando ci si sente in quel modo. Voglio dire, ho scritto canzoni sulla mia vita per anni, e questa è stata in assoluto la volta in cui scrivere è stato più naturale e spontaneo. Credimi, è stata quasi una terapia per me, scrivere mi ha aiutato a superare questo momento drammatico. Da sempre sento il bisogno di condividere con gli altri i miei sentimenti più intimi attraverso la musica. Ma mai come questa volta ho sentito di doverlo fare, era veramente importante per  me.

 

Parliamo ora della gestazione del disco. Come è andata?

 

Non appena ho saputo di Derrick ho iniziato a scrivere, immediatamente, come reazione. Senza pensare a cosa sarebbe diventato, se un disco dei Lagwagon o cos’altro. Dopo una settimana avevo già scritto un intero album. Passare attraverso un momento così è un pò come le montagne russe, tra alti e bassi vivi emozioni contrastanti: tristezza, speranza, ricordi dei momenti che hai condiviso con quella persona, a volte rabbia, per il desiderio di aver potuto fare qualcosa per salvarlo. Poi è stato Dave, il nostro batterista a dirmi “vieni a stare da me per qualche giorno, lavoriamo ai pezzi che hai scritto”. Siamo rimasti da soli per un paio di settimane a lavorare sulle songs, dopodichè le abbiamo portate alla band. Ovviamente, anche gli altri del gruppo erano fortemente coinvolti, quindi credo sia stato uno dei dischi più sentiti della nostra carriera. E quando è così, le cose avvengono rapidamente, perchè tutto è più facile. I dischi più difficili da fare sono quelli in cui ti senti meno ispirato, e devi lavorare molto sulle canzoni, ma in questo caso è stato un processo completamente naturale portare in musica le emozioni che sentivamo. Tutti l’abbiamo presa come una missione, fare un disco che suonasse come una sorta di tributo a questo nostro grande amico.

 

Come vi siete accorti che la direzione musicale più appropriata per “Resolve” era quella di un album molto più “dark” rispetto a quelli della vostra discografia precedente?

 

Abbiamo sentito da subito che non c’era altro modo di fare questo disco. Fare un disco con un sound più spensierato, più leggero, sarebbe stato sbagliato. Fare dischi è una questione di onestà, verso gli altri e verso te stesso, e questa è stata senza dubbio la direzione più giusta secondo quello che sentivamo. Sono felice di aver fatto questa scelta e sono molto orgoglioso di questo nuovo lavoro.

 

Il tuo songwriting è una delle caratteristiche più amate dai fans dei Lagwagon, ti va di parlare di qualche nuova canzone? Heartbreaking Music, per esempio, è un brano che descrive il modo in cui noi usiamo la musica, sia dal punto di vista di chi ascolta che dal punto di vista di chi scrive, è giusta questa interpretazione?

 

Si, volevo focalizzare l’attenzione non esclusivamente sulla “musica che spezza il cuore” ma sul processo di spezzare ed aprire il proprio cuore per creare musica, dal punto di vista del songwriter. Tutti i pezzi che ho suonato assieme a Derrick con i Lagwagon e i Bad Astronaut erano “heartbreaking music”, proprio perchè lui aveva così tanti problemi e li esprimeva in musica. Se la musica viene fatta con il cuore aperto, allora per chi ascolta diventa una musica che fa aprire il cuore. Quando è così, tutto il processo di creare e ascoltare musica ha più senso.

 

In alcune parti di questo testo si legge quasi l’ombra di qualche rimpianto, come se avessi ancora qualcosa da dire a Derrick.

 

Si, credo di averglielo detto un milione di volte, di quanto ci tenevo a lui, di quanto bene gli volessi, di quanto lo considerassi una persona ed un musicista eccezionale. Ma quando si perde una persona così importante non puoi sopportare il fatto di non poter più dire quelle cose, di non poter più fare niente. E qui iniziano i rimpianti: Avrei potuto fargli capire ancora di più quanto gli ero vicino? Avrei potuto fare qualcosa per convincerlo a non suicidarsi? Non lo so, ma certe volte non conta quanto duro ci provi: se una persona non vuole salvare se stessa, non c’è nessuno che possa fare niente.

 

La canzone “The worst” invece era stata originariamente scritta come un pezzo dei Bad Astronaut, giusto? Come mai avete deciso di inserirla nella tracklist di “Resolve”?

 

Si, infatti l’avevo già registrata con Derrick, per l’ultimo disco dei Bad Astronaut. Tutte le parti di batteria sono complete, ma io ancora non me la sento di finirlo. Voglio che venga fuori il meglio possibile, e sto aspettando il momento in cui sarò veramente pronto, perchè sarà un’esperienza molto forte. Sarà dura riascoltare e ricordare tutto quello che abbiamo fatto durante le registrazioni. Tra l’altro io e Derrick collaboravamo anche nella stesura dei pezzi, difatti una parte di chitarra di questo brano è stata scritta proprio da lui, e anche nel testo mi ero ispirato alla sua vita. Quindi, non appena l’ho fatto sentire a Dave non abbiamo avuto dubbi che fosse un pezzo perfetto per questo disco.

 

Sopravviveranno i Bad Astronaut alla morte di Derrick?

 

No. Non per me. Non mi piace dire “mai”, perchè nella vita non si sa cosa può succedere, ma i Bad Astronaut sono qualcosa di strettamente legato a me e lui. Era “la nostra creatura”, un’idea nata per continuare a suonare insieme. Non riesco ad immaginarli senza Derrick, non avrebbe senso senza di lui. Abbiamo fatto grandi cose assieme, e mi sento molto fortunato ad aver condiviso con lui quei momenti, ma per quanto mi riguarda i Bad Astronaut finiranno dopo quest’ultimo disco.

 

“Creepy” è un pezzo che parla della sensazione di non avere niente e nessuno al mondo, credi che questa possa essere stata una delle ragioni che hanno portato Derrick a togliersi la vita?

 

E’ la mia impressione della situazione psicologica in cui Derrick si trovava. Non è necessariamente vero che fosse così, è piuttosto come io l’ho sentita. Nessuno può sapere veramente quello che provava, tranne lui stesso. Ma come persona che ha passato molto tempo con lui negli ultimi anni, ho avuto la sensazione che avesse perso le speranza. Mi sembrava che non fosse riuscito a prendere quella confidenza con la vita che tutte le altre persone intorno a lui avevano. Come avrei reagito io nella sua situazione? Come mi sarei comportato se avessi sentito di non avere più nessuno al mondo ? Mi pongo queste domande molto spesso quando penso a lui, e da questo è nato il bisogno di farne un pezzo.

 

L’unico brano del disco che lascia aperto uno spiraglio alla speranza e alla vita è proprio quello conclusivo, “Days of new”. Come è nata la decisione di concludere il disco con questa stupenda song?

 

E’ andata così, avevo già scritto tutti i pezzi, e quando li ho fatti ascoltare a Dave lui mi ha aiutato moltissimo, il suo contributo è stato veramente fantastico. Sai, la mia situazione psicologica era disastrosa, mentre lui ha mantenuto una grande lucidità e mi ha aiutato nelle scelte più importanti. E’ stata proprio una sua idea quella di utilizzare “Days of new” come ultimo pezzo, e la trovo una scelta azzeccata. Sai, è un pò come la vita, passi attraverso tutte queste emozioni, questi alti e bassi, ma il vero sentimento a cui sai di poterti sempre appigliare, alla fine, è la speranza. Senti il bisogno di stringerti alle cose più belle, ai momenti che hai vissuto, a tutto quello che hai ricevuto da quella persona. Derrick mi ha fatto conoscere mia moglie, e oggi abbiamo una stupenda bambina. Se non fosse stato per lui, non avrei mai avuto tutto questo. Dovevo scrivere una canzone per ringraziarlo di quello che mi ha dato. Certo, non puoi fare a meno di dire “è stata una tragedia” , ma attraverso il dolore riesci ad accorgerti di quanto sei stato fortunato a conoscere una persona così speciale.

 

Cosa ricorderai per sempre di Derrick?

 

I piccoli momenti, tutte le volte che mi ha fatto ridere, era uno dei ragazzi più divertenti che abbia mai conosciuto. Ma ricorderò per sempre anche i momenti più duri, più profondi, sai, molte persone erano letteralmente spaventate da lui. Riusciva a vedere le cose con molta leggerezza, ma anche con estremo dolore, e molte persone non hanno il coraggio di vedere queste cose. A conoscerlo avevi l’impressione di avere a che fare con una persona “avanti”, in tutti i sensi.

 

Le fotografie del booklet di “Resolve” sembrano avere un tema comune, molto legato al concetto di “on the road”. Come mai?

 

Noi abbiamo un amico, si chiama Winni Wintermeyer, viaggia molto ed è un ottimo fotografo, e mentre registravamo il disco pensavamo a quale sarebbe stato il titolo e quale il tema principale, e pensammo che queste foto potessero rappresentare al meglio la varietà di tutte le situazioni attraverso cui si passa durante la vita. E alla fine

è quasi un obbligo giungere ad una risoluzione, una conclusione, appunto, “Resolve”.

 

L’unica foto che un pò si discosta da questo tema è la foto delle mani di un bambino, che è anche l’immagine impressa sul CD. E’ concettualmente legato a quello che ci dicevi prima, ovvero alla “speranza” a cui ci appoggiamo alla fine di tutto?

 

Si, in un certo senso si. Quelle sono le mani di mia figlia, e concludono un pò tutto il filo del discorso tra i pezzi del disco e le foto. La cosa più importante è che ognuno possa trarne delle proprie conclusioni, non volevo che la grafica del disco fosse necessariamente legata ad immagini di Derrick.

 

A gennaio tornerete in Italia con i Lagwagon, che concerto dobbiamo aspettarci?

 

In queste prime date del tour negli USA abbiamo suonato tutti vestiti di nero, eseguendo quasi solo i brani del disco nuovo in un set molto dark, perchè era così che lo volevamo e così che lo sentivamo. Un pò alla volta, pezzi come Mister Coffee, Violins, Razorburn sono tornati nella scaletta, perchè sentivamo il bisogno di tornare a suonare dal vivo queste songs. Per questo il tour europeo sarà un mix, suoneremo molti pezzi nuovi, ma anche moltissimo materiale dei vecchi dischi.

 

Ok Joey, è il momento dei saluti. Cosa vuoi dire al pubblico italiano?

 

Vi amiamo, ragazzi! Ci vediamo a gennaio!


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