MINNIE’S

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E’ da poco uscito il loro nuovo il loro nuovo cd/ep edito dall’Italiana NoReason records e in Germania dalla AntStreet Records, cogliamo l’occasione per fare due chiacchiere con la band milanese.

 

E’ uscito il vostro nuovo EP. Presentatelo ai lettori di Punkadeka.it

L’ EP si chiama “Il Pane e le Rose” ed è appena uscito per NoReason Records in Italia e AntStreet in Germania. Raccoglie 5 brani, più la traccia video di “We don’t want you to dance”, filmata durante il nostro concerto acustico tenuto a Malamanera (uno squat di Milano) poco prima del suo sgombero lo scorso luglio…

 

Cosa vi ha spinto a fare un EP con pochi pezzi, tra l’altro già editi…

“Il Pane e le Rose” è un disco nuovo a tutti gli effetti. I pezzi sono tutti inediti e completamente diversi rispetto alle versioni originali. Prendi “In Casa”, nata come un brano hardcore nel 1996… Quando abbiamo ripreso a suonarla per il tour dei 10 anni l’anno scorso, ci siamo resi conto che non avrebbe avuto senso riproporla uguale alla versione originale dopo così tanto tempo. Sarebbe stata un’operazione noiosa e inutile. Così, all’urgenza di un tempo hardcore abbiamo sostituito quella di una chitarra semi-acustica e di una voce in primo piano. A partire dal vivo. E’ dai nostri concerti infatti che sono nati tutti i nostri dischi. E’ sempre andata così: prima scriviamo un pezzo e poi lo testiamo dal vivo. Non conosciamo altro modo per capire se una canzone funziona… E così è successo anche per l’EP. Da un lato, avevamo la nuova versione di “In Casa”, dall’altro questo nuovo pezzo: “Il Pane e le Rose”. In mezzo, tutte le nostre canzoni storiche. Ne abbiamo scelta una per disco, risuonandole, reinventandole, seguendo l’identità che via via veniva fuori spontaneamente. Il tutto è avvenuto con l’urgenza di sempre, ma con quel pizzico di consapevolezza in più, grazie anche all’intervento di Paolo Mauri in fase di produzione e all’esperienza accumulata negli anni.

La circostanza di muoverci al di fuori di canali commerciali ci da la libertà di scrivere e pubblicare EP come “Il Pane e le Rose”, dove reinterpretare non significa certo giocare con cose già fatte, ma allargare il discorso attorno alla propria musica.

 

“Siamo più vivi sognando le rose e poi scegliamo le spine”… di che cosa parla la canzone “Il pane e le rose”?

Come quasi tutti i nostri pezzi si parte da una immagine, in questo caso, quella di una folla, e poi si cerca di raccontare una storia. Ci abbiamo pensato a lungo se intitolare il pezzo e l’EP “Il pane e le rose”. E’ un titolo impegnativo e già utilizzato molte volte in passato nella musica e nel cinema. “Il pane e le rose” sono le parole che il sindacalista James Openheim scrisse nel primo decennio del Novecento, in onore dei venticinquemila operai che a Lawrence, nel Massachussets, protestarono contro lo sfruttamento del loro lavoro.

Nel nostro caso, abbiamo deciso di utilizzare questo slogan in maniera del tutto decontestualizzata, riprendendo però il significato di fondo di quella affermazione. La necessità di aggiungere alla propria vita il bisogno di una soddisfazione che vada oltre il necessario. Perché siamo più vivi sognando le rose, appunto, anche se poi, scegliamo una vita difficile, quella “con le spine”.

 

 

Date più importanza ai testi o alla musica? Cosa nasce prima?

Diciamo che ammiriamo tutti quei musicisti che sono capaci di dire delle cose intelligenti senza fartene accorgere, perché riescono a inserirle in una canzone che canti dall’inizio alla fine tutto d’un fiato.

 

 Come vi siete trovati a lavorare con la NoReason Records e Antstreet?

Come spesso accade, ci siamo trovati per caso, ma al momento giusto. Avevamo sentito che la NoReason cercava brani acustici per una compilation e noi avevamo i nostri pezzi appena registrati. Ma nel giro di una telefonata e di un breve incontro ci siamo ritrovati a parlare dell’uscita del disco e non più di un solo pezzo acustico da inserire nella compilation. Poi è arrivato il contatto con AntStreet… Dopo tanti tour in Germania speravamo proprio di potere trovare finalmente un’etichetta che potesse far girare il nostro materiale anche da quelle parti! Siamo felici che questo disco in qualche modo auto-celebrativo abbia due voci nuove e forti a spingerlo. Entrambe le etichette sono all’inizio della loro storia e questa circostanza da un valore del tutto diverso a questo EP!

 

Mi dicevi che avete suonato spesso in Germania e che il vostro EP è uscito in contemporanea anche lì… Come vedete la scena punk tedesca?

La scena punk tedesca è immensa. Migliaia di band, etichette, posti dove suonare, gente coinvolta. Lo ripetiamo con un velo di invidia da anni oramai, anche se ultimamente, ci è parso di vedere un certo appiattimento nella proposta musicale anche dalle loro parti. E’ come se ci fosse una continua rincorsa verso il modello americano, soprattutto nella zona più a Ovest della Germania. Questo mette un po’ di tristezza, perché anche i tedeschi hanno avuto – come noi – gruppi che a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 hanno proposto un modello originale di suonare e intendere il punk/hc. Dagli EA80 agli Spermbirds e poi più recentemente coi But Alive e gli Yage. Diciamo che la globalizzazione sta rovinando anche la scena musicale.

 

Avete notato altre differenze rispetto a quella Italiana?

La differenza principale è che lì organizzare concerti funziona ancora. Forse meno di qualche anno fa, ma andare a vedere una band, per un ragazzo di 16/17 anni rimane ancora il modo migliore di divertirsi un sabato sera. Con questo non voglio dire che la scena italiana fa schifo, ma che dobbiamo trovare nuovi stimoli e reinventarci un modo diverso di pensare/organizzare i concerti. A Roma, ad esempio i ragazzi di Fast Forward Booking hanno fatto una programmazione stupenda al Traffic, riuscendo a portare persone indipendentemente dalla musica proposta. Non dimentichiamoci che vedere un concerto non è un atto di fede, ma un modo per divertirsi. E forse è quello che ci è un po’ mancato ultimamente…

 

 Quali sono le band che consiglieresti di ascoltare oggi?

Ci sono gruppi imprescindibili (che non per caso sono sulla bocca di tutti) come gli Against Me! in ambito punk-rock, o gli Strokes per il rock, ma ci sono anche tante piccolissime band snobbate dalle riviste musicali che continuano a fare dischi bellissimi. Ad esempio mi è piaciuto molto il nuovo cd dei Very Job Agency, una band di Lipsia con cui abbiamo suonato parte del Tour, che è appena uscito per Go-Kart Europe e poi il nuovo dei FineBeforeYouCame e quello dei Rituals. E un’altra cosa: siamo ufficialmente entrati in piena fase revival hc melodico anni ’90. In furgone in tour, non si ascoltava altro che “Hoss”, “Suburban Teenage Wasteland Blues” e le prime compilation FatWreck”… purtroppo “Punk in drublic” e “Unknown Road” li avevamo dimenticati a casa!

 

 

Spazio libero…

Ci sono due cose che non ci vanno giù: da un lato ci pare che la soglia di attenzione della cosiddetta “scena punk” rispetto a certi argomenti/avvenimenti che stanno succedendo in questo periodo, al di là di prese di posizione di facciata e dichiarazioni di intenti si sia notevolmente abbassata rispetto al passato. Apro una parentesi: non è che tutti i gruppi debbano per forza fare politica, (noi per primi non ne abbiamo mai fatta direttamente) ma farsi un tot. di domande in più, tutti quanti, non guasterebbe. Ad esempio, a Milano, ci sono 25 ragazzi in carcere dall’11 marzo che non sanno ancora cosa aspettarsi dalla vicenda giudiziaria che li vede coinvolti. Vengono rimbalzati incontro dopo incontro con i vari magistrati, appesi alla speranza di essere rimessi in libertà, ma rimangono ancora dentro perché considerati responsabili materiali degli scontri in Buenos Aires, in una detenzione che ha più un carattere anticipatorio di condanna piuttosto che di custodia cautelare. Si farebbe bene insomma ad aggiungere alle proprie visite quotidiane su Internet, il sito di Indymedia, leggere qualche giornale in più e stare con gli occhi aperti. Che parlare di musica è la cosa più bella del mondo, ma la nostra musica, slegata dal contesto in cui si manifesta, perde gran parte del suo significato. C’è poi un altro livello, più piccolo forse, ma altrettanto importante che riguarda il modo in cui un gruppo decide di porsi nei confronti di quello che fa.

Ormai siamo tutti “organizzati”. Tutti i gruppi sono piccole agenzie di sé stessi. Si organizzano le date ed hanno siti professionali. Però tutti abbiamo perso un po’ di dignità in quello che facciamo. Con la scusa della voglia di suonare il più possibile in giro ci si ritrova a fare concerti assolutamente inutili, in posti ancora più inutili della musica che suoniamo e a rapportarci con gestori di locali che pensano sia abbastanza darti una birra, un piatto di pasta scotta (quando va bene) e un calcio in culo per farti  salire sul palco. Gente che si rimangia accordi presi settimane prima. Che non da valore alcuno a quello che stai facendo. Pagare un musicista il giusto non è carità, ma la condizione necessaria perché ci siano persone che continuano a suonare. Il piatto di pasta scotta poi, è una scelta, e se permetti, decido io dove andare a mangiarmelo. Non può essere qualcosa che ti ritrovi a fare costretto dalla situazione. Gli anni ’80 sono finiti da un pezzo. Non ci sono più band che girano l’Europa in treno andando a suonare in squat oltrecortina. Quei gruppi suonavano in situazioni per niente professionali, ma avevano dignità e spessore in quello che facevano. Oggi dovremmo sforzarci di recuperare quello spessore perché qualsiasi cosa tu faccia, che tu sia musicista, promoter, giornalista di una webzine hai la responsabilità di fare bene non solo a te stesso, ma alla tua comunità di riferimento! E’ questo anche l’unico modo per superare una dimensione hobbistica di tutte queste attività e trasformarle in un progetto di vita.


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