SHANDON ARE BACK ON BOARD! Intervista con Olly

SHANDON ARE BACK ON BOARD! Intervista con Olly
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Dopo la reunion del 2012, gli Shandon tornano “back on board”. E questa volta lo fanno per restare. In attesa di ascoltare il loro ultimo lavoro – e di goderceli dal vivo – abbiamo fatto due chiacchiere con Olly Riva, frontman della band.

P.S. State sereni, questa volta non si tratta di una semplice reunion! Infatti – come ci ha raccontato Olly – non sarà un’esperienza che inizia e finisce, ma una vera e propria rinascita del gruppo, che torna con una nuova energia e una nuova voglia di fare musica.

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Ciao Olly! Il ritorno degli Shandon è sicuramente una notiziona, soprattutto perché ci aspettano molte novità, a partire dalla formazione. Ci presenti i tuoi compagni di viaggio?

Sì. Da The Fire (altro gruppo di Olly, ndr) mi sono preso Alex, mio “fratello” in ogni cosa che faccio: un batterista con cui condivido determinate scelte stilistiche e che, quando suona, è capace di esprimere un “linguaggio” particolare – non solo tecnicamente. Poi c’è Willy Nicastro, bassista, che ho conosciuto grazie al progetto Rezophonic; un musicista estremamente capace che ha suonato i generi più diversi, dal metal al jazz, fino al pop. Willy suona anche nei Figli di Madre Ignota con Iasco, il trombettista che ha suonato con noi anche in passato e che si destreggia tra cori, tromba, tastiere, … E poi Max dalla primissima formazione e il polistrumentista Massa, che suona in diversi gruppi passando dalla batteria al basso, dalla chitarra alla fisarmonica, senza dimenticare il pianoforte. Essendo uno dei batteristi di Olly Riva and the Soulrockets (altro progetto di Olly, ndr) – dove non c’è una formazione fissa – è stato una delle prime persone a cui ho pensato.

Sabato 16 gennaio farete un ritorno col botto al Live Club di Trezzo sull’Adda (MI), per poi proseguire il tour su e giù per lo stivale. Sentite già l’adrenalina pre-show? Come vi aspettate l’imminente ritorno sul palco? 

Ovviamente sentiamo già l’adrenalina, altrimenti non faremmo questo mestiere! Suonare dal vivo, sentire le emozioni che arrivano dagli spettatori, è una delle ragioni per cui uno fa il musicista; altrimenti vorrebbe dire solo far andare le dita sullo strumento. Vedere gente che si fa chilometri solo per venirti a sentirti dal vivo, trasmettendoti entusiasmo e passione, è uno degli aspetti più belli dal punto di vista non solo professionale, ma anche passionale e artistico, e contribuisce a rendere quello del musicista un mestiere dignitoso.
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La vostra tournée sarà sicuramente l’occasione per presentare al pubblico il vostro ultimo lavoro, Back On Board, in uscita il 15 gennaio su piattaforme digitali e il 22 nei negozi di dischi. Prevarrà l’aspetto di continuità con i lavori precedenti o dobbiamo aspettarci delle novità? 

Sono convinto che fare un disco come nel 1994 o nel 2004 non avrebbe avuto molto senso. Ma neanche farne uno “moderno”, considerando che le nuove mode della musica alternativa (il cantautorato, l’elettronica, il rap) non mi appartengono e non rispecchiano le mie scelte stilistiche né come musicista né come ascoltatore. Quindi ho cercato di essere il più onesto possibile, scrivendo canzoni e poi arrangiandole con gli altri componenti della band. Il risultato è un disco estremamente sincero e trasparente, e sono contento che chi lo ha sentito in anteprima abbia detto esattamente le cose che volevo sentirmi dire: “sembra nuovo e vecchio allo stesso tempo”. Il che, per assurdo, per me è un complimento.

 

Quali sono stati i generi e gli artisti che vi hanno influenzati maggiormente? Le tue precedenti esperienze al di fuori degli Shandon hanno avuto un ruolo in questo senso? 

Sì. In effetti da tre anni, oltre a The Fire, ho avviato un progetto solista di soul e rhythm & blues anni Sessanta, Olly Riva and the Soulrockets, in cui lavoro con diversi professionisti provenienti dalla scena ska, rocksteady e reggae. Andando in giro in tournée con loro, durante i nostri viaggi in furgone, ho avuto l’occasione di ascoltare questi generi e mi sono riavvicinato a questo mondo, che inevitabilmente ha influenzato la mia musica. Di solito quando scrivo non lo faccio per un motivo specifico, ad esempio per un disco in particolare, così mi sono trovato ad avere da parte delle canzoni “reggaeggianti” (tra cui una che parla di mio padre). Da qui a rimettere in piedi gli Shandon, con il trombonista Max che è sempre stato con noi, il passo è stato breve.

 

L’album vede diverse importanti collaborazioni. Come è nata l’idea?

Vic Ruggiero degli Slackers è un personaggio affermato nella scena ska/rocksteady/reggae, e con gli Shandon avevamo già avuto occasione di suonare con lui molti anni fa. Recentemente ci siamo visti ad un loro concerto, e tra una chiacchiera e l’altra gli ho parlato del ritorno degli Shandon, chiedendogli se voleva fare un pezzo con noi. Un mese più tardi, è venuto nel mio appartamento e in 35 minuti abbiamo fatto tutto!Queste collaborazioni quindi non sono frutto di scelte di marketing, come succede per altri generi musicali, ma nascono dalla stima reciproca e dalla voglia di condividere di musicisti che appartengono allo stesso mondo da tantissimi anni.

In quella stessa canzone c’è Ferdi dei Bluebeaters, che tra l’altro suona anche nei Soulrockets. Lo ritengo una persona estremamente affidabile, quindi quando ho bisogno di un parere oggettivo su stile e sonorità mi rivolgo a lui. E infatti un giorno, mentre eravamo in studio a sistemare alcune canzoni dei Soulrockets, gli ho chiesto di provare a suonare un pezzo che avevo scritto per gli Shandon, proponendogli poi di venire con noi per far parte della cosa. E lui ha accettato volentieri.
Da diversi anni mi occupo, con Mario Riso, del progetto Rezophonic, che mi ha permesso di conoscere diverse personalità del mondo alternativo italiano tra cui Bunna degli Africa Unite. Quando ho scritto una delle mie canzoni reggae, il suo andamento mi ricordava molto i loro primi lavori; così, quasi istintivamente, ho chiamato Bunna. Prima di tutto per chiedergli un parere, poi per sapere se gli andava di cantare qualche riga. E la cosa gli è piaciuta molto.
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Sul vostro canale YouTube c’è una serie molto divertente, con i video di alcuni vostri amici del panorama musicale italiano che vi danno il “buontornato”. Il loro sostegno ha giocato una carta importante nella vostra decisione di tornare? 

Non esattamente. In realtà questi video sono una dimostrazione d’affetto. Mi fanno molto piacere perché vengono da personalità di diverso stile, e non necessariamente dalla scena alternativa: si va infatti dai Punkreas a Caparezza, a L’Aura, che fa musica leggera. Si tratta di un affetto sincero e spontaneo, che deriva dalla nostra capacità di aver costruito qualcosa di genuino (e che in molti riconoscono). Per questo ti fa ancora più incazzare quando qualche persona vede il tuo ritorno come un “complotto” per chissà quali scopi, nonostante tu abbia suonato per più di vent’anni nel mondo della musica indipendente senza aver mai firmato con una multinazionale. Quei video, quindi, sostengono con maggiore forza la tesi che prima di tutto devi farti voler bene, e che se non ne sei capace qualcosa di malvagio dietro c’è. Nel nostro caso non è così, e dai quei video traspare tutta la nostra sincerità.

Tirando le somme, qual è stata la spinta maggiore che vi ha fatto dire: “ok, si torna a suonare”? 

La spinta che, personalmente, ha dato vita a questa idea è stata la voglia di serenità. A distanza di anni la parola Shandon mi faceva male, quindi volevo fare pace con quella stessa parola, con le canzoni che a lei erano collegate. Ci sono voluti dodici anni, ma adesso sono molto sereno. La reunion di tre anni fa, che era stata spinta dalle stesse motivazioni, non aveva fatto altro che peggiorare la situazione nella mia testa. Ma adesso, con una nuova formazione, una nuova musica, un nuovo modo di fare, tutto si è sbloccato e sto decisamente meglio. Quando le cose ti escono dal cuore, con entusiasmo, risultano molto più belle e sincere; è inutile sforzarsi di ritornare esattamente gli Shandon che eravamo prima.

 

Back On Board sarà disponibile su CD e negli store digitali, ma non sulle piattaforme di streaming. Pensate che questa decisione possa frenare la diffusione del vostro album?

Sinceramente non mi interessa, odio lo streaming con tutto me stesso. Quando sono uscite piattaforme tipo Spotify o iTunes, ho provato ad utilizzarle ma mi hanno fatto schifo. È vero, hai tutta la musica che vuoi, però in realtà smetti di ascoltarla. Hai talmente tanto a disposizione che non sai più cosa scegliere, ti confondi e non capisci più cosa ti appassiona davvero. Pensa invece al valore di quando andavi in un negozio di dischi, parlavi di musica con il negoziante o con la persona che ti sta accanto, e infine compravi un disco; l’acquisto era di per sé molto più “romantico”. Poi portavi il disco gelosamente a casa, e solo in quel momento decidevi se avevi fatto un buon acquisto o meno. Ma oltre a eliminare tutto questo, le piattaforme tolgono il sostentamento economico a band come la nostra, appartenenti al panorama alternativo, che non hanno soldi né per registrare né per andare in tournée, e neanche da investire in attività di promozione. Le nostre uniche entrate derivano dalla vendita dei dischi e dai concerti – anche se la gente viene sempre di meno e vuole pagare sempre di meno, perché è abituata alla “politica del gratis”, che sta togliendo completamente l’interesse alla musica. E lo streaming genera questo maledetto circuito che toglie dignità alla musica.

Qual è la traccia che rappresenta maggiormente il ritorno degli Shandon?

Sicuramente “Vuoto”, una traccia reggae cantata in italiano. Parla proprio dei valori che non si vogliono perdere; quelli che, nonostante i problemi, le divergenze e le complicazioni, ti spingono a continuare a fare il musicista, suonando con persone che hanno davvero la voglia (e la passione) di fare questo mestiere. Non come i “personaggi del dopolavoro”, quelli che per divertimento fanno un concerto ogni tanto o prendono la musica come un hobby. Per me quella canzone trasmette l’idea che fare il musicista è un biglietto per un viaggio di sola andata, da vivere in maniera forte e intima; altrimenti risulterebbe un lavoro come un altro. Per noi la musica è come un tatuaggio sulla pelle, e se uno non vuole viverla così, allora non riesco a chiamarlo musicista.

 

 

Grazie Olly! E bentornati Shandon!


Commenti (1)

  1. Bernh ha detto:

    Ma sì Olly, combatti contro i mulini a vento e non mettere l’album su spotify…in effetti è meglio il download illegale così per lo meno la gente lo ascolta con più attenzione. Bah, che cazzata.

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