STIFF LITTLE FINGERS

STIFF LITTLE FINGERS
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Intervistiamo Jake Burns in occasione della tappa romana del suo tour in Italia con gli Stiff Little Fingers. Della storica band nord-irlandese rimane soltanto Burns, alla voce e alla chitarra, ma della nuova line up fa parte anche Bruce Foxton, ex bassista dei Jam, e la loro prestazione è notevole in quanto a bravura ed energia, nonostante abbiano sulle spalle più di venticinque anni di carriera.
Durante il concerto tutti i membri del gruppo indossano una camicia azzurra su cui è stampato il volto di Joe Strummer e il testo di ‘Strummerville’, il brano che gli SLF hanno dedicato al cantante dei Clash, scomparso lo scorso anno: “Goodbye inspiration/voice of a generation/you gave me hope and made me believe/that what I did was right.”

 

Ricostruiamo un po’ il contesto da cui provieni. Sei cresciuto a Belfast, come descriveresti il quartiere dove hai vissuto e trascorso gli anni dell’adolescenza?

 

JB: Sono cresciuto in una zona molto proletaria nella parte nord di Belfast. Mio padre e mia madre lavoravano in fabbrica. C’erano molti problemi politici in quel periodo, molta violenza per le strade e roba del genere. Non succedeva ogni giorno, ma eri consapevole che era parte della tua vita.

 

Ora vivi in Inghilterra e alcuni ex membri degli Stiff Little Fingers vivono negli Usa. Come mai hai lasciato l’Irlanda, per motivi politici o altro?

 

JB: No, solo per motivi musicali. Abbiamo fatto quanto potevamo nel nord Irlanda. Ma allora capitava sempre più spesso, avendo un contratto con un etichetta discografica, di dover correre a Londra. Adesso è diverso dal momento che oggi ognuno ha un e-mail o un cellulare ed è facile restare in contatto anche vivendo lontano.

 

Gli Stiff Little Fingers si sono formati dopo un concerto dei Clash a Belfast nel 1977. Quali gruppi ti influenzarono maggiormente e come puoi unire i Clash, gli Who e il reggae?

 

JB: L’influenza maggiore è stata quella dei Clash all’inizio. Principalmente perché quando avevo sentito altre punk band avevo  pensato che suonavano in modo interessante ma non mi sembrava di aver visto niente di importante. Il fatto che i Clash scrivessero canzoni riguardo alla loro propria vita invece rendeva tutto più vero. Avevo sentito i Damned, i Sex Pistols, i Ramones, sembrava che non mi dicessero niente. Mentre i Clash scrivevano testi che avevano un certo significato. Mi hanno colpito al cuore ed ho capito che era ciò che volevo fare.

Per il reggae è stato qualcosa di simile. Perché a quell’epoca tutti sentivano Yes, Genesis, Pink Floyd… Band di questo genere che scrivevano canzoni sull’oceano, per esempio, che duravano venticinque minuti e avevano la pretesa di essere pezzi rock. Quando ascoltai una canzone reggae, invece, mi resi conto che parlava di un background molto simile al nostro. Il contesto in Giamaica è molto più povero rispetto a quello in cui sono cresciuto a Belfast ma molti problemi che vengono raccontati sono gli stessi: violenza, gangs, disordini politici. Anche questo mi ha colpito profondamente.

 

Il nome SLF deriva da una canzone dei Vibrators. Sapevi che di recente hanno suonato a Roma?

 

JB: No, non sapevo che avessero suonato a Roma. Comunque sì, il nostro nome deriva da lì. Non avevamo intenzione di prenderlo ma l’abbiamo fatto perché per il nostro primo concerto non avevamo un nome per il gruppo. Così abbiamo preso questo, pensando di cambiarlo poi in qualcosa di meglio ma la recensione del primo concerto è stata talmente positiva che abbiamo pensato fosse meglio conservarlo. Siamo rimasti attaccati a quel nome senza volerlo a quel tempo ed ora eccoci qua, sono cose che capitano!

 

Quando hai iniziato a suonare in che modo guardavi ai gruppi punk rock inglesi, come Clash e Damned, sentivi di avere un background diverso in quanto irlandese?

 

JB: Ci sentivamo un po’ outsider per il fatto di provenire da un paese diverso ma il nord Irlanda fa comunque parte del Regno Unito quindi eravamo molto vicini, non vedevamo molta differenza con le band che suonavano in Irlanda, avevano solo un accento differente!

 

Rispetto agli anni ’70 pensi che gli anni ’80 rappresentino una svolta per il punk-rock? Molti gruppi inglesi hanno cambiato completamente la loro attitudine musicale e qualche volta anche la loro visione politica. Qual’è il motivo, pensi che l’aspetto sociale creatosi con la Thatcher abbia influenzato le band?

 

JB: Penso che abbia cambiato un bel po’ di cose. Non solo politicamente ma anche musicalmente c’è stata una svolta intorno a quel periodo. Non c’era molto interesse per il suono delle chitarre. E’ stato il periodo in cui gli Spandau Ballet e i Duran Duran erano molto popolari. Sembrava che se non avevi un sintetizzatore eri morto ma a me non importava. A me hanno sempre interessato le classiche due chitarre, basso e batteria come line up per una band e soprattutto mi piace suonare dal vivo. Alcuni gruppi di quegli anni avevano del grottesco e i loro show erano costruiti come a Hollywood. A me facevano ridere ma venivano descritte come rock band. Era terribile!

 

Sei ancora in contatto con qualcuna delle punk band storiche?

 

JB: Sono ancora in contatto con Jean-JacquesBurnel degliStranglers. Ho un lavoro in corso con lui, un progetto parallelo acustico, i Three Men and Black,in cui siamo io, JJ Burnel e Pauline Black dei Selecter. Occasionalmente si è unito a noi anche Bruce (Foxton, ex bassista dei Jam, fa ora parte dell’attuale line-up degli Stiff Little Fingers, ndr).

Quindi sono ancora molto amico di JJ e degli altri ragazzi degli Stranglers con cui ci siamo visti in occasione di molti concerti. Per quanto riguarda gli altri gruppi sappiamo che molti vivono a Londra ma non li vediamo quanto vorremmo. Certamente se qualcuno di loro capita a casa mia gli dico ‘Ciao!’.

 

Nel tuo ultimo album hai dedicato una canzone a Joe Strummer, qual è il  ricordo che hai di lui?

 

JB: Non avrei fatto quello che sto facendo adesso se non fosse stato per Joe Strummer. Non solo mi ha colpito il suo stile musicale ma anche il modo in cui l’ho visto parlare con il pubblico, dando alla gente il rispetto che merita, questo che è quello che, spero, anche noi abbiamo cercato di fare. E’ un atteggiamento molto ‘working class’: il pubblico è importante tanto quanto la band. Strummer sembrava credere in questo e anch’io ci credo.

 

Come sta andando il vostro tour in Italia?

 

JB: E’ molto diverso venire in Italia in tour rispetto al venirci in vacanza. Ma è sempre un piacere avere la possibilità di tornare qui!

 

Thanx to Jake Burns per la sua affabilità e simpatia.


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