THE HEART ATTACK: Hellbound & Heartless

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THE HEART ATTACK:  Hellbound & Heartless

Sinceramente appena ho visto la copertina di Hellbound & Heartless sono rimasta perplessa dal look eccentrico e particolare (per essere obbiettiva un pò tamarro…) degli HEART ATTACK.
Capelli ossigenati, frangettoni piastratissimi e gilettini assolutamente kitch non sono esattamente in puro hellcat-style, ma fiduciosa, come sempre, di Tim Armstrong e del suo entourage, non me ne sono curata più di tanto.

E se non è l’abito a fare il monaco, allora è una frangia perfettissima e platinatissima a fare rock’n roll!
Con un sound aggressivo e irruente, un vero attacco di cuore, grazie ad una miscela esplosiva di punk ed energico rock anni ’70, gli Heart Attack hanno fatto innamorare Tim Armstrong che ha subito firmato loro un contratto e sono entrati nelle grazie di Lars Frederiksen che è il produttore di Hellbound & Heartless.
La storia dell’esordio band è davvero particolare, i cinque ragazzi di Atlanta credevano di dover suonare al Warped Tour, ma per motivi poco chiari le cose non andarono così; senza perdersi d’animo improvvisarono un piccolo bar davanti al loro furgone vendendo birre ad un solo dollaro.

Per fortuna o semplice voglia di birra, passò di lì Tim Armstrong che con la birra “vinse” anche un demo e il gioco fu fatto.
Da Atlanta, grazie all’esperienza del Warped tour e alla partecipazione (con Widowmaking) alla quinta edizione del sampler di casa Hellcat, Give em the boot, gli Heart Attack si sono assicurati una buona visibilità e un numero notevole di fans.

Tra i dodici brani dell’album vanno sottolineate la decima traccia, “Tearstained Letters” che vede come ospite d’onore una delle icone del rock’n roll, Joan Jett, dal gusto un po’ retrò e un po’ rancidiana nell’incipit grazie all’impiego dell’ organo Hammond; “Travelin’Band”, cover dei Creedence Clearwater Revival, viene solo velocizzata e resa più energica, proprio a voler confermare il desiderio di far riferimento alle origini del rock’n roll, alla purezza dei primi gruppi, alla semplicità delle grandi band; “Eyes” invece è un ibrido, tra riff che ricordano quelli dei Sex Pistols, un pianoforte che accompagna l’intero brano risvegliando nella memoria i primi Guns’n Roses e un assolo di sassofono per concludere!

La valutazione complessiva dell’album è assolutamente positiva, negli arrangiamenti e nei solo di chitarra è davvero notevole e degno di lode è l’impiego di numerosi strumenti; considerando tra l’altro che la band è formata da ragazzi giovanissimi al loro debutto ufficiale, non potevamo aspettarci di più.


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