VIRUS: CONTAMIN-AZIONE PUNK A MILANO Alle origini: Il Punk Inglese

VIRUS: CONTAMIN-AZIONE PUNK A MILANO Alle origini: Il Punk Inglese
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L’estate del 1976 in Inghilterra fu stranamente e insolitamente calda e umida…nessun clima poteva essere più adatto per la comparsa di qualcosa di veramente strano e insolito: il punk.E’ con l’apparizione dei Sex Pistols nell’estate del ’76, infatti, che il punk cominciò a emergere come stile riconoscibile.
Non ci volle molto a Malcom McLaren, il loro manager, per creare i Sex Pistols: le condizioni erano perfette.
Capitolo 1

A metà degli anni ’70 in Inghilterra tutti, non solo i giovani, erano disincantati.

Il conformismo, l’ufficialità soffocante, l’economia depressa, il declino dell’occidente…tutto questo aveva creato un clima irrespirabile e quindi si erano create le condizioni ideali per la nascita di qualcosa di nuovo.

La qualità della vita si stava deteriorando; le cose non erano più controllabili neanche su vasta scala.

Era in corso una recessione capitalista con livelli di disoccupazione altissimi, il governo vacillava, la moneta si svalutava, il tenore di vita scendeva, i centri urbani erano in decadenza.

Le scena era pronta per l’arrivo del punk.

Con una certa perversione la nuova generazione inglese trovò la sua identità in chi quasi non ne aveva una: Sid Vicious e compagni.

Con i capelli da elettroshock e lo sguardo da pazzo alienato, Sid sembrava il prodotto di un esperimento.

Ed era proprio questo: il frutto di ciò che era andato storto in Inghilterra.

Il punk iniziò in Inghilterra come una falsa cultura, un prodotto di moda ideato da McLaren seguendo i suoi sogni di gloria sulla scia della sua cultura che affondava le radici nel dadaismo e nel situazionismo[1] della metà del secolo; aveva creato un’arena in cui una gioventù irruente poteva comportarsi a suo piacimento, come bambini liberi dall’imposizione adulta di menzogne e compromessi.

Nell’ambiente inglese della seconda metà degli anni ’70, caratterizzato da una forte disoccupazione, dal terrorismo dell’IRA che si diffondeva da Belfast a Londra, da una crescente violenza nelle strada tra i neonazisti inglesi, gli inglesi di colore, i socialisti e la polizia, il punk divenne una vera cultura.

Se il sound punk non aveva senso musicalmente, in quanto prodotto scadente, ne aveva però socialmente: in pochi mesi il punk si consolidò come un nuovo insieme di segnali visivi e verbali, segnali che erano confusi e incomprensibili oppure rivelatori e veritieri, a seconda di chi li guardava.

I punk inglesi non solo rispondevano all’aumento della disoccupazione, al mutamento delle basi morali, alla riscoperta della miseria, alla depressione ma meglio di chiunque altro e qualunque altra cosa rappresentavano e teatralizzavano la decadenza della vecchia Inghilterra.

I punk si presentavano come dei “degenerati” e decaduti, erano i segni tangibili e visibili del decadimento inglese e lo rendevano visibile a tutto il popolo portandolo in giro ogni giorno per le strade.

Secondo la teoria di Patrice Bollon espressa nel suo libro “Elogio dell’apparenza. Gli stili di vita dai Marvilleux ai Punk”, il punk era una sorta di specchio della società in cui il normale cittadino e la società vedeva riflessi i propri desideri più nascosti e ambigui, le proprie paure, il proprio squallore e la propria malattia.

“I punks di strada vogliono essere gli specchi deformanti, i più nitidi che si possano dare, della società, i soli in grado di rifletterla come essa è veramente. Con le loro smorfie, con la spettacolare “abiezione” che rappresentano essi invitano la società a riconoscere le proprie smorfie e la propria abiezione. Provocando la sua reazione e il suo giudizio, la costringono a specchiarsi in loro: a scoprire nei loro atteggiamenti un po’ della sua natura più profonda, caricata certamente, ma somigliante, veritiera, “reale” proprio a causa di questa caricatura. […]

Il Male che i punks mettono in scena ed esaltano con tanta teatralità ha questo significato e questa funzione: proclamare a gran voce il “peggio” per costringere la società a guardare in faccia il Male che si annida al suo interno e che essa rifiuta di riconoscere.” [ P Bollon, 1991]

Il normale cittadino ne era spaventato e tendeva a considerare i punk come giovani ribelli e delinquenti, una sorta di cancro della società che doveva essere isolato e represso.

Per essere più visibili i punk dovevano essere subito riconoscibili grazie a un look e un abbigliamento molto appariscente che, per le strade dell’aristocratica Inghilterra, non passava certo inosservato.

Afferma D. Hebdige nel suo libro “Sottocultura: il fascino di uno stile innaturale”: “Gli oggetti scelti erano, sia intrinsecamente sia nei loro adattamenti formali, omologhi agli interessi fondamentali, agli atti, alla struttura del gruppo e all’immagine che la collettività della sottocultura aveva di se stessa. […]

I punk certamente sembrerebbero portare avanti questa tesi. La sottocultura non esiste se non è coerente. C’era un rapporto di omologia fra gli abiti da buttare riassemblati e i capelli irti, fra il pogo e le anfetamine, gli sputi, il vomito, il formato delle fanzine, le pose rivoluzionarie e l’”inespressività”, la musica spinta alla frenesia. I punk portavano abiti che erano l’equivalente nell’abbigliamento del linguaggio blasfemo e imprecavano come vestivano, con effetti calcolati, guarnendo di oscenità le note di copertina dei dischi e le pubblicazioni pubblicitarie, le interviste e le canzoni d’amore.” [ D. Hebdige, 1990]

La logica di raccattare tutte le banalità e i rifiuti del mondo per poi assemblarli insieme e dagli un nuovo significato era alla base del punk e si notava soprattutto nell’abbigliamento.

Il risultato era un caos di colori e materiali: ciuffi colorati e giacche di pelle, tacchi a spillo e scarpe da ginnastica, anfibi e impermeabili di plastica, capelli rasati e minigonne fosforescenti, pantaloni a tubo e oggetti sadomaso, maglie strappate e gonne in PVC…il tutto tenuto insieme da adesivi e spille di sicurezza, mollette da panni e pezzi di spago.

Questo collage di indumenti e accessori era nuovo e trasformava i vecchi simboli, dandogli dei significati nuovi e originali.

I primi punk, per esempio, esibivano delle svastiche e per questo motivo furono in molti a considerarli un gruppo di neonazisti violenti. Per coloro che non avevano una chiave di lettura per il mosaico simbolico del punk, quella combinazione di capelli cortissimi, immagini forti e musica aspra puntava in una direzione ben precisa: la destra.

Ma nell’ottica punk la svastica perdeva il significato originale per diventare un mezzo per scioccare, terrorizzare e sconvolgere; era il simbolo della loro diversità, ma anche dell’orrore della condizione umana, un modo per prendere le distanze dalla normalità dei luoghi comuni e dalla retorica del passato.

Come nuova cultura il punk odiava tutto ciò che era vecchio, che era passato: le precedenti generazioni, le vecchie mode, la musica precedente.

L’autonomia del loro percorso si può comprendere dalla frase di un punk italiano: ”Non abbiamo un passato politico e non ci interessa nemmeno averlo, non vogliamo rifarci a nessuna forma di protesta passata, non vogliamo rivestire le nostre ideologie con quelle di altri. Siamo nati da soli e questo, ce ne siamo accorti, dà molto fastidio.”[2]

I figli dei sessantottini si stavano ribellando contro la generazione dei propri genitori.

E visto che la precedente generazione era formata per lo più da hippie politicizzati, i punk odiavano gli hippie e la politica, almeno all’inizio.

…Semplicemente la politica non li riguardava.

Essenziale nella nuova cultura punk era il ruolo della musica.

L’esempio dei Sex Pistols fu seguito da centinaia di gruppi, in Inghilterra prima e poi anche all’estero.

L’invito da parte del punk di unirsi e suonare anche se non si aveva la minima idea di come fare, fu accolto da moltissimi giovani.

L’imperativo punk era quello del “fai da te”, il “ do it yourself”, non solo nell’abbigliamento o nel modo di vivere ma anche e ,soprattutto, nella musica.

Anche il mito originale del rock era sempre stato che chiunque potesse suonare, ma prima del punk questo era rimasto sempre e solo un modo di dire.

Quel chiunque non erano proprio tutti, ma chiunque sapesse già suonare uno strumento.

Ma i punk non accettarono una simile approssimazione: avrebbero reso la musica democratica e avrebbero radicalizzato ciò che fino ad allora era stato solo un mito.

Anche la musica assumeva un nuovo significato: era un mezzo per esprimere la propria critica e il proprio attacco contro le istituzioni, contro il potere, e contro il sistema.

Era un modo per esprimere la propria rabbia e non era importante se i nuovi gruppi sapessero suonare o no: la maggior parte di questi non era nata perché passasse alla radio o nei regolari canali di comunicazione.

Dopo l’irriverenza dei Sex Pistols i canali ufficiali erano stati chiusi e proibiti alla musica punk perché troppo brutale e oscena.

Così i punk si crearono i loro canali alternativi e i loro spazi di libertà.

Anche se i gruppi più conosciuti firmarono subito con grosse case discografiche (a cominciare dagli stessi Sex Pistols e poi dai Clash), questi erano solo una parte minuscola del nuovo scenario della musica punk.

Una nuova economia, basata meno sul profitto quanto sulla volontà di scioccare, accompagnata da una risposta del pubblico marginale ma intensa, cominciò a prendere forma.

Attorno a questa situazione nascono una serie di etichette discografiche indipendenti ed una nuova forma editoriale, la fanzine, una rivista dalla forma grafica rozza e scorretta, che aveva il proposito di spezzare i monopoli dell’informazione per testimoniare che esisteva un’altra informazione parallela a quella ufficiale.

Alla fine del 1976 i media ufficiali erano impermeabili al punk.

Le fanzine sfruttavano la libertà che derivava da questa esclusione: la gente che le realizzava poteva esprimere qualsiasi cosa le passasse per la testa, senza preoccuparsi di censura o scadenze.

Il risultato fu un linguaggio nuovo.

Queste riviste avevano lo scopo di fare controinformazione; all’inizio si trattava perlopiù di articoli musicali, ma assunsero via via un carattere sempre più sociale e politico.

Erano fotocopiate e distribuite non attraverso i canali ufficiali ma attraverso quelli alternativi, per esempio ai concerti o nei negozi di musica.

I nuovi gruppi incidevano dischi non tanto in vista del successo, ma per esserne parte, per dire “io sono qua” o “ti odio”.

I punk che incidevano dischi nel ’77 non sapevano mettere insieme due accordi ma si scagliarono contro la società.

Nei dischi punk si avverte che ciò che deve essere detto deve essere detto molto velocemente, perché l’energia e la volontà necessarie per dirlo non si possono contenere…sono violente e irrefrenabili.

La sensazione che un vero fenomeno sociale potesse essere originato da un accordo stonato produsse un cambiamento radicale nell’idea di musica: la musica era una vera arma per abbattere il conformismo e le regole sociali.

Peccato che solo pochi punk abbiano poi compreso la forza e la potenza di questo strumento e quindi la loro protesta si sia limitata solo, o quasi, ad un attacco verbale al sistema e alla società.

I più erano, infatti, profondamente convinti di essere rinchiusi in essa, come in una gabbia e di non potere fare nulla per cambiare la situazione.

Pervasi dal loro nichilismo e dal “No future” i primi punk inglesi erano convinti che nulla poteva essere cambiato; che la società e il sistema si potevano solo odiare, disprezzare, e insultare, ma tutto sarebbe rimasto comunque invariato.

Il loro schierarsi “contro” si limitava a semplice provocazione, la loro intenzione era di scioccare e infastidire la società inglese e cercavano di farlo in tutti in modi possibili: la musica, il comportamento da reietti e emarginati, il look sfacciato e irriverente.

Ma la loro protesta iniziava e finiva qui.

Sembravano incapaci di tradurre il loro rifiuto in qualcosa di concreto; il loro scopo era distruggere quello che già esisteva, sputare in faccia alle istituzioni, al potere, alla società, alle vecchie ideologie, al conformismo, alla cultura dominante.

Ma con cosa sostituirlo e come era un problema che non si ponevano dal momento che non c’era futuro.

Tale ottica è ben sintetizzata da questa asserzione del gruppo londinese dei Clash: “Possiamo affermare che non viviamo per il futuro, viviamo giorno per giorno, ora, nel presente…dovremo vedere cosa succede.”[B. Zarini, 1985]

Quasi subito si svilupparono però delle contro tendenze all’interno del punk che si schieravano nettamente contro questa visione pessimistica e passiva.

L’esempio principale, da cui poi nacquero molte esperienze a livello europeo (tra cui anche quella del “Virus” di Milano) è quello che si sviluppò attorno al gruppo londinese dei Crass. Questi tradussero il loro rifiuto e la loro critica alla società in un progetto concreto: fondarono una sorta di “comune” nell’Essex e cercarono di trasformare la loro rabbia e la loro protesta in qualcosa di attivo, unendo così la musica alla politica.

Erano un collettivo radicale anarco-pacifista, anarco- femminista e vegetariano.

L’anarchia a cui facevano riferimento non era quella cantata dai Sex Pistols in “Anarchy in the U.K.” cioè come sinonimo di caotica e dirompente devianza.

Il loro era uno stile di vita che cercavano di mettere in pratica concretamente nella loro comune, una visione del mondo che scaturiva da una miscela di idealismo hippy, resistenza, energia punk e faccia tosta.

Una delle loro preoccupazioni principali, infatti, fu sempre quella di colmare il divario tra teoria e prassi, di essere coerenti fino in fondo e quindi di vivere in prima persona le proprie idee e le proprie certezze. Per questo i Crass attaccarono sempre duramente i gruppi punk che si erano venduti al sistema, quelli che si limitavano a cantare, ma che erano incapaci di vivere seguendo le proprie convinzioni.

In un’industria come quella musicale, basata sulla gerarchia, il successo, l’immagine, i concerti e i contratti miliardari, i Crass si rifiutavano di agire in questo modo.

Tra i gruppi punk di successo solo loro riuscirono veramente a mantenere un’autonomia politica e artistica.

Se il punk era un discorso sull’autenticità e sul fatto di non svendersi, il Crass devono essere considerati l’epicentro di questo discorso.

Fondarono una loro etichetta discografica, autoprodussero e autodistribuirono tutti i loro lavori musicali, curarono la grafica di copertine e testi, di solito usando materiali poco usuali.

Le loro strategie grafiche preferite consistono nel montaggio e fotomontaggio di immagini quotidiane tratte dai media e dal mondo politico, che vengono ricollocate e decontestualizzate all’interno di scene esagerate e grottesche.

I Crass avevano come ultima ragione d’esistenza quella di cambiare il mondo e simbolicamente avevano dato a questo cambiamento una data di scadenza, il 1984, prendendola dal romanzo di Orwell.

Era una sorta di conto alla rovescia e il 1984 rappresentava l’anno in cui la società voleva o doveva cambiare.

E’ significativo che i Crass non siano stati solo un gruppo musicale che incideva dischi punk, ma si siano impegnati in una molteplicità di attività culturali e politiche.

Alcuni membri del gruppo hanno fatto parte del movimento pacifista, hanno pubblicizzato le iniziative antinucleari e sensibilizzato verso questi temi, criticando in molte occasioni in modo violento l’attività del governo britannico.

Per questo a Westminster furono fatte interrogazioni in più di un’occasione sui dischi e le attività dei Crass, in particolare durante la loro campagna contro la guerra delle Falkland.[3]

La loro critica aveva una serie di bersagli preferiti che si rifacevano principalmente alla situazione inglese: la chiesa, la disoccupazione, il patriarcato, i valori della famiglia, lo stato, le armi nucleari, lo sfruttamento del terzo mondo, l’ambiente, il commercio della carne.

Dal punto di vista musicale ciò che i punk odiavano di più era il rock. Nato come prodotto “democratico” dal basso, come frutto spontaneo si era ben presto trasformato in merce, un prodotto da vendere sul mercato a caro prezzo.

I cantanti rock all’inizio realizzavano un disco in tre ore…cosa accadeva adesso?

Ci volevano anni in sala di registrazione e migliaia di dollari per smussare, mixare e perfezionare ciò che per sua natura non doveva essere perfetto.

E i cantanti si erano trasformati in star miliardarie per cui la musica era diventata solo un’enorme macchina per fare soldi.

Erano diventati dei miti, degli idoli, prendendo le distanze dal pubblico.

I gruppi punk cercarono sempre (o quasi…) di non allontanarsi dal pubblico, anzi di fondersi con esso ed essere una cosa sola.

Nell’ottica punk chiunque poteva salire sul palco e dire la sua per poi scendere e confondersi nel pogo della folla.

Non c’era separazione tra i musicisti e il pubblico, visto che in qualsiasi momento i ruoli si sarebbero potuti invertire.

In quanto movimento di protesta contro la società, il punk in Inghilterra trovò naturalmente dei legami e dei punti di contatto con le comunità dei neri inglesi, che proprio in quegli anni mostravano i primi segni di ribellione.

Il loro terreno comune era la lotta contro la cultura bianca dominante e la conseguente esclusione dalla società e una reazione di violenta repressione nei loro confronti.

Secondo molti il punk è stato la versione della protesta nera da parte dei giovani inglesi della working class bianca.

Certo è che in Inghilterra, è proprio seguendo l’esempio dei neri che i punk hanno trovato la forza per far sentire la propria voce.

“Ci si aggrega poiché i neri lo fanno, sia che li si stimi , sia che li si voglia picchiare o punire. L’esistenza nell’area metropolitana inglese di culture delle minoranze etniche da stigmatizzare, in particolare modo nere, appariscenti e portatrici di una nuova diversità, rappresenta il pretesto per l’esistenza di intere espressioni subculturali tra i giovani bianchi. “ [ S. Cristante, 1983]

D. Hebdige nel suo libro, sostiene la teoria secondo cui la musica punk deriverebbe da una fusione tra la musica glam rock inglese, e le sonorità e i ritmi del reggae.

A sostegno di questa tesi ci sono infatti molte band punk inglesi, primi tra tutti i Clash, i cui ritmi si avvicinano a quelli della musica reggae, sottolineando così una comune origine e una comune condizione di emarginazione nell’Inghilterra degli anni ’70.[4]

La sottocultura punk significò, quindi, caos ad ogni livello.

Non ci volle molto tempo perché i punk superassero i confini britannici e approdassero all’estero.

In ogni paese il punk assunse delle caratteristiche ben precise a seconda del diverso clima politico e sociale in cui si sviluppò.

In Italia i primi punk fecero la loro comparsa fin dal 1978, una “moda” importata da chi era stato a Londra ed era rimasto affascinato dalle creste colorate dei coetanei inglesi.

All’inizio fu quindi un prodotto importato, un modo bizzarro di vestire e portare i capelli, un genere musicale…qualcosa di nuovo che non si era mai visto prima.

Ben presto però il punk italiano, a contatto con le particolari condizioni economiche, politiche e sociali sul finire degli anni ’70, assunse un carattere sempre più radicale e politicizzato, prendendo le distanze dal nichilismo dei punk inglesi e rifacendosi al punk anarchico crassiano.

Ci vollero solo un paio d’anni perché i punk italiani trasformassero la parola d’ordine “ No future” in un progetto di vita concreto, in un nuovo modo di vedere e di vivere il punk.


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