Ciao Eugy e bentornato sui nostri schermi! Manca poco all’uscita del nuovo disco Perché Non Si Sa Mai, prevista per il 13 febbraio 2026. Dopo l’esplosione dell’album precedente immagino che le aspettative dei fan siano altissime. Come la stai vivendo? Ti senti un po’ sotto pressione? O invece più carico che mai?
Mi sento più o meno come prima dell’uscita di ogni disco: c’è sempre quella sensazione addosso, la paura sana di uscire dal cuore dei propri fan, di non essere all’altezza di quello che si è costruito insieme negli anni. A maggior ragione questa volta abbiamo veramente lavorato come dei matti, e questo negli ultimi mesi ci ha tolto un po’ di lucidità sul mondo fuori. Francamente non vediamo l’ora di partire, perché è sul palco che capiamo davvero se quello che abbiamo fatto funziona.
L’uscita del singolo Quaranta aveva spiazzato tutti, soprattutto in modo positivo ma anche in senso negativo per qualcuno più legato alle vecchie sonorità. Sopra I Muri ha mantenuto una continuità sonora con il precedente. Cosa ci dobbiamo aspettare dall’album? Farete incazzare ancora qualcuno? Scherzi a parte, che differenze hai visto nella ricezione dei due singoli da parte del pubblico?
Sicuramente saranno in molti a pontificare sull’ennesima nostra “svolta”, come succede ogni volta, puntando il dito sulla nostra volontà di allargarci o di crescere a tutti i costi. La verità però è sempre la stessa: i Bull Brigade hanno costruito la loro crescita sulle atmosfere e sulle emozioni generate dai testi, e questa è una cosa che non potrà mai cambiare. Questo disco ha la stessa carica emotiva di tutti gli altri nostri lavori. Il sound continua a muoversi, a cambiare, un po’ come la nostra anagrafica, ma il nostro obiettivo è sempre quello di mantenere tutto coerente e riconoscibile.
L’approdo su Barley Arts è stato un grande salto di qualità, considerando che è una delle principali realtà organizzatrici di concerti ed eventi. Un bel traguardo e immagino non facile da raggiungere considerando che siete partiti un po’ come tutti suonando in cameretta. Vuoi parlarcene?
In realtà avevamo già collaborato con Trivel in passato, che resta una delle realtà più solide e ambiziose dell’underground italiano. Dopo un periodo di riflessione abbiamo deciso di accettare la proposta di Barley Arts perché ci è sembrata la strada giusta in questo momento della nostra storia. Non lo viviamo come un punto d’arrivo, ma come una tappa naturale dopo anni di gavetta. Siamo anche consapevoli che, per fare un ulteriore salto in avanti, servirà strutturarsi meglio anche dal punto di vista manageriale e discografico, ma rimanere indipendenti non è che sia così brutto.
Legandomi alla domanda precedente, avete sempre suonato in centri sociali o piccoli spazi, partendo dal basso e dall’autoproduzione siete arrivati a suonare su dei palchi tra i più importanti d’Italia e chissà cosa vi aspetta ancora. Ti senti diverso da allora? O lo spirito di quel giovane incazzato sempre in cerca di guai in fondo non ti lascerà mai? Ti rimprovererebbe qualcosa?
Sicuramente sono cambiati molti aspetti nell’approccio e nella consapevolezza dei nostri mezzi. Oggi ci viene difficile suonare 5 o 6 volte all’anno nella Motorcity, come facevamo da ragazzini. Continuiamo comunque a seguire con grande passione la nostra scena: Torino, ad esempio, ha ora gruppi emergenti che stanno letteralmente spaccando. Penso a Billows, Scheletri, Menagramo, La Parte Peggiore…ragazzi di cui sentirete parlare, e questo mi fa capire che lo spirito ribelle e curioso di quel giovane incazzato non se n’è mai andato del tutto.
Vuoi fare della tua passione anche la tua professione? Mi sembra di capire che la direzione sia quella. Se dovesse accadere, cosa che ti auguro, potrai o vorrai ancora parlare di fabbrica, di ultimi, di ribellione, di vita di provincia, di senso di apparenza a una sottocultura? O dovrai scendere a qualche compromesso?
Non credo potrà mai accadere, sono molto realista: ho 45 anni ed è difficile cambiare vita a questo punto. In tutto questo tempo, però, mi sono tolto un sacco di soddisfazioni e ho ricevuto molto, in proporzione a quello che ho dato. Sarebbe bello vedere i miei figli realizzarsi e costruirsi una professione dentro a questo circuito, anche se per adesso non li vedo particolarmente interessati. Quanto ai temi di fabbrica, ultimi, ribellione e vita di provincia…quelli rimangono dentro di me, perché sono parte di quello che siamo stati e siamo tuttora. Non credo serva scendere a compromessi per raccontare la realtà che conosciamo.
Sei considerato una delle migliori penne del panorama punk italiano, e hai sempre scritto tu i pezzi dei Bull Brigade da Strade Smarrite a oggi. Sono passati praticamente 20 anni. Parlaci un po’ della composizione dei testi di Perché Non Si Sa Mai, come, dove, quando, sensazioni, e di come questa composizione si sia evoluta negli anni. I pezzi crescono con te? Nel senso, che effetto ti fa portare su un palco qualcosa scritto tanti anni fa?
Perché Non Si Sa Mai è un disco molto maturo per quanto riguarda testi e temi trattati. Dentro ci troverete le “solite 4 minestre”, ma viste con uno sguardo diverso, più riflessivo, senza perdere il nostro approccio diretto. C’è il solito mix di nostalgismo e reducismo, tutto molto street e romantico allo stesso tempo. Quello che continua a sorprendermi è come alcune delle nostre vecchie canzoni rimangano tremendamente attuali: salirci sopra oggi, suonarle dal vivo, ti fa capire quanto certe emozioni e certi temi siano sempre gli stessi, e come la musica cresca insieme a te, senza mai perdere la sua energia originale.
Il commento più bello che hai ricevuto e la critica che invece più ti ha ferito, musicalmente parlando, in questi anni.
I commenti più belli, in genere, sono quelli che si ricevono da persone che fanno parte del grande giro della musica…ma non mi va di rendere pubblica una cosa detta in privato, non sarebbe corretto e potrebbe anche essere interpretato in modo sbagliato. Sulle critiche invece mi diverto moltissimo, sono affezionato veramente a tutte. Spero continuino ad arrivare.
Eugy, e perché non si sa mai?
Perché il punk è letteralmente un attimo, è un fulmine che squarcia il buio di questa eterna notte che ci attanaglia. E quindi noi, che fieramente ne facciamo parte, abbiamo sempre riservato uno o più pensieri alla probabilità che qualcosa non andasse per il verso giusto. Sono partigiano, vivo (per citare Antonio Gramsci) e quindi negli anni più importanti della mia vita ho considerato tutte le opzioni…perché non si sa mai




