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DALTON: Papillon

Ho aspettato un po troppo per scrivere questa recensione, ma certi dischi, nonostante l’amore sia quasi immediato, hanno bisogno di tempo per essere assorbiti, capiti al meglio, e francamente ho voluto anche vedere se ero solo io a pensare di essere davanti ad un altro capolavoro, forse “il” capolavoro, dei ragazzacci romani, o se è solo il mio solito entuusiasmo a farmi scrivere.
Diciamo che penne molto importanti e competenti hanno già scritto di tutto e di più quindi mi scuso se sarò ripetitivo, e queste ultime hanno collocato il disco tra le migliori uscite dell’anno, anzi del decennio, o forse del nuovo millennio, la cosa bella è che mi trovano quasi completamente d’accordo, quindi dato che non so parlare di musica mi limito a dire ciò che mi ha colpito e che mi ha fatto amare “Papillon”, ovvero l’incredibile giostra di sensazioni autentiche, musiche fresche ma con una fascino retrò che non stanca mai, come la Vespa, e atmosfere, un disco di strada purissimo e forte, un rock’n’roll proletario che esalterà la nostra gente e farà sentire a disagio i quattrinai, li du’ ggener’ umani, sonetto che apre anche il disco con la magica voce di Marco Giallini, disco che racchiude argomenti intelligentemente affrontati con attitudine skinhead stradaiola e furia OI! senza pero abusarne il termine, misurando e pesando le parole per far capire il concetto, restando sempre dalla parte di chi non si lamenta e anzi sogna, e non posso non accennare a quello che secondo me tra tutto sto ben di Joe (Strummer) è il pezzo migliore del disco: “in disparte messi da parte (sottoproletariato)”, un pezzo che parte in pieno stile combat rock e finisce con un rabbioso punk’n’roll, ed il testo da brividi scaturisce rabbia ed un gran senso di appartenenza che ha radici profonde.
Le radici, queste importantissime radici alle quali si fa sempre riferimento, ma il senso delle radici per i Dalton secondo me non va cercato solo tra le militanze nei vari gruppi OI! più o meno conosciuti, ma bensì bisogna guardare molto più indietro, fino a trovare quella romanità genuina delle vecchie borgate, è qui che potrebbero nascere i loro pezzi.
Il mio amico Path sul suo blog (che potete leggere QUI, e fatelo!) dice che la produzione di Glezös ha fatto la differenza, dato che considero il ragazzo un grande esperto di musica a 360° mi fido e rilancio dicendo che oltre alla superba produzione tutto ciò ha girato attorno a “Papillon”, e parlo di Robertò (pilastro della scena), di Marco Giallini, del grandissimo Valerio Fisik, di Aldone fino ai cori di Maurizietto, Alberto Caci e Claudio Leggieri, ha reso a mio avviso “Papillon” la migliore uscita di questo disastrato e pandemico 2020, una sorta di rimborso spese per quello che il sottoproletariato e gli ultimi hanno perso in questi mesi, sperando che sia finita.
Prodotto da Glezös, registrato presso l’Hombre Lobo di Roma da Valerio Fisik, mixato da Andrea Brancatelli presso il Raged Studio di Roma, masterizzato da Francesco Terrana presso il Prisma Studio di Carpi. Artwork e layout di Alessandro Palmieri, illustrazione di copertina dei Dalton.

traclist:
01. Li du’ ggener’umani
02. L’appartamento
03. Io e te
04. Marianne
05. Se la mia pelle vuoi (Battisti/Mogol)
06. Per Dio
07. Se
08. Qui quo qua
09. In disparte messi da parte (Sottoproletariato)
10. Senza amore

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