Decimo anniversario per Distruggi La Bassa, il festival punk DIY nella provincia più sperduta di Ferrara. Tre giorni pieni di musica, sempre più musica: il Giovedì i concerti iniziano alle 19.30, il Venerdì alle 16.30, il Sabato alle 11.30. Nonostante il caldo infernale sono accorsi tanti appassionati del genere, evidentemente ormai fedelissimi del fest – io invece ero alla prima esperienza, ma me la sono vissuta in tenda e l’ho goduta dal primo all’ultimo minuto. Hanno suonato 45 band in tutto, le ho fotografate quasi tutte ma mi sarebbe impossibile parlare nel dettaglio di ognuna – presento qui di seguito la mia Top 3 dei concerti che mi son piaciuti di più (noterete una mia preferenza per lo street punk), seguiti da una carrellata di foto divise per giorno, con solo qualche considerazione consentita dalla mia memoria.
In generale il festival è fantastico, davvero unico in Italia: c’è un’atmosfera diffusa di amicizia, voglia di ascoltare insieme la musica e poi andare a bere con sconosciuti, con le band che per tutti i giorni si aggirano nel festival. Il campeggio è a ridosso dell’area concerti, si può andare a riposare o farsi una doccia senza perdere tempo, e la proposta fra cibo e bevande è molto variegata. Si vive in una bolla, la bolla del punk do-it-yourself, ed è poi difficile tornare alla realtà andando a cercare l’imbocco per l’autostrada che porterà verso il mondo “normale”.
Un applauso lo merita tutta l’organizzazione ma in particolare i tecnici di palco: i suoni sono SEMPRE stati perfetti, e tutte le esibizioni sono iniziate in orario, senza mai un ritardo in scaletta. Una richiesta di perdono verso le band che saranno solamente nominate nel report, e soprattutto la manciata di gruppi che non sono riuscito a vedere e dei quali purtroppo non ho ricordi.
Ora, via con la superclassifica!
1 – Sempre Peggio
Le cose migliori nella vita nascono spesso senza grandi pianificazioni, quasi per caso. I Sempre Peggio non erano previsti per questa edizione del DLB, ma quando gli Stalag 13 hanno annullato il tour europeo la band steet punk milanese è stata chiamata come rimpiazzo. Rimpiazzo sul palco piccolo, dopo che nel 2024 i Sempre Peggio avevano già fatto sfracelli sul palco grande. Sembrava assurdo contenere band e fan sul prato e sotto il gazebo… ma qui siamo a un festival DIY, non fra star che discutono su posizione in lineup e palchi grandi o palchi piccoli.
Il gruppo è in formazione a 3 con Martin a fare da basso e cantante, e attacca con potenza. Quel che succede dopo è roba da leggende dei concerti punk italiani e lo si può vedere nella sequenza di foto qui sotto: prima il pubblico canta tenendosi fuori dal gazebo, dalla “linea del palco”, ma ad ogni canzone i corpi avanzano, superano le casse delle spie, arrivano a toccare la band, costretta a indietreggiare mentre i microfoni spesso cadono e vengono raccolti prima di essere schiacciati. Ora della fine, mentre si inneggia al Bar di Gioia, tutto il pubblico è dentro il palco, Martin è inglobato dalla batteria, è una comunione totale fra band e persone accorse per cantare a gran voce. Tutto questo non sarebbe successo sul palco grande, ed è stato meraviglioso vederlo accadere. Gli Scream, che suonavano sul palco grande subito dopo, hanno iniziato con poco pubblico perché tutti erano ancora a cantare per i Sempre Peggio, nonostante il concerto fosse finito.
2 – Toy Dolls
Tre anni fa, al Punk Rock Holiday, Olga dei Toy Dolls sembrò scusarsi con il pubblico, chiedendo se volevano che la band andasse avanti a suonare i bis nonostante facesse caldo e lui fosse ormai troppo vecchio per saltare in giro.
Oggi lo troviamo in gran forma, nonostante faccia sicuramente molto più caldo che in Slovenia, e capace di saltare in giro per tutto il tempo. Certo, forse i tempi sono un po’ più rallentati di una volta, ma ci troviamo davanti ad una band leggendaria che gira il mondo da quasi 50 anni, e che ancora sa intrattenere e far pogare come ossessi le nuove generazioni. Posizionare a metà della setlist l’accoppiata Nellie The Elephant e She Goes To Finos sembra un test per la resistenza del pubblico, che non smette mai di fare crowdsurfing e cantare, ma anche di spruzzare bolle di sapone e attendere il momento per bere un po’ di Lambrusco.
Anche Tommy Goober è in gran forma e perfettamente sincronizzato sui balletti e salti di Olga, e alla batteria Jamie Oliver dà nuova vita ai brani.
Nota di colore: il bello di stare in campeggio al DLB è che la mattina ci si può svegliare alle 10 sulle note di un soundcheck, capire che sono proprio i Toy Dolls sul palco, correre per meno di 1 minuto arrivando dalla tenda all’area concerti e godersi Cloughy Is a Bootbot insieme a una ventina di persone commosse.
3 – Jukebox all’Idrogeno
Una delle band che più attendevo al festival: è raro vedere i Jukebox all’Idrogeno suonare sopra la linea del Po, quindi fino ad oggi me li sono goduti su cd, cantando a squarciagola i Grandi Successi Della Musica Italiana. Alcuni diranno che è facile avere successo e tenere in mano il pubblico grazie a cover di pezzi che conoscono tutti: certo, può essere un vantaggio, ma serve anche la voce giusta, il giusto carisma, la giusta voglia di stare nella scena OI! e fare i cazzoni. Una combinazione che riesce benissimo al supergruppo romano, che inizia con Ho In Mente Te e poi inizia a proporre pezzi di Vasco Rossi, Gianluca Grignani (“lo skin dai capelli lunghi”), ci narra di come la band sia nata da una indicazione di Richard Benson e ringrazia i Toy Dolls per averli voluti personalmente ospiti della giornata. C’è anche la proposta della rara “Suona in una OI! band” (cover della “boy band” dei Velvet) e tutti perdono la testa per 10 Ragazze. Insomma, si fa festa per 40 minuti e manca colpevolmente solo Un’Estate Italiana, ma forse posso capire il perché: se l’avessero suonata sarebbe successo come quella volta in cui ad un festival i Pennywise chiusero ovviamente con Bro Hymn, e la band dopo di loro (i Limp Bizkit) quasi non riuscì a suonare perché tutti stavano ancora cantando i cori. Anche qui si sarebbe rischiato l’incidente, se tutti avessero iniziato a cantare delle Notti Magiche…
BONUS: Wolfpack
Se c’è una band che ha suonato con tutto il cuore a questa edizione del DLB, sono i Wolfpack. Vengono dall’Australia anche se sono pallidissimi, sono in giro con un furgoncino per l’Europa, si trovano a suonare a mezzogiorno di una bollente Domenica, e annunciano che sono una band no-profit e tutti i ricavati dei loro tour e del loro merchandise sono destinati alla protezione degli animali. Il batterista è anche cantante, ma inizia il concerto bevendo birra in mezzo al pubblico, poi si posiziona dietro le pelli e dà vita a 30 minuti di vero punk rock. C’è tempo per una cover di Breakin The Law dei Judas Priest, ci sono inni pro-Palestina, c’è un bacio a stampo di chitarrista e bassista dopo aver terminato un assolo particolarmente soddisfacente.
Nell’istante in cui finisce lo show, il batterista vende direttamente dal palco le sue magliette, e poi li si ritroverà tutto il giorno a pogare e sostenere le altre band (in particolare i Miners). Grande spirito, grande cuore.
Day 1
A causa dell’autostrada chiusa a Bologna per ben 2 ore, mi sono perso gli Shorto in apertura del festival, e La parte Peggiore l’ho ascoltata solo mentre montavo la tenda. Sono arrivato sotto al palco per i Mad Pain (che avevo già visto a Monza due settimane prima, e che si sono portati da Milano una crew così grande che poi si è riunita sotto la loro bandiera nel campeggio), poi ho visto i Libidine (che mostrano di aver meritato il posto al Punkadeka Festival 2026), Methedrine che si sono esibiti senza batterista ma che son riusciti comunque a far vibrare le ossa di tutti, e poi era già tempo dei The Casualties, che hanno messo insieme uno show bello compatto, sicuramente favorito dalla vicinanza con il pubblico e la possibilità di usare bestemmie efficaci. Memorabile il momento in cui un bambino di circa 8 anni è salito sul palco e gli è stata insegnata una lezione che deve ricordare: odiare la polizia! Il bambino poi è stato accolto sopra il pubblico per un crowdsurfing che non dimenticheà. Dopo gli headliner, Usta! e Turn Against – di questi ultimi mi è rimasto impresso il ringraziamento all’hardcore con il brano “Grazie Hardcore”, un inno molto sentito che arriva dal cuore di chi ha trovato la sua comunità in tempi avversi.
Day 2
Sui due palchi sono passati Social Six, TFV, Deafening, Taste The Floor, Il Complesso – poi i Mucopus non si sono esibiti, lasciando un po’ di tempo per riprendersi dal caldo. Si è poi proseguito su sonorità hardcore di Razzapparte e Carne, arrivando (dopo il concerto dei Sempre Peggio) alle sonorità internazionali degli Scream. Cosanostra sempre in palla, nonostante il misterioso annuncio che “per qualcuno questo potrebbe essere l’ultimo concerto”, e poi è già stata l’ora dei Total Chaos: paragonati ai Casualties della sera prima forse hanno avuto un po’ meno mordente, ma lo spettacolo è stato comunque intenso. Dopo di loro, la serata è continuata con la reunion di By All Means, che hanno detto di essere tornati dopo decenni perché sentivano di avere ancora qualcos da dire, e i Lenders che hanno chiuso alla una di notte fra inni OI! che cantavano tutti.
Day 3
Il giorno più impegnativo, eppure alle 11.30 il palco piccolo vedeva già una soddisfacente quantità di persone davanti ai NETN. Il grind-core dei Cranial Putrefaction ha dato la sveglia definitiva a tutti: i ragazzi sono giovanissimi ma già a proprio agio sul palco grande. Dei Wolfpack ho già parlato, quindi si torna sul palco grande con il fitness-punk dei Gogoponies: negli anni la proposta musicale si è molto raffinata, e ora il concerto non si basa più solo sulle trovate estetiche, ma anche su una musica facilmente orecchiabile e che conquista tutti. I Minoranza Di Uno fanno precedere alla musica un comunicato che spero faccia riflettere molti sul casino che c’è in giro per il mondo (ma penso che il messaggio fosse già molto condiviso dai presenti) e poi il loro concerto fila via veloce e cattivo. I Loyal Cheaters rappresentano più un Ramones-core melodico e ricordano a molti che è già primo pomeriggio e forse è il caso di riempire la pancia: mi scuso quindi con 217, Caged e Vivere Merda se ho visto i loro concerti da lontano. Sono tornato sottopalco per lo show dei Public Serpents: la band austriaca era in campeggio esttamente di fronte a me, ed erano tutti presi bene dalla loro partecipazione. Al cantante il premio per la maggiore quantità di cazzate divertenti sparate fra un brano e l’altro. Seguono Miners e Sud Disorder, e poi il ritorno degli H-Strychnine che si avvicinano più al nu-metal che al post-hardcore in uno show in cui anche la parte visiva ha avuto il suo impatto. C’è un buco causato dai Failed, e quindi con un po’ di riposo si arriva ai Jukebox All’Idrogeno: dopo il loro concerto ho dovuto fare una doccia e riposarmi, quindi mi scuso ancora con Eus’arse e CGB, ma sono tornato sotto il palco per i Toy Dolls. Ho vissuto il loro show tutto in seconda fila fra spinte, pogo, crowdsurf e tanto caldo, quindi quando Olga ha annunciato la fine del concerto ho trovat gli altri “Punkadeka Boys” (Gabriele Squillace e Alessandro Pentassuglia), ce ne siamo bevuta una, abbiamo cercato di farci un selfie tutto storto e poi io e Ga abbiamo dimostrato la nostra età ad Alessandro: ci siamo dichiarati a pezzi e siamo andati a dormire, perdendoci alla grande le 4-5 band rimaste nel bill. Una vergogna, lo so, ma eravamo in giro alle 10 del mattino, abbiamo comunque visto una dozzina di band con solo qualche pausa, e il termometro umorale si era soddisfatto con i Toy Dolls.
La mattina dopo, smontaggio tenda a tempo di record, ultimi saluti e un arrivederci all’Agriturismo Prato Pozzo, la fantastica bolla punk che ci ha accolto e spero che tornerà ad accoglierci in futuro.





































































































































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