Ho avuto il piacere di parlare con Zach Blair dei Drakulas (spoiler: i Rise Against sono solo una delle sue tante band) in una lunga conversazione che, oltre ai contenuti estremamente interessanti, mi ha lasciato il ricordo di una persona gentile, disponibile, curiosa e molto profonda, capace di parlare di musica, immaginari e percorsi personali con una naturalezza davvero rara. Sono otto pagine, lo so. Ma vi assicuro che ne vale la pena. Il fumetto che accompagna questa intervista è stato creato da Nukui Bogard, lo stesso illustratore autore della locandina del Punkadeka Festival.
Intervista telefonica realizzata a giugno 2026.
Dopo una breve chiacchierata sul fatto che ci fossimo rincorsi al telefono a causa di un malinteso con il fuso orario, parliamo del suo recente viaggio in Colorado, dove ha registrato con Bill Stevenson, dell’imminente concerto dei Rise Against a Zurigo, a cui assisterò con (e grazie ad) alcuni amici, e dell’ottimo lavoro che Franz Barcella sta facendo per promuovere l’uscita dei Drakulas. Poi, dopo qualche risata e i soliti “Come stai?”, entriamo nel vivo dell’intervista.
Vale: Okay, sono pronta. Ho qualche domanda per te. Cominciamo dalla prima. Leggere le biografie dei vostri dischi sul sito di Dirtnap Records è come entrare in un universo narrato da Joe R. Lansdale o William S. Burroughs. Anche i testi sembrano spesso scene prese da un film o da una serie TV. I Drakulas potrebbero tranquillamente essere la colonna sonora di una VHS noir o pulp trovata in una stazione di servizio del Texas nel 1993. Tutto ha un’impronta molto visiva, a partire dal logo stesso. Come è nata questa particolare estetica? Volete che l’ascoltatore capisca esattamente cosa sta succedendo o preferite che si perda nell’atmosfera?
Zach Blair: Sì, direi proprio di sì. Allora, tutto quello che riguarda i Drakulas è…No, aspetta, ti racconto un po’ di retroscena. Mike Wiebe, il mio socio nei Drakulas, e io veniamo entrambi dal North Texas. E se vieni dal North Texas e suoni in una band punk o sei appassionato di questo tipo di musica, più o meno ci si conosce tutti, capisci cosa intendo? È una scena piuttosto piccola, per questo genere di cose. Conosco Mike da molto tempo e l’ho sempre ammirato. Abbiamo molte cose in comune, tra cui una visione idealizzata di New York: quella che noi, due ragazzini del North Texas, immaginavamo fosse la città alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta, attraverso film come The Warriors e cose del genere. Quindi, visto che avevamo tempo (entrambi suonavamo in band professionali molto impegnate con i tour), abbiamo potuto costruire l’idea di come avremmo voluto presentare una band se fossimo partiti da zero. All’inizio volevamo essere gli stessi quattro ragazzi: io e tre membri dei Riverboat Gamblers, la band di Mike. Il bassista originale, Rob Marchant, è il mio migliore amico; c’era poi il loro batterista, Sam, che all’epoca era ancora nella band. Poi le persone hanno cominciato ad andarsene, perché i Gamblers erano molto impegnati e lo erano anche i Rise Against, che sono il mio lavoro. Alla fine siamo rimasti io e Mike. Per questo nuovo disco abbiamo registrato tutto da soli, chiamando Sam, il nostro batterista originale, a incidere le batterie quando le demo erano già pronte, perché inizialmente avevamo usato solo batterie finte, programmate.
Insomma, tutto questo per dire che avevamo il tempo di costruire una versione tridimensionale di una band. Volevamo un concept, una narrazione e un filo conduttore che collegasse i dischi. Mike è un paroliere che ama molto raccontare storie, quindi ci sono personaggi ricorrenti e un paesaggio che, se segui quello che succede, ti permette di mettere insieme i pezzi e capire cosa sta accadendo. E quindi sì, direi che tutto, dall’immagine della band al modo in cui ci presentiamo, fino alla narrazione, è stato assolutamente studiato per portarci dove siamo adesso. E, ancora una volta, si tratta di una linea temporale e di un paesaggio immaginari, quasi un universo alternativo in cui esiste una versione a cartoni animati di New York City, dove vivono i nostri personaggi.
Vale: Alla prossima domanda hai praticamente già risposto, ma te la faccio lo stesso. Molte band scrivono canzoni; i Drakulas sembrano più interessati a costruire un universo. C’è stato un momento preciso in cui avete capito che questo progetto era diventato qualcosa di più di “un’altra band”?
Zach Blair: Sì, onestamente è successo fin dall’inizio. Quando abbiamo cominciato a trovarci, volevamo fare il tributo definitivo ai Ramones. Quella era la nostra prima idea. Non so se hai mai visto una foto di Mike Wiebe: è molto alto e magro, ed è anche un attore. La mia idea era semplicemente quella di suonare con lui. Nel 2013 i Rise Against si sono presi un anno di pausa: non eravamo in tour né impegnati. Avevo quindi tempo per un progetto, e sono una persona a cui piace tenersi occupato. Sono piuttosto iperattivo, non mi rilasso, non riesco davvero a stare fermo, e in fondo tutto quello che faccio è musica. Quindi ho pensato: beh, facciamo il tributo definitivo ai Ramones. E mi sono detto che ogni festival punk rock avrebbe voluto averci [ride]. Saremmo diventati super impegnati. Avremmo curato ogni minimo dettaglio, studiando persino le foto dei Ramones per capire quali magliette indossassero. Ci siamo trovati alcune volte per lavorare al progetto e, inevitabilmente, avevo un sacco di canzoni. Erano pezzi che avevo scritto senza un motivo preciso e che non funzionavano né per i Rise Against né per qualunque altra cosa stessi facendo. Ricordavano di più la mia vecchia band, gli Hagfish, che avevo fondato da ragazzino insieme a mio fratello e che aveva avuto un discreto successo negli Stati Uniti, registrando anche con Bill Stevenson dei Descendents. Erano una specie di avanzi, ma più veloci e, nella mia testa, registrati in modo quasi volutamente grezzo, più…come dire, più garage, ecco. Gliel’ho proposto: “So che stiamo cercando di fare questa cosa dei Ramones, ma ho una canzone”. E Mike mi ha risposto: “Anch’io ho una canzone”.
Da quel momento ho capito che sarebbe stato qualcosa di speciale. Non sarebbe stato solo un pretesto per ritrovarmi con i miei migliori amici e fare punk rock. Da lì in poi, anche grazie al fatto che Io e Mike condividiamo influenze legate al cinema, all’intrattenimento e all’arte in generale, ho capito che lui è una di quelle rare persone nella vita capaci di prendere qualsiasi mia idea e aggiungerci qualcosa, capisci cosa intendo? Tipo: “Sì, e poi potremmo fare questo”. Riesce a capire esattamente dove voglio arrivare anche quando non ho ancora sviluppato completamente un’idea. È una cosa davvero speciale. Quindi, da quel primo momento in cui io ho detto “Ho una canzone” e lui “Anch’io ho una canzone”, ho capito che avevamo trovato qualcosa
Vale: È davvero fantastico. Spesso sembrate più una gang o un culto che una classica punk band. I medaglioni e tutta l’estetica vi aiutano a diventare una versione diversa di voi stessi sul palco?
Zach Blair: Assolutamente. Basta guardare la mia carriera: con gli Hagfish indossavamo completi eleganti sul palco e sono stato nei GWAR, il che dice già tutto. I GWAR erano guerrieri spaziali. Per me, quando sali su un palco davanti alle persone, devi dare loro qualcosa di diverso, qualcosa che ti distingua da chi sta accanto a te. Anche con i Rise Against indossiamo vestiti neri. Non è molto, ma basta a creare la sensazione che sia arrivato il momento di salire sul palco. C’è un qualcosa nel togliersi i vestiti con cui si è andati in giro tutto il giorno e indossarne altri per esibirsi. Anche se è un dettaglio impercettibile, è comunque lì. Con i Drakulas abbiamo nomi diversi, nomi alternativi per i membri della band, che diventano veri e propri personaggi. Indossiamo i medaglioni e ora anche le tute, al posto dei dolcevita. Cerchiamo di aggiornare il look ogni tanto, e tutto questo ti mette in una certa mentalità, capisci?
Vale: Perfettamente. Trovo anche la vostra musica incredibilmente evocativa, al di là dei testi. Ogni volta che ascolto Midnight City, mi immagino in un posto diverso: un club a Berlino, un party nel seminterrato di una chiesa abbandonata a New York oppure per le strade di Tokyo alle 5 del mattino. La traccia finale sembra essere esattamente la colonna sonora di una festa che sta finendo: si accendono le luci e tutti devono trascinarsi di nuovo a casa ad affrontare i problemi che hanno dimenticato per qualche ora. È tutto nella mia testa o cercavate intenzionalmente di creare questo tipo di immaginario?
Zach Blair: Assolutamente sì. Voglio farti i complimenti per la tua capacità di cogliere queste cose, perché è esattamente quello che stavamo cercando di fare. Non avrei saputo dirlo meglio io stesso. Ed è divertente che tu abbia parlato di una chiesa abbandonata a New York City. Sai, c’era il famoso Limelight, il luogo di nascita della scena dei Club Kids negli anni Novanta. Ed era una vecchia chiesa. Una vecchia chiesa cattolica. Lì si incontravano la cultura della droga, quella rave e quella queer. La mia band di allora, gli Hagfish, era in tour con i Supersuckers e i Reverend Horton Heat, che venivano da Dallas. Sarà stato il 1995, più o meno. Suonammo al Limelight. C’erano tutti e quattro i Ramones, la formazione dei Ramones che esisteva in quel momento. E c’era anche il chapter newyorkese degli Hells Angels. Non appena finivano i concerti, però, il locale si trasformava nel centro della scena dei Club Kids. C’era anche il famoso Michael Alig, che in seguito uccise il suo ragazzo Angel, uno spacciatore. Tutta quella scena si svolgeva lì e io ero presente. Noi eravamo semplicemente dei ragazzini idioti, dei deficienti del Texas e pensavamo: “Oddio, non ho mai visto niente del genere in vita mia”.
Quindi io e Mike abbiamo sicuramente parlato di quelle immagini e del desiderio di evocare quel tipo di idealismo. Entrambi eravamo stati a New York negli anni Novanta, ma i Drakulas si basano soprattutto sull’idea che avevamo della città prima ancora di esserci stati: quella di due ragazzini texani che non avevano davvero modo o possibilità di uscire dalla propria situazione. Mike viene da Denton e io da Sherman, geograficamente distano circa un’ora l’una dall’altra. In fondo, però, sono la stessa città, come qualunque altra piccola città in qualsiasi parte del mondo. Abbiamo quindi messo insieme tutte queste cose: dalla cultura dei Club Kids degli anni Novanta alle gang rappresentate e stereotipate nel film The Warriors [I Guerrieri della Notte] della fine degli anni Settanta. È divertente che tu l’abbia colto, perché è esattamente ciò che volevamo fare. Ed è incredibile. E Wheelhouse, l’ultima canzone, è una sorta di momento in cui tutto rallenta. È divertente perché in quella canzone Mike ha un sacco di personaggi e uno dei suoi personaggi è un prostituto; ci sono anche una spogliarellista e altri elementi simili. Credo che Wheelhouse sia raccontata dal punto di vista del prostituto [ride].
Vale: Questo si collega alla mia prossima domanda. Nei vostri testi c’è un mix di ironia e fascinazione. Quanto ti senti un osservatore di quel mondo fatto di sesso, luci al neon, droghe e nightclub? E quanto, invece, ne sei genuinamente affascinato?
Zach Blair: È soprattutto una fascinazione genuina. Non ho mai fatto uso di droghe, non ho mai bevuto né fumato. Mai. [Non posso parlare per Mike, ma credo che abbia fatto quello che fanno molte persone in Texas. È semplicemente qualcosa che fa parte della cultura locale]. E questo è successo prima ancora che sapessi che esistesse una scena straight edge nel movimento punk. Non lo sapevo. Né io né mio fratello. Io e mio fratello avevamo semplicemente deciso di non seguire l’esempio dei nostri genitori, che bevevano, fumavano e facevano uso di droghe. Non eravamo legati a una scena particolare: venivamo da un trailer park nel bel mezzo di una pessima città del North Texas. Solo non volevamo fare quello che facevano tutti gli altri. Ma non ho mai giudicato. Non sono una di quelle persone che giudicano le scelte altrui né ciò che spinge una persona a comportarsi in un certo modo. Se una persona è dipendente, si tratta di una malattia che deve essere curata e che va oltre il suo controllo. Potrebbe esserci anche una componente genetica. Io, personalmente, non ho mai voluto farlo. Quindi sì, penso di essere stato più uno spettatore, e mi piace il fatto di non saperne nulla perché questa mia ignoranza contribuisce a creare quell’idealismo su come potrebbe essere la cultura della droga dal punto di vista di un ragazzino.
Vale: La città non sembra mai essere semplicemente uno sfondo, ma quasi un personaggio che osserva tutto il resto. Che città è la vostra Midnight City? Ne avevate in mente una precisa mentre scrivevate il disco o preferite lasciare spazio affinché ognuno possa immaginare la propria città dopo il tramonto?
Zach Blair: Queste sono ottime domande. Sono davvero ottime domande. Sul serio, ottimo lavoro. Vorrei che ogni intervista che faccio fosse così, con persone così coinvolte e preparate e che avessero fatto così tante ricerche.
Vale: Grazie. [Ripetuto tipo cento volte]
Zach Blair: La città viene citata fin dal primo giorno dei Drakulas e Mike scrive tutti i testi. Poiché collaboriamo a tutto, so abbastanza bene cosa sta cercando di fare. Nel brano Singing With My Tongue Cut Out, alcune storie sono raccontate dal punto di vista di un cabarettista, un nuovo personaggio della città che sale sul palco. La città compare in molti elementi, anche nei nostri video. Credo che Neon Town inizi con una specie di talk show immaginario, un late night show condotto da Karate Charlie, che dice che questa band sta spopolando in tutta la città. È stata citata in un sacco di cose diverse. Per noi, la città è questa versione a cartoni animati di New York City, quella della fine degli anni Settanta e dell’inizio degli Ottanta. Tutto è stereotipato: le droghe sono davvero pesanti, le gang sono davvero pericolose, ma indossano quasi dei costumi da supereroi. Nella realtà, all’epoca c’erano un sacco di gang per strada, ma indossavano toppe sulle giacche. Nel film The Warriors invece…Hai presente il film The Warriors?
Vale: No.
Zach Blair: Te lo consiglio caldamente. Dicevo, nel film, tutte le gang di strada di New York vengono chiamate a Central Park perché la gang più grande vuole conquistare l’isola. L’isola di Manhattan. Pensano che, unendosi e facendo una tregua, potrebbero sconfiggere la polizia e conquistare la città. Ma il modo in cui sono vestite è ridicolo e molto cartoonesco. Alcuni sono vestiti da mimi, mentre una gang, i Baseball Furies, si dipinge la faccia e indossa divise da baseball.
Mi sto allontanando un po’ dal discorso. Per noi, quindi, quella era la versione di New York City. Era una versione hollywoodiana della città, altrettanto assurda quanto quella che ci immaginavamo noi, da ragazzini del North Texas: “Cavolo, New York deve essere proprio così”. Quindi la città è una versione alternativa di New York City, quasi un universo alla Bizarro.
Vale: È davvero molto interessante. Questa è la penultima domanda, poi ne ho ancora una. Ammetto che non conoscevo i Drakulas, ma vi ho recuperati velocemente e penso che siate fantastici, come ti dicevo poco fa [Zach Blair: Grazie mille]. Quando Franz mi ha proposto di intervistare “Zach Blair dei Rise Against, ma per l’altra sua band, i Drakulas”, pensavo di sapere cosa aspettarmi. Invece, al primo ascolto, è crollata ogni certezza, in senso molto positivo. Una delle prime cose che ho pensato è che i Drakulas rappresentino il lato più nerd, cult e cinematografico della tua creatività, quello che forse nei Rise Against rimane più nascosto dietro la componente politica ed emotiva. I Drakulas ti danno più libertà di sperimentare ed esplorare idee che magari non troverebbero spazio altrove?
Zach Blair: Al mille per cento. Ti racconto un po’ di retroscena. Non ero un membro originale dei Rise Against: sono entrato nella band dopo sei o sette anni dall’inizio della loro carriera e ormai ne faccio parte da quasi vent’anni. I Rise Against sono qualcosa che ho nel sangue, nel mio cuore, sono la mia famiglia. Non potrei essere più orgoglioso del lavoro che facciamo e dei miei tre compagni di band. Mi considero incredibilmente fortunato a suonare con Tim McIlrath, che considero un talento generazionale. I Rise Against hanno anche un messaggio e una visione precisa: parlare di questioni importanti. È qualcosa di molto serio e diretto, senza compromessi. Io non sono stato l’architetto del loro sound, ma sono riuscito ad assimilarlo perché è entrato dentro di me. Mi piacevano già prima di entrare nella band. Li conoscevo perché suonavo in altri gruppi e attraverso Bill Stevenson, che aveva preso sotto la sua ala protettrice la mia band, gli Hagfish, e produceva i nostri dischi. Bill e io avevamo anche una band insieme, gli Only Crime, con mio fratello e Russ Rankin dei Good Riddance. Fat Wreck Chords aveva pubblicato il disco. Per Bill era una sorta di side project: produceva molte band e voleva suonare, prima che i Descendents si riunissero e gli altri suoi gruppi si sciogliessero. Quindi gli Only Crime andarono in tour con i Rise Against, ed è così che li ho conosciuti e mi sono piaciuti moltissimo, sia come band sia come persone. Pensavo fossero migliori della solita roba mediocre in circolazione e anni luce avanti rispetto alla maggior parte delle band del Warped Tour dell’epoca. Vedevo che avrebbero fatto qualcosa di importante. Come musicista e creativo, volevo farne parte. Siamo andati subito d’accordo e, quando alla fine si sono trovati ad aver bisogno di un chitarrista, hanno pensato a me e mi hanno chiamato. È stata una delle cose più belle che mi siano mai successe. Era l’inizio del 2007. Non mi fermavo un attimo. Da quando sono entrato nella band, eravamo così impegnati che riuscivo a malapena a mandare avanti la mia vita, capisci? Quando non eravamo in tour, tornavo a casa, disfacevo le valigie, le rifacevo e ripartivo. Non avevo tempo per essere creativo con nient’altro né per concentrarmi su qualsiasi altra cosa. A un certo punto hanno cominciato semplicemente a venirmi fuori canzoni che non riuscivo a controllare e che non erano adatte ai Rise Against o a qualunque altro progetto avessi. Ma, guarda caso, nel 2013 i Rise Against si presero una pausa, e io chiamai subito Mike: “Dai, facciamolo. Facciamo qualcosa insieme”.
Tutto questo lungo retroscena serve a spiegare perché volevo i Drakulas fin dal primo giorno. Se pensi a me come “il tizio dei Rise Against”, volevo proprio ottenere una reazione come la tua. È esattamente quello che cercavo. Non volevo fare una band che suonasse come i Rise Against, capisci cosa intendo? [ride]. So che alcune persone sarebbero interessate a una cosa del genere, pensando: “Ah, è come i Rise Against”. Ma se ami davvero i Rise Against, i Drakulas potrebbero non fare per te: sono troppo diversi. Questo non significa che un giorno non potrei iniziare un progetto più simile a quello che faccio nei Rise Against. Ho molte canzoni di quel tipo, anche perché dopo così tanto tempo nella band quelle influenze fanno parte di me. Ma volevo assolutamente che i Drakulas stessero in piedi da soli, che fossero qualcosa di autonomo e non assomigliassero a nulla di ciò che avevo fatto prima. Per citare altre band, Mike viene dalla scena di Denton, in Texas, quella dei Marked Men, Radioactivity, Bad Sports e di molte altre band pubblicate da Ken di Dirtnap Records. Esiste un sound preciso, il cosiddetto “Denton sound”, e i Drakulas fanno riferimento a quella scena perché anche noi veniamo da lì. Mike è sul Monte Rushmore di quell’ambiente. Aveva gli High Tension Wires con i membri dei Marked Men ed è uno dei suoi rappresentanti più importanti. I Drakulas si rifanno sicuramente a quel sound, ma per chi conosce il mio lavoro è qualcosa con cui fare i conti, perché non suona come ciò che faccio nei Rise Against.
Vale: No, è un’altra cosa, ed è proprio per questo che è bello.
Zach Blair: Grazie. Grazie. Era esattamente il punto: volevo sorprendere le persone.
Vale: Non è una copia dei Rise Against.
Zach Blair: Esatto. Se arrivano ai Drakulas passando dai Rise Against, voglio che ne rimangano sorpresi e, si spera, che gli piacciano.
Vale: Bene, ultima domanda. In realtà è veloce. Qual è il tuo album preferito di tutti i tempi e qual è un disco di una band emergente che consiglieresti? Non è facile, lo so.
Zach Blair: Non è facile. La musica è tutto ciò che mi interessa e tutto quello che faccio, quindi la risposta cambia continuamente. A volte rispondo a questa domanda e poi mi vengono in mente altri dischi che potrebbero essere il mio album preferito di tutti i tempi [ride]. Aspetta, ci sto pensando. Ho una lista e sto cercando di scegliere.
Vale: Fai con calma.
Zach Blair: Scusami, ma è proprio una bella domanda e non voglio rispondere di fretta. Ogni volta che ne scelgo uno, poi me ne viene in mente un altro e penso: “Oh no, era quello!” [ride] Da persona che ascolta musica e basta, cioè, è tutto quello che faccio, penso che la risposta debba cambiare continuamente. Bisogna continuare a scoprire cose nuove. Capisci cosa intendo? Aspetta: la seconda parte della domanda era qual è un disco che posso consigliare adesso?
Vale: Sì, una band emergente o qualcosa di nuovo.
Zach Blair: Capisco. Anche questa è una domanda davvero bella. Spero di non pentirmene, ma credo che il mio disco preferito di tutti i tempi sia Tommy degli Who. È una specie di testa a testa tra Tommy e Quadrophenia, entrambi concept album. Quindi Quadrophenia o Tommy. Direi Tommy, perché quando ero bambino mio padre era un DJ di classic rock e amava gli Who. Era appassionato del lato più pesante del genere, come i Black Sabbath e gli Who. Gli Who erano così viscerali e potenti. Detto questo, ho sempre pensato che i Beatles fossero i più grandi, non solo come band, ma come musica. Credo siano la più grande entità musicale di tutti i tempi. Non potrei scegliere un solo disco: sono i Beatles, sono tutti. Ma quel disco, Tommy, mi ha fatto impazzire quando ero bambino, perché riuscivi a capirne il concept anche a sei anni. Sapevo che il protagonista era sordo, muto e cieco, ma in qualche modo riusciva a giocare a flipper e la gente pensava che fosse una cosa incredibile, quindi lo venerava e lui diventava una specie di divinità. Era tutto lì. Era tutto già lì. E la musica era semplicemente sconvolgente. Poi lo hanno fatto di nuovo con Quadrophenia, questo ragazzino mod di Brighton con quattro personalità diverse. Forse è questo che mi ha portato ad apprezzare molto il concept: mi piace quando una band fa un passo in più e realizza qualcosa di incredibile, che non sia solo una canzone. È un qualcosa di completo che ti accompagna in un viaggio e probabilmente ha influenzato anche i Drakulas. Per ora, quindi, scelgo Tommy. Voglio dire, conosco ogni singola parola di quel disco.
Detto questo, il mio primo approccio al punk rock, invece, è stato una compilation chiamata No Wave. Credo fosse dell’inizio degli anni Ottanta, forse della fine dei Settanta, e ogni volta che ne trovo una copia la compro perché le colleziono. Sulla copertina c’è un ragazzino punk che fa surf su una tavola da surf che in realtà è un asse da stiro. La compilation era stata pubblicata dall’etichetta A&M Records, che aveva messo sotto contratto The Dickies, The Police, The Stranglers, The Squeeze e Joe Jackson, tutti artisti che ascolto ancora oggi. Mio padre portò il disco a casa dalla stazione radio e fece impazzire me e mio fratello: gli Stranglers accanto ai Police, accanto ai Dickies. Era folle. C’erano anche The Squeeze e Joe Jackson, che continuo ad ascoltare. Quindi No Wave, ascoltate No Wave. Lo colleziono ancora oggi e in questo momento sto guardando una copia incorniciata nel mio ufficio. Per quanto riguarda…L’altra tua domanda era sugli artisti più nuovi?
Vale: Sì, qualcosa di nuovo, se vuoi consigliare una band emergente o qualcosa di nuovo che hai nel tuo radar.
Zach Blair: Il mio amico Daniel Fried suona nei Radioactivity, nei TV’s Daniel, quelli a cui Franz pubblica i dischi, e nei Bad Sports. Daniel e sua moglie, Lisa Alley, hanno una nuova band punk qui ad Austin, i Mugger, e sono fantastici. Sono in tour e stanno facendo diverse cose. Non so se siano già stati in Europa, ma penso che proveranno a venire. Poiché sono miei amici e voglio loro davvero molto bene, consiglio a tutti di ascoltare i Mugger.
Vale: Mugger, segnati!
Zach Blair: E, come menzione d’onore, ci sono i Medium, M-E-D-I-U-M. Vengono da New York City. Cotter Phinney è un mio amico. Gli ho scritto perché amavo tantissimo la sua band. Anche loro hanno un concept: si dipingono la faccia e fanno tutte queste cose. Credo rientrino in quella che potrebbe essere definita la scena Egg Punk, quella degli Snooper e di molte altre band, sono sicuramente in quella direzione ma stanno facendo qualcosa di completamente diverso. In realtà volevo proporre i Medium a Simone e Franz per Wild Honey, perché secondo me sono semplicemente fantastici e una delle migliori band in circolazione. Mi avevano colpito così tanto che ho contattato personalmente Cotter e siamo diventati amici. L’ho visto di recente a New York City. Per chiunque li ascolterà su YouTube: andate a cercare il video di Total Control. È un po’ difficile trovarli su Google, quindi cercate “Medium band” insieme al titolo della canzone. Hanno molti video e fanno tutto da soli, ma lo fanno davvero bene.
Vale: Medium. Li ascolterò sicuramente. Siamo alla fine, grazie mille e scusa per il malinteso iniziale.
Zach Blair: Grazie a te! No, tranquilla, è stata colpa mia. Avevo detto le 10 e le 15. Pensavo che le 15 fossero le 15 nel tuo fuso orario. Ero convinto che fossi circa sei ore avanti rispetto a me. È stato totalmente un mio errore.
Vale: Nessun problema, grazie ancora. Ciao!
Zach Blair: Grazie a te! Ciao e a presto!





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