DROPKICK MURPHYS all’Alcatraz: report & gallery

Unica data italiana per i Dropkick Murphys: l’inizio dell’autunno si tinge di verde!
Dopo la data dell’anno scorso al Carroponte, tornano in Italia i Dropkick Murphys che, alla luce di 30 anni di attività non smettono di stupire e di creare quell’atmosfera che si può respirare solo ai loro concerti: un mix tra lotta a pugni chiusi, ballate celtiche, poghi sudati, concentrati e amicizia.
Il pubblico dell’Alcatraz trasferisce questa sensazione già in fila con le porte ancora chiuse e lo esalta al 100% quando si trova spalla a spalla sotto il palco!
Ad aprire le danze Haywire 617 e Frank Turner: due stili opposti ma di una potenza tale da caricare e caricare gli animi in attesa degli headliner.
Se gli Haywire 617 arrivano come un pugno con il loro stile diretto e dal taglio decisamente Hardcore, Frank Turner ci riporta a quella sensazione di concerto in arena con gli accendini accesi: il suo folk punk svela il lato dolce del punk, senza mancare mai di energia e coinvolgimento, soprattutto quando il suo stage diving diventa un abbraccio con il pubblico!
Si spengono le luci e si riaccendono su un pit ormai gremito e un palco nero con una sola luce bianca: la cornamusa è il segnale che si sta per esplodere la bomba. Un’ora e mezza di concerto, una scaletta di 24 brani, un pubblico in fervore che passa dal pogo, all’abbraccio, alla danza e al vogatore passando da una canzone all’altra!
Nell’audace tentativo di fare foto dal pit mi ritrovo completamente pressata tra una persona e l’altra, con la macchina in alto, la pelle sudata che scivola tra un braccio un torso nudo e la cassa toracica compressa. Impossibile non farsi coinvolgere, l’energia è alle stelle: Ken Casey canta a diretto contatto con il pubblico oltrepassando le barriere più di una volta, perché i concerti dei Dropkick sono sempre stati questo: nessuna separazione tra pubblico e band, la potenza della loro musica arriva nella misura in cui il pubblico non è presente per loro ma con loro! La stessa sensazione che si riesce a provare anche ascoltando i loro dischi con le cuffie nelle orecchie.
Un brano dopo l’altro senza mai una pausa, un crescendo che ti fa dimenticare il tempo che passa, tanto che quando tutto finisce ti sembrano trascorsi 10 minuti.
Su Rose Tattoo il senso di questo concerto si amplifica ancora di più: un attimo di calma per potersi guarda in faccia e ricordarsi quanto sia grande la famiglia Dropkick Murphys.
È così che questi trent’anni sanno ancora di prime volte, di vecchi ricordi e di nuovi da costruirne, di kilometri percorsi, di strade che si separano ma si ricordano, di quelle che si intrecciano e si rintrecciano tra loro per riportarci ancora una volta in famiglia:

I drew the tales of many lives
And wore the faces of my own
I had these memories all around me
SO I WOULDN’T BE ALONE!

 

3 comments
  1. Certo che non mi spiego ??? perché perché perché fare gli Antifa e appoggiare un imbecille che sta portando alla fame il suo paese e l’Europa intera per seguire quel pappagallo che hanno come presidente ??? mha!!!

    1. Fulvio Pinto direi che ultimamente si sta rigirando
      Un po’ tutto!!!gli americani fanno gli amici dei russi…. Per 80 anni se offendevi un ebreo eri fascista ora lo sei se non li offendi??? io non ci capisco più un cazzo

      1. Lorenzo Innocenti Onestamente anche io, comunque a prescindere non sto col pagliaccio, comprendo il limite del Russo ma fin ora i fascisti lo vedo più qui in Europa…poi li lascio definire in altre mille sfumature ma Fascisti restano. Certo è che i dkm con la storia che hanno potrebbero restare a supportare l’arruolamento dei marines negli Usa invece di venire qui a menare il belino perché hanno familia. Vabbè, è un problema mio…me ne farò una ragione?

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