Punkadeka festival 2026- MXPX

“In Your Gaze” e la libertà dell’hardcore oltre ogni gabbia

Punkadeka incontra una delle più radicali e visionarie tra le nuove band dell’hardcore italiano

I 217 arrivano al debut album In Your Gaze con un’identità maturata nella tempesta: pandemia, cambi di formazione, silenzi forzati e una rinascita creativa che oggi li porta a spingere l’hardcore fuori dai suoi perimetri più rigidi. Tra atmosfere dark, accelerazioni old-school e un immaginario profondamente critico verso il presente, la band abruzzese si muove con libertà totale, rifiutando i recinti delle “sotto-etichettature” che spesso dividono la scena.
Li abbiamo intervistati per capire come nasce uno dei dischi hardcore più personali e coraggiosi dell’anno.

LINK ALL’ALBUM:
https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_npf4Zrfn5wa1EwQ_oK_E8mDeRZl8qoXMU

GUARDA IL VIDEO “YOU CAN GET RID OF THE PAST!”: https://youtu.be/iqA6p7LetFM

 

 “In Your Gaze” mostra una band che parte dall’hardcore old-school ma si apre a influenze dark, alternative e persino oniriche. Quanto è stato naturale (o necessario) spingervi oltre i confini dell’hardcore tradizionale senza perdere l’attitudine che vi ha sempre contraddistinto?

Tutto era già presente in noi al momento della scrittura di In Your Gaze, quindi il processo di composizione dei brani non ha risentito forzatura alcuna. L’old school come base e tutte le influenze da te citate come altezza: un processo spontaneo al 100%.

 

 Il disco affronta temi come solipsismo, alienazione e individualismo in una società schiacciata dal capitalismo. Quanto pensate che oggi sia ancora possibile fare hardcore “consapevole”, capace non solo di urlare contro qualcosa, ma di proporre uno sguardo critico e personale?

È una domanda molto difficile. Ad ogni modo, se si decide di suonare hardcore — se si arriva ad esso — nelle persone dovrebbe teoricamente già esserci la predisposizione alla critica sociale o al taglio contestatorio come motore primo. Attenendoci a questo postulato romantico, le possibilità sono ancora molto alte. Se invece si arriva all’hardcore perché “è bello suonare un genere tra i generi”, allora le possibilità diminuiscono. Ma preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno.

 

 Il vostro percorso è passato attraverso una pandemia, cambi di formazione e momenti di incertezza. In che modo tutto questo ha influenzato il suono e la direzione emotiva del nuovo album? È stata più una rinascita o un assestamento?

È stata una rinascita senza se e senza ma. Dal momento in cui ci siamo ritrovati insieme — metà band dalla pre-pandemia e l’altra metà arrivata post-Covid — eravamo pienamente padroni di noi stessi, arricchiti dei nostri mezzi espressivi, emotivi e tecnici. L’oblio forzato ci ha dato il tempo di capire quante cose avessimo ancora da dire con la musica dei 217. Bene così.

 

Siete partiti da influenze come Slapshot e Judge, ma oggi nella vostra musica si percepisce un mondo molto più ampio: dai Bad Brains ai Bauhaus, da Snapcase ai Melvins. Qual è stato il criterio che vi ha guidati nella costruzione di un’identità così ibrida ma allo stesso tempo riconoscibile?

Abbiamo semplicemente dato voce a quel mondo più ampio di influenze che vive dentro di noi e che non poteva rimanere a tacere. In fase di arrangiamento siamo stati attenti a non risultare dispersivi, concentrandoci anche sulla forma-canzone in base ai nostri gusti.

 

 L’underground hardcore italiano ha sempre avuto una forte identità, sia sonora che politica. Sentite di appartenere a una tradizione o pensate di star forgiando una strada vostra, magari meno codificata e più personale?

I 217 rientrano nell’hardcore, ma rifiutano categoricamente la chiusura in caste rigide, programmatiche e fashion. In Italia, adesso, o sei Oi, o sei Breakdown o sei Emo. I 217 non sono interessati ad alcuna categorizzazione, non hanno bisogno di sicurezze e nemmeno di un pubblico univoco. Le sotto-etichettature in ambito hardcore sono diventate noiose, settarie e divisive. La nostra musica invece è dedicata a chi sta cercando di sentirsi libero, lontano dalla rigidità delle imposizioni ma senza spegnere il faro della rabbia hardcore.

 

 Il vostro EP d’esordio è stato molto apprezzato nella scena underground. Con un full-length così diverso e ambizioso, che tipo di reazione vi aspettate dalla vostra fanbase storica e dalle nuove persone che vi scopriranno?

Se mettiamo a confronto i due dischi, credo si possa percepire una linea di continuità: nel primo EP certi elementi erano timidamente accennati, mentre in In Your Gaze c’è la piena realizzazione di quei semi. Credo che gli appassionati di hardcore/punk rimarranno piacevolmente colpiti: In Your Gaze è un disco all’85% old school, anche molto più veloce del primo. Ai concerti vediamo gente presa bene darci parecchi feedback positivi, sia le nuove leve che la fanbase storica.

 

Guardando ai live: siete sempre stati una band molto fisica e diretta. Con le nuove atmosfere del disco pensate che il vostro approccio sul palco cambierà? Ci sarà spazio per una dimensione più “esperienziale”?

Il nostro approccio live varierà da concerto a concerto, senza che nulla venga pianificato a tavolino. I movimenti seguiranno le intenzioni comunicative dei testi, e le continue gestualità incomprensibili si susseguiranno in base al nostro umore. La fisicità sarà sempre presente, al primo posto, in tutte le sue infinite combinazioni esperienziali: libere, astratte, indeterminabili.

 

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