- La scena torinese rappresenta un faro nel mondo dell’hardcore italiano, ma non solo. Voi che siete nati nei primissimi Anni 90, cosa avete acquistato dalla scena sabauda dei meravigliosi Anni 80? E cosa pensate di aver donato alla suddetta scena?
Ho scoperto l’hc alla fine degli Anni 80. La solita storia dell’amico che ti passa qualche disco. Lo Spirito Continua dei Negazione è stato l’album che a me personalmente ha ispirato di più. È stato pazzesco pensare che proprio a Torino, oltre ai Negazione, c’era un sottobosco di band che facevano la stessa roba. Kollettivo, V braccio o gli Indigesti per citarne alcuni (avevamo 14/15 anni). Nel momento in cui ci siamo trovati per la prima volta in sala per creare brani è stato naturale prendere spunto da quegli ascolti. Abbiamo mantenuto la velocità di quelle band, i riff semplici e immediati così come i testi. A posteriori mi rendo conto che le prime registrazioni erano davvero “immature”, eravamo veramente giovani e inesperti. Ma a noi interessava andare solo “più veloce”, punto.
Non saprei dire cosa abbiamo lasciato. Non abbiamo inventato nulla. Forse l’unica cosa che più emerge dal nostro piccolo percorso è un’evoluzione musicale. Sì, forse ci piacerebbe aver lasciato l’idea che, pur rimanendo nel genere, una band può evolversi. Può trovare nuove modalità di comunicare con la stessa attitudine, sfruttando la personalità di ogni componente del gruppo. Rendendo così la band unica e riconoscibile.
- Cosa vi ha spinto a rimettervi in moto dopo così tanti anni?
Sono diversi i motivi. Una scusa per ritrovarci, siamo tutti estremamente rapiti dalla nostra vita privata che vedersi anche solo per una birra passano gli anni. Un po’ per quel bisogno di divertirsi sul palco come qualche anno fa. Un po’ per metterci alla prova e vedere se alla nostra età ci stiamo ancora (un po’) dentro.
- Festeggiate i 25 anni di Conversazioni, un disco che ha rotto tanti schemi: che valore ha per voi oggi?
Conversazioni per noi è il disco che ha cambiato tutto. È il disco che mentre lo registravamo non sapevamo bene che cazzo stavamo facendo, ma a noi piaceva. Ed è stato bellissimo concepirlo, senza troppe regole o cliché. Coadiuvati dall’immancabile Tino Paratore al banco, è il disco dove abbiamo “vomitato” più idee. La sostituzione di Alfo con Gigio non ha fatto altro che enfatizzare il nuovo percorso, che si è poi definito in maniera più consapevole con Riflessioni.
- L’unica data lombarda della reunion è proprio il Punkadeka Festival. Che rapporto avete con Milano e la sua scena?
Milano è stata la città nella quale andavamo a portare i dischi in conto vendita da Zabriskie Point o al negozio nel sottopassaggio (Mariposa?), da Riot Records e altri che davvero non ricordo. Si andava a vedere concerti o a farli. Quindi la si frequentava molto. Si parla comunque di molti anni fa ormai. In questi ultimi anni alcuni di noi hanno proseguito con vari progetti musicali un po’ più distanti dall’hc allontanandoci dal giro milanese (e non solo quello milanese), ma non vediamo l’ora di risuonarci. È sempre stata una città importante per noi.
- Il futuro degli Arturo va oltre questa reunion o è solo un colpo di coda con stile?
Sinceramente non lo sappiamo. Nei vari viaggi in furgone in questi ultimi tempi abbiamo parlato di un sacco di cose. Fare un disco nuovo? Registrare nuovamente Conversazioni in versione big band, con sezione fiati, violini, contrabbasso e pianoforte con un po’ di amici di Torino. O smettere definitivamente. Insomma, tutte le piste sono aperte.
- Che temi vi stanno più a cuore oggi e come sono cambiati rispetto agli inizi?
Minchia…la domanda. Cosa devo dirti? Sto guardando immagini su immagini di una strage (neanche l’unica) che non accenna a smettere. L’emblema della disfatta politica e diplomatica dell’essere umano. Se dico basta guerre sono troppo Miss Italia?
- Il momento più bello e il più tragico di un vostro tour?
Andare in tour è sempre bello, anche quando ti spaccano il finestrino del furgone per rubarti le cose. Credo di aver risposto a tutti e due i punti in una frase sola.



