- Cosa significa per i Derozer essere sempre sulla cresta dell’onda dopo più di 30 anni di attività?
È una sensazione davvero fantastica, suscitare dopo tanti anni ancora così tanto entusiasmo è fantastico. Significa che negli anni abbiamo costruito qualcosa di davvero speciale.
- I vostri testi affrontano spesso temi sociali e politici: cosa cercate di comunicare oggi, e come è cambiato il vostro approccio dagli inizi?
A vent’anni scrivi da ventenne, a cinquant’anni da cinquantenne, tutto qui. Cerchiamo sempre di fare in modo che la gente riesca a leggere tra le righe e a vedere oltre, perché spesso è lì che si cela la verità.
- Qual è il vostro/i pezzo/i preferito/i? Quello che quando lo suonate vi provoca le emozioni più forti
Chiaramente ogni pezzo è un figlio, quindi gli vuoi bene a tutti. Tuttavia, Vento, Vecchio Punk, Fedeli Alla Tribù, Straniero suscitano spesso un’energia incredibile che si trasmette ovunque.
- Avete suonato spesso all’estero, come si differenzia l’esperienza rispetto ai live in Italia?
Ti dirò, fino a vent’anni fa c’era un abisso, ora non più. Chi fa musica ha capito che per avere un buon concerto ci vogliono tanti ingredienti, tra cui quelli tecnici, dell’hospitality etc. Quindi il gap si è praticamente appianato.
- Raccontateci di qualche differenza culturale nella gestione dei concerti o nella reazione del pubblico.
Sulla gestione dei concerti ho risposto prima, la reazione del pubblico invece cambia parecchio. All’estero ciò che suoni deve “filare”, il testo passa chiaramente in secondo piano, quindi se vuoi far breccia devi avere pezzi che funzionano. Se le canzoni non funzionano, all’estero la gente va al bar. Suonare all’estero per noi è sempre stato un ottimo modo per testare i nuovi brani.
- Il 28 Maggio avete suonato per la prima volta negli Stati Uniti. Il punk italiano è pronto per andare oggi oltreoceano, nei luoghi in cui è nato?
Assolutamente sì, la nostra esperienza è stata incredibile, abbiamo diviso il palco con una band di Manhattan e una di Brooklyn e ti assicuro che per una volta gli americani sembravamo noi. Band come Peawees e Manges potrebbero tranquillamente fare i professionisti negli USA.
- Nel panorama punk italiano ci sono nuove giovani band che vi hanno sorpreso negli ultimi anni?
Mi piace molto l’attitudine di band come i Sempre Peggio o i Sacro Cuore. Non sono certo di primo pelo ma attorno a loro vedo giovanissimi che grazie a loro si rasano i capelli o si fanno la cresta. C’è ancora speranza.
- Quest’anno ricorre il 30 anniversario del vostro primo album Bar: arriverà qualche bella sorpresa per l’occasione?
Bar è uscito di fatto a fine dicembre del 1995, quindi sarà celebrato nel 2026. Ci stiamo lavorando.
- Dal vostro ultimo album Passaggio a Nordest sono passati 8 anni, state lavorando a qualcosa di nuovo?
Assolutamente sì, uscirà qualcosa prima della fine dell’anno e poi continueremo nel 2026.
- Dopo oltre 30 anni di musica, cosa significa ancora per voi essere “Rozzi”? Come vivete ancora oggi la passione per il punk?
Rozzi, uno stile di vita, siamo nati rozzi e da rozzi ce ne andremo. Come musica, attitudine e stile di vita, il punk è una delle cose che ancora più ci appassiona e ci accomuna. Certo con gli anni e l’esperienza aumenta anche il senso critico, ma siamo convinti che come successo più volte nel passato, sarà il punk a mondare il mondo dalla musica e dalle attitudini di merda.
- Qual è il valore di avere una scena indipendente solida in Italia? Dove avete visto crescere di più l’attitudine punk?
Negli ultimi due anni abbiamo avuto la fortuna di partecipare ad alcuni festival assolutamente genuini per quanto riguarda la scena punk più indipendente, Questa è Roma, il Rozz Fest a Taranto e il Monorama a Parma. Devo dire che la situazione è davvero ottima. Siamo assolutamente fiduciosi per il futuro della scena punk nazionale.



grandissimi! Salute da São Paulo