Ironia, vecchia scuola punk italiana, amicizia e tanta attitudine. I Libidine raccontano il loro modo di vivere la musica, le storie assurde dietro alcune canzoni, le influenze che li hanno formati e cosa significa oggi sentirsi parte della scena.
Nei vostri brani convivono momenti molto diretti e aggressivi con una certa ironia quasi “alla vecchia scuola” del punk italiano. Quanto è importante per voi non prendersi sempre troppo sul serio?
La vecchia scuola del Punk Italiano pensiamo sia il nostro punto di riferimento, band come le Pornoriviste è innegabile che siano fonte di ispirazione.
Il fare le cose fatte bene ma prendersi non troppo sul serio è importante, esprimere concetti anche a volte profondi ma comunque facendolo in modo leggero, non troppo “preso male” è importante per noi.
Anche il non prendersi troppo sul serio a livello personale, crescendo o invecchiando, è importante: continuare a divertirsi facendo musica e non prendersi mai troppo sul serio.
C’è una canzone dei Libidine che ha una storia particolare dietro, magari nata da una situazione assurda o da un episodio che vi è capitato?
Di situazioni assurde ne sono capitate tantissime, solitamente le canzoni vengono da fatti o situazioni vissute in un passato più remoto.
Ad esempio la canzone “Marisa” è nata da un amore platonico per una donna rappresentata su una vecchia cartolina trovata in una biblioteca smantellata. Marisa è in realtà la musa di Tampieri, un pittore romagnolo del ‘900, rappresentata in diversi quadri.
Oppure “La merenda dei campioni” parla di merende alcoliche ma durante gli anni dell’asilo, quindi pieni anni ’90, nel mentre ci si guardava Spiderman su Italia 1 e la Zia Pina si dimenticava sempre di annacquare il vino.
Se doveste descrivere un concerto dei Libidine a qualcuno che non vi ha mai visto, quali tre parole usereste?
Innanzitutto chi non ci ha visto ci deve venire a vedere perché poi beviamo insieme le birrette al bar, comunque in 3 parole un nostro concerto:
Coinvolgente – Diretto – Caotico
Cosa vi fa ancora sentire parte di una scena?
Far parte di una scena probabilmente è avere amici in ogni parte d’Italia ed essere legati tutti dallo stesso sentimento per questa musica.
Purtroppo per noi gli anni ’90 sono passati da un pezzo, quando il nostro genere era al top, però è importante vivere il proprio tempo al massimo e non farsi prendere da inutili nostalgie.
Quindi nel nostro piccolo possiamo confermare che le amicizie, le birre, gli scambi data tra band ecc. sono cose che continuano ad esistere. I rapporti umani formano la scena, i dischi che continuano ad uscire in continuazione, i festival come il Punkadeka Fest, queste sono le cose che formano la scena.
Ma sempre attenti alla “PUNK POLICE” (risatone).
Qual è la cosa più importante che avete imparato dall’essere in una band?
Essere in una band è un po’ come essere in una relazione, ci vuole passione per quello che si fa, rispetto per gli altri componenti della band e ognuno deve cercare di dare il massimo nel ruolo che ricopre.
Anche sostenersi nei momenti difficili di ognuno e cercare di essere amici prima che una band.
Senza la musica e il suonare in giro saremmo persone diverse e ci saremmo annoiati molto di più sicuramente.
Quale disco o artista ha cambiato il vostro modo di vedere la musica e perché?
Dischi e artisti che hanno cambiato le nostre vite sicuramente tanti, ascoltando tantissima musica e di generi diversi, le influenze sono infinite, ognuno di noi ha dato la sua risposta:
Jek – Penso a Rino Gaetano per essere il cantautore del popolo, una persona vera che ha sempre raccontato la verità dell’Italia e gli italiani della sua epoca, il modo di cantare fuori dalle righe e lo sbattersene alla grande del giudizio degli altri.
Pondo – I Bring Me the Horizon, nonostante abbiano iniziato con un genere di musica, si sono evoluti andando incontro a molte critiche ma guadagnando anche molta più fama, trovando un loro posto sul mercato musicale.
Nico – I NOFX, in particolare l’album “Punk in Drublic”, è semplicemente perfetto e mi faceva provare sensazioni indescrivibili e nascondeva le russate di mia nonna quando andavo in vacanza con lei.
Liuk – I Green Day, in particolare l’album “Insomniac”, perché appena ascoltato era energico e non riuscivo a farne a meno, era semplicemente diretto e perfetto.
Se tra vent’anni qualcuno dovesse ricordare la vostra band per una sola cosa, quale vorreste che fosse?
Essere ricordati per una cosa sola non sarebbe di per sé positivissimo, ma pensiamo alla presa bene e alle seratone passate a suonare davanti ai nostri amici, sicuramente saranno i ricordi più belli.
Le canzoni invece rimarranno per sempre, per fortuna, e speriamo abbiano lasciato il segno nelle giornate di chi le ha ascoltate.
Qual è la convinzione sul punk che avete oggi e che non avevate quando eravate ragazzini?
Il punk da ragazzini si viveva con un alone di mistero e di ammirazione verso le band famose, verso i musicisti della scena internazionale e italiana. Era tutto più vissuto intensamente, forse perché ancora non si era veramente all’interno di una scena e del meccanismo band, concerti ecc.
Si andava ai concerti in motorino, in treno, in triciclo, con qualsiasi mezzo a disposizione, si pogava, si sudava da matti e ci si beveva anche l’acqua delle pozzanghere.
Ora il tutto lo si vive con più consapevolezza, più dall’interno, magari cercando di lasciare in prima persona un’impronta sul Punk odierno e su quello che verrà.
Ognuno ha la sua visione sul Punk, l’importante è fare sempre tutto nella maniera più sincera possibile e con tanta tanta attitudine.
Qual è il messaggio o il valore che sperate arrivi al pubblico dopo il vostro concerto al Punkadeka Festival?
Il messaggio che speriamo arrivi al Punkadeka Fest è che suoniamo col cuore e che crediamo nelle nostre canzoni, che siamo una band vera che crede nella musica prima di tutto.
Poi speriamo di tirare giù tutto e che la nostra energia arrivi il più possibile a chi ci sta ascoltando.



