Intervista ai TALCO: “Punkadeka e’ un’oasi che si e’ mantenuta genuina negli anni”

Vent’anni di Talco, un nuovo album in arrivo e un tour che si chiude proprio a Milano, sul palco del Punkadeka Festival. In questa lunga intervista, Dema ripercorre la storia della band, racconta il significato di Freek e non risparmia critiche alla scena musicale e politica italiana: dal rapporto con l’industria indipendente alla perdita di autenticità dell’impegno, passando per Genova, Palestina e il ricordo di Ruvido.

Possiamo dirlo: era ora, diamine! Con la data del Punkadeka Festival chiudete il tour dei vostri vent’anni. Che bilancio fate di questo lungo viaggio?

Come bilancio sui 20 anni di Talco, facilissimo dato che mi sarei aspettato un disco, “Tutti Assolti” e una manciata di concerti: ogni cosa capitata dopo la vedo come un regalo. Il fatto che questi regali stiano continuando ad arrivare è un privilegio, frutto di lavoro e anche di circostanze favorevoli. Ci hanno detto spesso che se fossimo nati cinque anni prima, avremmo fatto forse un percorso migliore in Italia, ma più che un rimpianto lo vedo come quasi provvidenziale, per quanto mi avrebbe fatto piacere fare qualcosa di più a casa nostra. Nascere in un periodo in cui il punk-rock stava cadendo nel dimenticatoio, ci ha permesso di andare all’estero, che è stata la nostra fortuna.

C’è sempre qualcuno che sostiene che tutto fosse meglio prima. Magari fra qualche anno ci saremmo anche noi, a parlare dei tempi andati, senza pensare alle circostanze che hanno reso quei tempi memorabili per noi. Perché pensare che siamo noi con i nostri talenti a decretare il destino, è davvero la cosa più ottusa che si possa pensare. È un fatto di ambiente circostante, un momento “giusto” che permette alle persone che credono nel proprio lavoro di farsi strada.

Ho conosciuto un miliardo di bands più brave della nostra, che magari hanno fatto meno di noi, i motivi possono essere moltissimi. Non sono modesto, conosco i nostri valori morali e lavorativi, so quello che abbiamo fatto, ne vado fierissimo. Ma rimpinzarsi l’ego per dire “io ce l’ho fatta quindi valgo di più di voi”, in un clima di competitività o autoerotismo è la cosa più squallida che possa esistere, cosa di cui ne faccio a meno facilmente, perché sono paranoico quanto ad autostima nel chiedermi se ce l’abbiamo davvero fatta.

E proprio perché sono paranoico, avevo il terrore che il tour dei 20 anni andasse male: anni di pandemia che hanno fatto invecchiare e cambiare abitudini a molta gente, scene che cambiano ecc. Assistere ad un’affluenza del genere, tanti sold-out, con la data a volte raddoppiata, mi ha lasciato sorpreso e orgoglioso.

Quindi la strada va avanti con tutte le esperienze fatte e le persone incontrate, e il finale è una bella ciliegina sulla torta al Punkadeka Fest. Finire in Italia sa di ritorno a casa, l’Italia rimane un paese davvero complicato per la musica indipendente, pieno zeppo di mele marce che si fanno chiamare promoter, che se si facessero da parte invece di pontificare su come si fa la musica in Italia dall’alto del proprio clientelismo spaghetti alternativo, forse riusciremmo tutti a fare qualcosa di buono. Punkadeka è un’oasi che si è mantenuta genuina negli anni, sarà una bella serata davvero.

Tra pochi mesi uscirete con un nuovo disco, anticipato già da due singoli. Cosa rappresenta Freek? Cosa dobbiamo aspettarci?

Freek è il mio disco preferito dei Talco, logico, è l’ultimo… e chi scrive lo dice sempre. Però lo penso sul serio. Non ne faccio un discorso artistico, musicale o che altro, quello lo deciderà chi lo ascolta. Lo dico per quello che ha significato per me.

Freek è un album molto meno autobiografico di quello che sembra, proprio perché ho sempre mal sopportato parlare esclusivamente di me stesso su una canzone, con un fine che potrebbe essere sì costruttivo, ma prende sempre la strada dell’autostima o autocommiserazione, due facce della stessa medaglia che portano a una sola cosa: l’egolatria.

Per carità, l’autenticità di un messaggio per me nasce dallo scrivere prima di tutto per se stessi, in fondo se scrivessi per guadagnarmi un consenso facile, parlerei per slogan e ripeterei gli stessi argomenti di “Tutti Assolti”. Proprio per questo Freek è esattamente il bilancio di una vita che va oltre i Talco che che li ingloba in una riflessione, magari limitata, ma sincera.

Dopo un mese circa in cui avevo scritto la maggior parte delle canzoni, sono passato alle tematiche, riascoltando i nostri album passati per tirare le somme e indirizzarci su una riflessione che non risultasse datata, un copia incolla di cose già dette e ridette.

Arrivato a Gran Galà, qualcosa mi stava colpendo. Era un periodo della mia vita in cui non ero più ottimista sul futuro e l’ambiente di cui avevo scelto di far parte mostrava delle crepe. Così, accanto a un critica alla “fazione” opposta, iniziavo a sentire qualcosa di irrisolto anche nella mia “virtuale barracata”, come se fosse stata fagocitata da quel clima di superficialità estetizzante che stiamo vivendo proprio adesso.

San Maritan è stata la prima canzone che ha sdoganato queste riflessioni, la critica alle ideologie, compresa quella populista che riempiva le piazze al grido di “uno vale uno”, uno degli slogan più sciagurati della storia recente, perché giustificava l’incompetenza – con allusioni benaltriste… e allora loro sono competenti? – inserendola in un qualcosa di puro e incontaminato, ossia il famoso sognato avvenire, l’utopia dell’incompetenza al potere.

Poi è arrivato Silent Town, una metafora della resistenza dimenticata, in un paese immaginario, dove avevamo inserito un personaggio, il Sombra, un conformista che sfruttava il sentito dire per fare spettacolo per un pubblico ammaliato da questo marketing dello slogan banale.

Cominciavo finalmente ad emanciparmi dalla paura di dire quello che pensavo pur condividendo le idee di chi criticavo, ma lo criticavo proprio perché credevo proprio in quelle idee, e le vedevo usate, più o meno egoicamente, come strumento di mercato del combat, più che abbracciate con sincerità.

E quindi mi sembrava naturale scrivere una canzone come Descarrila, la locomotiva che era ormai deragliata proprio a causa di quella prepotente vanità di chi si sente degno di mettere le briglie ad un mondo variegato, facendolo parlare con le proprie parole e riducendolo a un museo di soldatini…

Freek è proprio figlio di queste riflessioni: è un’esperienza personale, un po’ romanzata, in chiave onirica, una gara di nuoto in una piscina, da cui il protagonista sogna di uscire per abbracciare il mare aperto. Per uscirne però dovrà staccarsi dall’immagine che gli altri vogliono di lui e finire nel dimenticatoio, accettando la solitudine. Sembra una sit-com da ragazzini detta così, ma in realtà ci ho messo 6 anni di appunti, e esticazzi, mi dirai, se questo è il livello ahahaha!

Se dovessi riassumerlo, è la storia di D. immerso in una gara di nuoto non sua, che canzone dopo canzone, vagheggiando su un passato onirico fatto di scelte, prese di posizione, e bisogno di accettazione, perde sempre di più il contatto con il suo personale sogno del mare aperto, omologandosi ad un pensiero imposto per venire considerato parte di qualcosa o qualcuno che quel mare lo vede solo in in acquario, autocompiacendosi.

Poche settimane fa oltre tremila persone si sono ritrovate per rendere omaggio a Ruvido, una figura che ha incarnato lo spirito della scena punk. Sul palco, però, mancavano i Talco. Ve lo chiedo senza giri di parole: perché avete deciso di non esserci? Questione di calendario o di qualcuno che si è perso il vostro invito?

Quale risposta vuoi? La diplomatica o quella senza filtri? Te le dico entrambe perché sono in bilico tra le due considerazioni.

Eravamo in tour con date fissate da mesi e forse gli organizzatori, vedendo il calendario, non ci hanno scritto direttamente. E questo è quello che spero. Vero che sono 20 anni che qualche collega la fa fuori dal vaso con noi, bofonchiando qualche falsità di troppo, forte del fatto che ci facciamo i cavoli nostri e non rispondiamo, ma sono passati 20 anni, spero che sti discorsi siano relegati a periodi di pubertà, non ad ambienti maturi.

Probabilmente non valiamo niente in Italia e ce ne facciamo una ragione senza problemi, probabilmente nessuno di quelle realtà ci considera parte della scena, appunto essendo venuti dopo e avendo fatto questo percorso in altre situazioni o scene musicali, e anche qui ce ne facciamo una ragione.

Ci tengo solo a dire che non si trattava di musica, di agognare un concerto con la bava alla bocca, ne facciamo comunque una sessantina all’anno, si trattava di ricordare una persona che per i Talco ha significato molto, perché è stato uno dei pochi amici sinceri incontrati nella scena italiana e non solo, un mondo che a sincerità lasciamo perdere, e ho sofferto molto per quella brutta notizia, quando mi era stata data.

Abbiamo vissuto qualche anno assieme, e ci siamo dati anche manforte l’anno scorso per un amico in comune. Non esagero se ti dico che non ho mai sofferto così tanto per qualcosa legato al mondo a cui appartengo con i Talco come quando ho appreso del Ruvido.

Perché è stato un amico sincero, prima che un collaboratore del tour dei 10 years. Perché era fuori da certe dinamiche di invidia o chiacchiere, perché ci voleva bene veramente e noi gliene volevamo altrettanto.

Quindi la riposta senza filtri è che, da veneto doc, ho tirato giù delle madonne. Non perché abbiamo perso l’occasione di suonare davanti a tot persone, di quello sinceramente abbiamo la fortuna di goderne sufficientemente, sperando che duri il più possibile. Ma perché nessuno ha potuto pensare che ci avrebbe fatto piacere presenziare al ricordo di un amico.

Quindi spero che nessuno si sia fatto sentire perché ha visto il calendario e avevamo il tour già fissato proprio anche in quel weekend.

I Talco sono nati e cresciuti in un momento in cui far parte di questa comunità significava anche avere valori e posizioni chiare su politica e società. Quest’anno ricorrono i 25 anni dal G8 di Genova, dall’assassinio di Carlo Giuliani e dalle violenze di Diaz e Bolzaneto. Eppure oggi sembra prevalere il silenzio. Come te lo spieghi? Come è possibile che su Palestina e il ritorno strisciante del fascismo, tranne pochi casi, nella scena nessuno ne parli?

Perché su tanti argomenti, specie sulla Palestina, c’è un sacco di pavidità, non parlo dell’Italia soltanto. Noi per i tedeschi siamo degli antisemiti perché non c’è differenza tra sionismo ed ebraismo per loro. E in Germania c’è chi pur di suonare sorvola sull’argomento.

Poi naturalmente c’è modo e modo di parlarne, si tratta di un evidente e sistematico genocidio, ma c’è modo e modo. E con questo intendo… possibile che poche persone si pongano in discussione sul fatto di cercare di essere il più informate e profonde per poter parlare di determinate cose?

Ormai c’è il kit del ribelle livello principianti, la zona di comfort in cui basta recitare un copione, e ti senti militante.

Sul prendere posizione oltretutto c’è stata una polemica di recente sulle dichiarazioni di De Gregori, che tanto per sentirmi calpestatore di merde quotidiano, è il mio cantautore preferito: quello che non condivido di De Gregori (e sticazzi) è fare confusione sue due cose differenti…

Per quel poco che ho potuto fare nella mia vita musicale, credo nello scrivere su ciò che mi sta a cuore, e se questo vuol dire prendere una posizione, non è certo per insegnare, è solo un bisogno di esprimere con sincerità qualcosa per cui provo qualcosa di intenso.

Confondere la presunzione di ammaestrare le masse con prendere una posizione per me è fuorviante.

E dico questo nonostante la mia convinzione sul fatto che non ci sia da insegnare a nessuno cosa stia succedendo in Palestina, che semplicemente chi non lo vede sia un animale, ma è un sentimento che mi piacerebbe mettere in rima, non certo un espediente per ergermi a capo popolo.

Per questo trovo sbagliata l’uscita di De Gregori, che dal canto suo ha scritto canzoni sulla guerra che quasi tutti quelli che lo criticano se le sognano.

E qui torniamo a quello di cui si parlava prima: se prendiamo d’esempio quelli che per il grande censore del web prendono posizione nella musica, ne butterei giù dalla rupe l’80%, perché tutto ciò che è amore sincero per la verità, si è tramutato in slogan retorico a caccia di visibilità sulla rete e sui palchi…

Il discorso politico sgrammaticato da bambino dell’asilo ai concerti, per imbonirsi il pubblico affamato di un discorso con l’abaco, che prende nota sulla lista “lui è dei nostri”…

Ci siamo tutti ridotti ad un marketing superficiale dell’impegno e della visibilità, che ha snaturato argomenti sui quali bisogna mettere sensibilità e profondità, non un biglietto dei biscotti della felicità.

A 25 anni di distanza possiamo dire che chi era in piazza a Genova era dalla parte giusta della storia. Sul sangue dei manganelli di Genova però si spense poi la fiamma dei movimenti. Pensi che quei fermenti possano tornare ad animare le piazze e portare al cambiamento? O appartengono ad un’altra epoca e generazione?

Secondo me possono tornare, ma c’è bisogno di guardare anche ai propri errori e lasciare spazio e libertà a chi, quegli errori, spero non li faccia, ma in caso sia libero di farli, come lo siamo stati noi.

Quando penso alla morte della mia generazione, logicamente penso soprattutto a Genova, alle immagini della Diaz e Bolzaneto che mi hanno dato una sensazione di quasi definitiva impotenza, oltretutto da convinto nonviolento. Ho pensato banalmente che lo stato potesse sempre e comunque vincere, di lì certo è partita la disillusione.

Però ti dico con triste sincerità che quello scempio l’avevo considerato una sconfitta, in quel momento, non la morte della mia generazione. La morte l’ho vista dopo, purtroppo ad opera “nostra”.

Quando chi si era arrogato il ruolo di imbrigliare con prepotenza quel mare variegato, ha causato un reflusso su sempre più piccole oasi artificiali, in conflitto tra loro per il trono del movimento, allontanando sempre di più, con i propri atteggiamenti, le persone dall’impegno attivo, lì ho capito che era finito tutto.

Perché ho visto manifestazioni in cui i manifestanti si menavano fra di loro, pur partendo da un’idea comune e con gli stessi intenti. Lì ho visto la fine. Prima feriti gravemente da qualcuno altro e poi soffocati dagli amici.

Ed è un qualcosa di cui non si parla mai. Fino a che queste vecchie oasi o riserve si arrogheranno chissà quale diritto di guidare le masse, un movimento non potrà svilupparsi genuinamente.

Sono troppo anarchico? No, credo di essere sono semplicemente vecchio e disilluso, ma sulla mia generazione, non su quella nuova, di cui non so molto se non superficialmente per un semplice motivo: sono diventato io parte della generazione precedente, ora, e non voglio essere come quelli che criticavo.

Il vostro nuovo album uscirà in un anno elettorale. L’Italia appare sempre più polarizzata, una destra sempre più nostalgica di valori neri e una sinistra che fatico anche a definire se non imbarazzante. La musica può ancora contribuire a costruire coscienza critica? O siamo destinati a continuare questo declino etico sociale?

Non lo so, ti ripeto, sono veramente confuso, vedendo anche la nostra piccola esperienza. Ci spero, anche se non mi sento all’altezza di ergermi a maestrino, continuo a cercare un riflessione su temi che mi stanno a cuore.

Poi però scrivi “Corri” o “L’Odore Della Morte”, “Muro Di Plastica”, non certo all’altezza dei grandi maestri a cui ti rifai, ma comunque con una presa di posizione netta, sei abituato da 20 anni a suonare senza pause, e magari non pubblicizzi troppo cosa fai in privato su determinate tematiche, poi la gente ti ammonisce sul fatto che avresti dovuto fare un comizio prefabbricato ad hoc si instrada… e ti chiedi: la musica può costruire coscienza critica? Magari sì, ma non su queste persone mi sa.

Quello che vedo ormai è un violentare delle idee belle, profonde, spogliandole, e dandole in pasto a uno sfrenato marketing musicale, che sta rendendo quelli ideali sempre più innocui.

Tra le influenze maggiori che ho avuto scrivendo questo concept ci sono due filosofi: Zizek e Horkheimer.

Zizek parla di buffoni di corte che smascherano le menzogne dell’ordine vigente, ma in modo tale da sospendere l’efficacia sociale del suo discorso. Non c’è modo migliore per definire l’uso dell’impegno che viene fatto ultimamente a livello di musica.

Non si può certo fare di tutte un’erba un fascio eh, ci mancherebbe altro. Caparezza secondo me è il migliore esempio di musica che fa riflettere, è il genio che non ci meritiamo.

Non ci meritiamo perché mettiamo un Caparezza sullo stesso piano del furbastro pieno di sé, che spara due slogan a salve per vedere chi abbocca e gli dica quanto un vero ribelle sia.

E la spiegazione di tutto ciò ma la da Max Horkheimer: per l’individuo c’è solo un modo di farsi strada nel mondo, attraverso l’imitazione, il copiare i tratti dei gruppi di cui entra a far parte, rinunciando a qualsiasi velleità personale, pur di essere membro di qualcosa che gli permetta di sopravvivere.

Deve quindi il suo successo e la sua esistenza al mimetismo.

Bel pippone ahahaha ti chiedo scusa, ma sempre meglio che accendere la tv, gasarsi di fronte al buffone di corte che cita l’argomento del momento in diretta nazionale, perché guidato dalla propria etichetta a dire proprio quello, mandando per l’ennesima volta a puttane un’idea che merita molta più attenzione e passione.

E non riuscire a distinguere un ruffiano scappato di casa in cerca di fama da un’opera d’arte come un disco di Caparezza.

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