- Essere una punk band nel sud Italia è sempre stato molto complicato, per innumerevoli ragioni, ma gli RFC sono riusciti a resistere alla geografia conquistandosi un seguito anche al nord: questa situazione continua ad essere uno stimolo in più per voi?
Assolutamente sì, sapere che c’è tanta gente che vive a centinaia di km da noi e che ascolta la nostra musica e che, soprattutto, fa tanta strada e sacrifici per venire ai nostri live è una grandissima soddisfazione che ci stimola ancora oggi e ci riempie d’orgoglio.
- Perché il punk del sud Italia spesso non conquista completamente la penisola? Secondo voi c’è un motivo? Proposte?
I motivi sono svariati. I fenomeni musicali sociali seguiti per la maggiore al sud sono tutt’altri.
Mancano palchi, luoghi dentro i quali poter praticare il messaggio punk rock che professiamo. Vorremmo ci fossero più realtà, iniziative e festival che promuovano la nostra sottocultura. Spesso siamo stati anche promotori di alcuni eventi all’inizio della nostra carriera ma nonostante i tanti sacrifici, l’interesse per questa musica è sempre stato scarso…ma la speranza è sempre viva.
L’unica speranza è che ci sia sempre più spazio, sia negli eventi punk rock che in tutto quello che circonda il nostro ambiente, per le band del Sud, perché fidatevi che ce ne sono, così che questo possa portare le band a fare esperienze sempre più gratificanti e costruttive, così da poter diffondere , con il loro entusiasmo, sempre più il movimento punk rock nelle loro città d’origine.
- I fiati sono una parte portante del vostro sound, come si è evoluto nel tempo? Funziona ancora come allora? Che riscontro avete avuto dall’ultimo album?
Storicamente la band nasce in tre elementi e suonavamo esclusivamente punk rock. Sul finire del 1999, dopo aver visto un concerto dei Persiana Jones a Napoli, capimmo che era il genere musicale con il quale esprimerci al meglio. Da lì decidemmo di includere i fiati nella nostra musica, fino a diventare, appunto, una colonna portante del nostro sound.
Lo Ska core in Italia non ha sicuramente più il seguito dei primi del 2000 ma è un genere che sentiamo nostro fino al midollo, senza le melodie dei nostri fiati non saremmo noi.
L’ultimo lavoro è quello che ci rappresenta di più sotto tutti i punti di vista.
Il riscontro è stato davvero importante, l’impatto positivo percepito dal nostro pubblico ai concerti è stato un crescendo live dopo live e il fatto di essere nel cast del Punkadeka di quest’anno ne è la dimostrazione.
- Attivi da oltre 25 anni. Chissà quante ne avete vissute in tour! Raccontateci un episodio che ancora oggi vi ricordate come fosse ieri.
Se parliamo di aneddoti, ci piace parlare del nostro principio. Correva l’anno 1999: andavamo in giro con una Opel Astra station wagon dell’86. In occasione del nostro primo live fuori città, a Roma, un amico voleva seguirci a tutti i costi e non essendoci più posto in auto fu costretto sia all’andata che al ritorno a viaggiare all’interno della grancassa della batteria (togliemmo una delle pelli). Quel gesto per quanto goliardico e simpatico rappresenta ancora oggi l’intensità con cui noi viviamo il punk rock, il bisogno di esserci sempre e comunque, il non arrenderci mai. Sfiderei chiunque oggi a viaggiare per 4 ore piegato in una cassa della batteria per andare ad un concerto punk rock. Sì, è stato un momento che ricordiamo con grande affetto.
- Uno dei posti più strani in cui avete suonato?
Facile, questo è sicuramente il posto più assurdo: formati da pochissime settimane fummo invitati a suonare al compleanno di un amico dell’amico di uno che ci conosceva, un estraneo insomma. Ci misero a suonare in una stalla, ricordo ancora i nostri piccoli amplificatori a transistor poggiati sulle balle di fieno. Iniziato il nostro live fatto di pochissime canzoni nostre e qualche svariata cover (tra Nirvana e Bad Religion), dopo 20 minuti fummo costretti a terminare il concerto per le minacce che ci furono rivolte dal padre del festeggiato, visto che a causa del casino che facevamo riuscimmo a far impazzire tutti i cavalli della stalla accanto. Risultato? Concerto finito e torta mai mangiata.
- Band con cui avete condiviso il palco che più vi ha lasciato il segno?
Sicuramente la fantastica esperienza vissuta con Linea 77 nel 2010 nel tour fatto insieme. Furono una quindicina di date se non ricordo male. Sì, i Linea 77, loro sono stati la band che ci ha dato la possibilità di suonare davanti a moltissima gente e che ci ha insegnato tantissimo di questo mondo, a Nitto e soci dobbiamo davvero tanto.
- Ogni band ha rituali bizzarri: ce n’è uno vostro prima di salire sul palco?
No, in realtà nessuno. Cerchiamo solo di non perderci prima dello show e di arrivare sul palco più sobri possibile.
- Sappiamo che state lavorando già al nuovo album, avremo occasione al Punkadeka festival di sentire qualche pezzo nuovo?
Sì, stiamo lavorando al nuovo album che uscirà nel 2026, la nostra partecipazione al Punkadeka è sicuramente un’ottima occasione per fare sentire qualcosa di nuovo.
- Chi verrà a vedervi al Punkadeka cosa troverà?
Daremo il massimo, come sempre, per fare un grande show, che faccia divertire il primis noi e ovviamente il pubblico accorso per il festival. Speriamo di piacere a chi ci vedrà per la prima volta e di non deludere chi ci segue da tempo. Ma una cosa è certa, troveranno sul palco la stessa energia e passione di quei ragazzi del 1999! Se siamo ancora qui dopo tutti questi anni è perché non siamo mai cambiati nei sentimenti e nell’attitudine. Al punk rock dobbiamo tutto. Chi ci ascolta lo capirà.



