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IRISH PUNK: Italians do it better? (By Gabriele Bunino)

San Patrizio è passato da una settimana, alcuni di noi hanno ballato e bevuto sulla nostra playlist, altri hanno bevuto e basta, ma siccome non è mai bello restare ignoranti sulla nostra bellissima scena vi faccio leggere un articolo che il mio amico Gabriele Bunino ha scritto appositamente per noi, si tratta di un approfondimento dei gruppi fedeli all’Irish Punk, più o meno conosciuti, ma in ogni caso meritevoli di ascolto e supporto. Buona lettura!
p.s. Ho preso il logo della playlist disegnato dalla nostra Sofia, uno spettacolo!

“Italians do it better”? Non so se “better”, ma “do it” di sicuro e anche “do it” bene. Ci lamentiamo se ci copiano il parmigiano e ci indigniamo se Chicago si proclama la capitale della pizza, ma come la prenderebbero gli irlandesi se sapessero che nelle cantine e sale prova di mezza Italia crescono dei Temple Bar con lo stesso genere di musica, e con la birra addirittura meno costosa? Sarà perchè quando la bandiera italiana prende troppo sole diventa quella irlandese, e che quando ci ubriachiamo parliamo correttamente il gaelico, ma sicuramente c’è un legame tra Italia e Irlanda, e non si tratta di Trapattoni.
C’è prima di tutto una cultura musicale comune che accomuna le due nazioni, entrambe affezionate alla propria musica popolare, arricchita da coreografie e strumenti che variano da provincia a provincia, da valle a valle. Non è quindi inusuale trovare anche qui ragazzi che -fin da giovanissimi- imparano a suonare strumenti legati alla cultura popolare come organetto, violino, ghironda e musette, magari ereditate da nonni e parenti più anziani.
La musica popolare in Italia ha avuto un grande incremento negli ultimi decenni, appassionando gente di tutte le età. Da questo ritrovato vigore verso il folk sono nati interessantissimi innesti: uno tra i più immediati è sicuramente l’incrocio tra la musica irlandese e il punk, complementari per l’incisività del ritmo e per le tematiche “alcoliche” e fiere. L’irish punk non è assolutamente un’invenzione italiana, ma il panorama popolare della musica tradizionale del Bel Paese ha arricchito il genere, aggiungendo alcune interessanti sfaccettature allo stile, tanto che spesso non credo sia corretto chiamarlo Irish punk, ma per inglobare il tutto converrebbe chiamarlo semplicemente folk punk.
E’ così che nascono gruppi come gli Hooligans Mountains, band di montagna che tra ritmi irlandesi e tiro puramente street punk, ci raccontano della Bahio, il Carnevale occitano che si festeggia in quelli di Sampeyre ogni 7 anni. Anche i Kitchen Implosion hanno attinto dalla cultura popolare creando una bellissima versione folk punk del canto “Barbagal”, goliardica cantata Piemontese dei Cantovivo sulla musica di una marcetta inglese. Interessanti anche i loro ultimi lavori che hanno abbandonato le sonorità irlandesi virando verso l’elettronica, ma mantenendo talvolta alcune variazioni dal gusto celtico.
Ci raccontano di Bergamo i Meneguinness con sonorità più cantautoriali, ma che strizzano l’occhio verso sonorità alla Modena City Ramblers. Ci parlano in dialetto del Po i Folkamiseria, che comunque non disdegnano la lingua inglese e spesso regalano attimi d’Irlanda. Della stessa famiglia di questi ultimi due gruppi, musicalmente parlando, ci sono anche i Lennon Kelly, che negli ultimi anni hanno avuto un buon successo in tutta Italia, grazie alle loro melodie e ai loro testi. Ma sono i Tullamore che, a mio parere come nessun altro gruppo del genere, incorporano maggiormente l’anima di una città: sono loro il cuore ultras, combattivo e antifascista di Pavia, che da anni combatte sui palchi e sotto, persone di spessore e di carisma e che presto conquisteranno anche il Tirreno, tenendo comunque un piede immerso nel fango della palude.
Sono gli Uncle Bards e The Dirty Bastards che più di tutti si avvicinano alla tradizione irlandese: si parla di musicisti di alto livello e il loro successo anche all’estero è ampiamente meritato, anche perché non è assolutamente facile trovare una uillean pipes in una band celtic punk. Le parti strumentali dei loro pezzi richiamano i Lunasa e i Flook, la crema della musica irlandese.
Molti generi sono toccati dai Dirty Artichokes, che spaziano da est a ovest sorridendo a polke balcaniche e brindando con cori montani, creando situazioni sonore che ultimamente sono più simili a Dreadnoughts e Smokey Bastard che ai titani del genere.
Più fedeli al punk rock melodico Californiano i Cloverhead, che però arricchiscono il tutto con cornamusa e tin whistle suonati magistralmente da Chiara, che era anche componente di un’altra band del panorama, i The Clan.
Più massicci i suoni delle Mosche di Velluto Grigio, dalla voce possente che ricorda quella dei Cutgat Mary e dal muro sonoro di livello che smuoverebbe Bud Spencer, o meglio Diomede.
Una menzione anche per le band che momentaneamente o definitivamente si sono fermate: gli Hangover Piss, i Tortuga Rollin Kraken, i That’s All Fol, gli Strawdaze, i Jillia’s e i Lazy Bastards e chissà quante altre.
Un’unica famiglia musicale e mille sonorità diverse, tante band che spesso non hanno mai neanche condiviso un palco… sperando in un San Patrizio più felice tutti insieme.

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