PUNK ROCK HOLIDAY 2022 LIVE DIARY. GIORNO 3

E veniamo al motivo principale per cui sono qua: il “giorno ska”, con gli attesissimi Interrupters a fare da headliner. Nel pomeriggio assisto a un’intervista agli Zebrahead, e dei casini tecnici mi fanno arrivare tardi al concerto degli Abraskadabra sul beach stage…arrivo per gli ultimi pezzi; loro sono una sorta di Less Than Jake un po’ meno ska ma ugualmente coinvolgenti. Qualsiasi zona del beach stage è piena, con gente che guarda anche dalla stradina sovrastante il palco, e davanti il casino delle grandi occasioni, il che mi fa capire che ormai la band è pronta per il passaggio al main stage.
Main stage che alle 19.00 precise viene preso d’assalto dai Baboon Show. Madonna che band! Concerto mega rocknroll, molto più simile agli Ac/Dc che non al punkrock, il chitarrista Hakan Sorle stilisticamente è dalle parti di Angus Young, insieme alla sezione ritmica crea un groove eccezionale su cui Cecilia Boström urla i suoi anthem con l’incazzatura del punk e una presenza scenica fantastica. Sotto il palco si tirano poche mazzate ma si salta un sacco, specialmente durante “Me, myself and I”, “You got a problem without knowing it” e la conclusiva superanthemica “Radio rebelde”. Miglior nuova scoperta del festival, a mani basse.

Gli Zebrahead riportano il Punk Rock Holiday su binari “più consoni”, mi sembra ci mettano qualche pezzo a carburare bene ma quando partono sono una macchina da guerra divertente e cazzona il giusto. Verso la fine invitano un tizio a surfare sulla folla stando in piedi su un altro tizio che doveva “essere il suo skate”, poi un roadie butta un gonfiabile sulla folla e si fa un giro del parterre, venendo invevitabilmente buttato giù in mezzo al pubblico, tutto mentre la mega hit “Anthem” chiudeva il concerto nell’apoteosi del macello.
Dei Mad Caddies ormai quasi tutti hanno letto il comunicato di Todd Rosenberg, che Chuck (chit. e v.) avrebbe fatto il tour europeo senza nessuno della band ma con musicisti europei….quindi c’era grande curiosità per quello che sarebbe potuto essere. Il concerto parte piano, qualche pezzo rilassato, rockstedy, ska tranquillo, reggae, continua così, e finisce così. In mezzo 3 o 4 pezzi uptempo. Non lo so, Rick…è stato strano. Forse volevano mantenere un’atmosfera tranquilla prima del macello con gli Interrupters, forse avendo avuto solo un mese per preparare la scaletta hanno voluto farla così, boh, inutile fare dietrologia, non è stato brutto: “Drinking for 11”, “Shoot out the light”, “Leavin'”, la cover di “She”, sono sempre gran pezzi, ma il concerto che avevano fatto sempre qua nel 2018 era proprio un altro livello. Un plauso al chitarrista di Birmingham, Discount Tim Armstrong.

Gli Interrupters. Tutta la settimana a discutere con chiunque del disco nuovo, e tutti d’accordo nel dire che non è all’altezza dei precedenti (seguirà recensione qui)…poi si spengono le luci, parte “Take back the power” e tutti muti, tutto spazzato via in mezzo secondo. Gli Interrupters dal vivo sono PERFETTI. Non è un concerto, è uno spettacolo, non sono 5 tizi su un palco che suonano dei pezzi fighi…il loro è un vero e proprio show, con tutti i momenti perfettamente calibrati: mai un momento di noia fra un pezzo e l’altro, mai un’indecisione, un cazzeggiamento, eppure non appesantisce, la gente non si stufa MAI. E Aimee. Aimee è fatta di quella roba di cui sono fatte le star. Ha quella cosa che ti obbliga a guardarla, e quando guarda genericamente dalla tua parte sembra che stia parlando proprio con te. Non è la tua vicina di casa che va su un palco e spacca il culo, è una star, ma simpatica, che sorride, ti saluta con la mano, ti guarda negli occhi mentre urla, ti stringe la mano mentre ti canta che in gioventù ha sofferto un sacco. E i pezzi nuovi dal vivo acquisiscono un’intensità che sul disco non hanno…quando in “In the mirror” parte lo special in cui dice “no matter how far i run” pensi che non ce la farà mai a salire con la voce, invece le parte la vena, ci arriva e ti sbatte in faccia tutto il disagio e il dolore che ha riversato nei suoi testi, e tu resti secco e ti viene l’occhio lucido.
Questo per non parlare dei Bivona (e di Billy Kottage) che reggono tutto il resto dello show sulle loro spalle, risultato: un 10 nella scala Iron Maiden del disastro sotto il palco, una roba che non vedevo…boh dai Rancid a Bologna nel 2003.
Non c’è molto altro da dire…miglior live band (giovane) degli ultimi 20 anni, in ambito punk. Vi invidio amici che siete al Bay Fest…

Gabriele Squillace

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Gabriele Squillace