di Francesxa Girasole
Il Punkitalia non è un semplice festival. È un ritorno a casa per chi, dentro e fuori dall’Italia, continua a credere che il punk non sia un genere musicale, ma un modo di stare al mondo: una postura, una scelta, una forma di resistenza quotidiana. Chi arriva qui non viene solo a vedere dei concerti. Viene per riconoscersi, per respirare un’aria che altrove non c’è, per ritrovare la propria gente in un luogo dove amplificatori, accenti diversi e storie lontane si fondono in un’unica comunità viva. Punkitalia è questo: la prova che il punk, quando è vero, non muore, non si addomestica e non diventa obsoleto. E quest’anno più che mai la sensazione di familiarità tra artisti, pubblico e produzione è stata forte, palpabile, quasi fisica.
L’edizione del Punkitalia di quest’anno, tenutasi venerdì 21 novembre, si è estesa lungo una parte dell’Oranienstraße, coinvolgendo non solo il SO36, cuore storico e pulsante del festival, ma anche il Franken e il Milchbar. Tre luoghi simbolo della controcultura berlinese che, per una giornata intera, si sono intrecciati in un’unica grande narrazione collettiva: musicale, politica e profondamente umana.
MATTINÉE – ZEROCALCARE AL SO36
La mattinata si è aperta con Zerocalcare sul palco del SO36, davanti a un pubblico attentissimo. Un incontro ironico, politico e intimo allo stesso tempo, capace di unire lettori, attivisti, punk, migranti culturali e semplici curiosi. Come sempre, Zerocalcare ha raccontato il suo lavoro attraverso aneddoti e riflessioni, dando ancora una volta voce ai demoni — non solo politici, ma soprattutto intimi — con cui la nostra generazione, e anche quelle più giovani, si confrontano ogni giorno. La sua magia è la sua accessibilità: il suo essere “uno di noi”. E ancora una volta lo ha dimostrato.
INTERMEZZO – MILCHBAR & FRANKEN
Al Milchbar, l’intermezzo è stato dominato dalla pratica al limite delle possibilità umane: i disegnetti di Zerocalcare. Una pratica a cui i suoi fan sono fin troppo affezionati. Due ore piene, con una coda che usciva dal bar e arrivava fino al semaforo. Un piccolo pellegrinaggio laico, in uno scenario quasi mistico a metà tra un confessionale e un “beviamoci una birra al bancone mentre aspettiamo il nostro turno”. Intanto, al Franken, i Talco in formazione ridotta — Dema, Jesús e Rizia — hanno fatto tremare le pareti del locale con un acustico eccezionale, scatenando perfino improbabili stage diving dalla pedana fino al bancone del bar. Questo intermezzo ha ricordato una verità semplice ma essenziale: il punk non vive solo sui grandi palchi, ma nei bar, nelle stanze affollate, nei luoghi dove sudore, sigarette, birra e politica convivono da sempre.
MARATONA SERALE – SO36
Apertura porte alle 17:45. Dal Franken il pubblico si è riversato nello SO36 semplicemente attraversando la strada, e già alle 18:00, con la prima band sul palco, la sala era piena: per fortuna!!! La line-up era “tanta roba”, i tempi stretti e alcuni voli in ritardo. La produzione tremava. La parte tecnica — gestita da Silvia, Thomas e Peter — ha tenuto insieme ogni passaggio, tra un live check e l’altro, garantendo che tutto funzionasse nonostante la corsa contro il tempo e diversi eventi bizzarri che hanno accompagnato Tutta la giornata!
ESEL ALPTRAUM
Ad aprire la maratona serale sono state le Esel Alptraum, collettivo berlinese e politico, rappresentato soprattutto da Gaya ed Elena. Un progetto che porta in scena una forma di protesta unica: lo jodel trasformato in arma sonora, in gesto dissacrante, in linguaggio di ribellione. Sul palco si presentano con i Dirndl insanguinati, calaveras dipinte, una fisarmonica e due voci potenti. Tanta ironia, tanta sostanza, e un modo tutto loro di ricordare che il punk non ha mai avuto un solo suono.
AZIONE DIRETTA
Dopo l’apertura folclorico-sovversiva delle Esel Alptraum, il testimone passa agli Azione Diretta, una delle band più incazzate della controcultura italiana. Salgono sul palco come una scarica elettrica: zero fronzoli, zero introduzioni, solo un’urgenza politica che si taglia con il coltello. La loro è un’attitudine che non ha bisogno di spiegazioni: diretta, appunto. Ogni brano è una dichiarazione d’intenti e un promemoria necessario di ciò che significa fare combat Musik senza compromessi. Il pubblico risponde subito: compatto, partecipe, con quella gratitudine che si ha verso chi non ha mai smesso di esserci, né sul palco né nelle lotte quotidiane.
IL MURO DEL CANTO
Quando salgono sul palco Il Muro del Canto, l’atmosfera cambia di densità. Si fa più lenta, più profonda. Con quella loro miscela unica di folk romano, poesia popolare e resistenza quotidiana, portano nello SO36 un’altra dimensione: più narrativa, più emotiva. Le voci e gli strumenti si intrecciano in una malinconia feroce, che però non spegne, ma accende. È un momento di sospensione nel mezzo della maratona punk: il pubblico ascolta, balla, partecipa, riceve e ricambia la band accompagnandola con cori sui pezzi più famosi. Il Muro del Canto hanno ricordato a Berlino che il punk non è solo volume, ma anche profondità. Che la lotta può essere urlata, ma anche raccontata.
ASSALTI FRONTALI
Quando arrivano sul palco gli Assalti Frontali, la sala cambia ritmo. Band storica dell’hip hop romano — attiva dal 1990 — e simbolo di un impegno politico mai allentato, portano allo SO36 un’energia compatta e senza fronzoli. Il loro set è un manifesto in tempo reale, essenziale e diretto. Parole che arrivano dritte, pulite e affilate, con quella loro capacità rara di essere incattiviti ma sempre sul pezzo, senza perdere un colpo. Ed è qui che arriva il primo grande intreccio della serata. Verso la fine del set, Daniel de Il Muro del Canto sale sul palco e intonano “Fino all’ultimo respiro”, trasformando il SO36 in un unico coro. Un momento spontaneo e potentissimo, uno di quelli che restano.
GLI ULTIMI
Nuovo cambio di ritmo, e salgono Gli Ultimi sul palco, con la loro attitudine onesta e senza filtri e una gran carica emotiva — e chi li conosce sa esattamente di cosa sto parlando. Arrivano dritti, senza orpelli, al pubblico che li accoglie con cori e pogo fin dalle prime note. Poi, così all’improvviso, Giancane sale sul palco per fare un pezzo con loro. E, non contenti di questa esplosione, li raggiunge anche Ciski degli Azione Diretta. Tutti insieme intonano “Figli della stessa rabbia” della Banda Bassotti. Il pubblico risponde con un coro potentissimo, una voce sola che riempie il SO36. Una scena da pelle d’oca.
GIANCANE
Di Giancane conoscevo solo la collaborazione con Zerocalcare. Dal vivo, però, è tutta un’altra storia: oltre a essere una persona stupenda, è un artista carismatico e magnetico, capace di accendere la sala con un’energia che mescola ironia, presenza scenica e una naturalezza disarmante. Arriva sul palco senza cerimonie, come uno che passa a salutare gli amici — e in un attimo conquista tutti. La sua voce, il suo modo di muoversi, il suo modo di raccontare: tutto funziona, tutto arriva, tutto trascina. È uno di quei momenti in cui capisci che il festival vive anche di incontri inattesi, di artisti che magari non conoscevi a fondo e che invece ti restano addosso.
DEROZER + OMAGGIO A RUVIDO
I Derozer non suonavano a Berlino dal 2019. Con il Punkitalia ci tornano sempre come si torna da amici: perché prima ancora che musicisti, con loro c’è un rapporto umano che va avanti da una vita. Sono parte della storia del festival e, in un certo senso, della nostra storia personale. A loro è toccato non solo il compito di chiudere la maratona musicale, ma anche quello — molto più delicato e più grande — di rendere omaggio a Ruvido con amore, rispetto e quella sincerità che li contraddistingue da sempre. Alle loro spalle veniva proiettato il documentario dedicato a Cristiano, “Ruvido”, mentre loro intonavano “Cielo nero”. La commozione ha attraversato tutti, soprattutto quelli che — come me — sentono ancora forte la sua mancanza. Il pubblico lo percepisce subito. C’è un silenzio carico, poi un’esplosione di voci, di mani alzate, di emozione vera. È uno di quei momenti in cui il punk smette di essere concerto e torna comunità, memoria, famiglia allargata. Hanno chiuso con un bis inaspettato, solo voce e chitarra: un brano di Joe Strummer, che tra l’altro Ruvido amava profondamente. Un finale semplice e potente, che ha attraversato la sala come un nodo alla gola, nella commozione e nella stanchezza generale. Un ultimo gesto d’amore, per la musica, per la comunità e per chi non c’è più ma continua a camminare con noi.
Alla fine, tutti salgono sul palco: musicisti, tecnici e anche noi della produzione — sì, lo ammetto, sono un pochino di parte — per salutare chi ci ha seguito in questa lunga maratona: il pubblico. Un pubblico che ha resistito ore e ore con noi! La sala pian piano si svuota. Nel backstage ci si saluta, ci si abbraccia, ci si ringrazia: è il momento in cui la tensione scende e resta solo l’umanità di chi ha condiviso qualcosa di bello. I più stoici si dirigono verso il Milchbar per l’after-show party, dove Michel Barox ha in serbo un DJ set perfetto per chiudere la notte. Molti altri invece si avviano verso casa o verso l’hotel, stanchi ma felici.
Il Punkitalia, qui a Berlino, è diventato una realtà importante. E nonostante le difficoltà — perché sì, ce ne sono, e tante — continueremo a provarci, Mauro, Lars, Luca e io insieme a Gero, Franco e tanti altri che ci appoggiano. Lo faremo per la passione enorme che ci spinge, per la comunità che abbiamo attorno, per le storie che questo festival fa e farà raccontare. Il punk, quello vero, vive soprattutto nelle persone: nei legami che si creano, nei ritrovi improvvisati, nei gesti piccoli che tengono insieme una comunità. E finché ci sarà qualcuno che avrà voglia di ritrovarsi, ascoltare, condividere e metterci il cuore, il Punkitalia avrà sempre un motivo per esistere.
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