Quattro chiacchiere con i Winona Fighter

Abbiamo raggiunto Coco (Cantante e polistumentista dei Winona Fighter) per un’intervista attraverso la quale ripercorrere il percorso di una giovane band dal carattere deciso e che saprà sicuramente stupirvi!

Ciao Coco, Benvenuta su Punkadeka!
Ciao a tutti voi! Grazie per questa opportunità e del vostro tempo!

Dicci un po’, chi sono i Winona Fighter? Presentaci un pò la band
Siamo una band punk con base a Nashville, Tennessee, composta da me, Dan Fuson alla chitarra e Austin Luther al basso e produzione. Il nostro obiettivo è fare musica punk per tutti gli amanti della musica.

Come vi siete conosciuti e quando è iniziata la vostra avventura?
L’idea per la band è nata quando mi sono trasferita dal New England (dove c’era una scena punk incredibile) a Nashville, TN (dove praticamente non ce n’era affatto). Ero così influenzata dalla scena in cui sono cresciuta che ho pensato: “tutti dovrebbero poter vivere qualcosa del genere”. Così ho deciso di fondare la mia band. Se Nashville non aveva una scena, allora avrei contribuito a costruirla.
Ho conosciuto Dan tramite un annuncio su Craigslist per un’altra band. Lui avrebbe dovuto suonare la chitarra e io la batteria. È stato un mezzo disastro, ma ci siamo piaciuti subito. Dopo solo due prove gli ho chiesto di unirsi a questa nuova band su cui stavo lavorando. Abbiamo fatto di tutto: suonare nei locali country, tour DIY, qualsiasi cosa pur di suonare e costruire una comunità.
Meno di un anno dopo ho conosciuto Austin e siamo diventati co-autori. La battuta è che dopo anni a scrivere canzoni dei Winona Fighter insieme, un giorno si è presentato a una prova e non se n’è più andato. È vero! Ma aspettavamo quel momento da tanto. Dan e Austin sono i miei migliori amici e due dei musicisti più talentuosi che abbia mai incontrato. È fantastico essere in una band con loro.

Winona Fighter: volete raccontarci qualcosa in più sul nome?
Devo dare il merito ad Austin. Per tanto tempo ci chiamavamo “Coco”, ma sapevo che non sarebbe stato il nome definitivo. Quando abbiamo deciso di pubblicare il nostro primo EP era il momento di cambiare. Io e Austin ci siamo scambiati idee per mesi, poi una sera, un po’ alterato, ha sparato fuori: “Winona Fighter”, seguito da “ti sembra figo?”. All’inizio non ero convinta, ma dopo averci dormito su mi è sembrato perfetto: divertente, un buon equilibrio tra maschile e femminile, e memorabile. Nessuna storia assurda dietro, solo il cervello di Austin al lavoro.

Quali band hanno influenzato il vostro sound e in che modo?
Ognuno di noi ha origini musicali diverse, ed è proprio questo a rendere speciale il nostro suono. Per quanto riguarda il punk: io sono molto influenzata dal punk e dal rock anni ’90. Dan ama le grandi chitarre del rock anni ’70-’80. Austin prende spunto dal rock e dall’alternative dei primi anni 2000. È un bel mix che ci rende unici. Per il nostro album di debutto “My Apologies To The Chef” ci siamo ispirati per le sonorità di batteria e chitarra a band come Turnstile, Foo Fighters, Smashing Pumpkins, Weezer, e un pizzico di Limp Bizkit, tanto per citarne alcune.

Dopo il primo EP del 2022 e diversi singoli, è arrivato questo il inverno il vostro primo album: punto d’arrivo o punto di partenza?
Austin dice sempre: “Stai sempre arrivando”, e penso sia molto vero. L’uscita dell’album è stata sicuramente una tappa importante per noi! Siamo emozionati di vedere quale sarà la prossima.

Raccontateci un po’ di Apologies to the Chef (il vostro primo album appunto)
È completamente autoprodotto, auto-ingegnerizzato, auto-registrato e auto-mixato. Le uniche persone che ci hanno lavorato prima di mandarlo in master siamo stati io, Austin e Dan. Lo abbiamo fatto nel nostro garage in pieno stile DIY, lavorando con quello che avevamo. Lo considero un’ode al punk-rock, ogni brano ha il suo “sapore” dentro il genere. Alcuni pezzi sono più pop-punk, altri più da radio rock, altri ancora totalmente ispirati al punk originale.

Dall’indie punk di “Jumpercables” alle venature metal di “Attention”, passando per brani più melodici e radiofonici come “You Look Like A Drunk Phoebe Bridgers” e “Subaru”. Come descrivereste il vostro sound?
Diciamo che è punk per tutti gli amanti della musica. Il mio obiettivo principale era condividere la scena musicale in cui sono cresciuta con chiunque. La gente ha difficoltà a definirci: c’è chi ci chiama pop punk, ma il nostro live è un’altra cosa. Il pubblico è là fuori a picchiarsi (non letteralmente, ma tra mosh e crowd surfing si fa sul serio). Mi fa sentire come quando ero in una chiesa sconsacrata a vedere le mie band punk locali preferite.

L’album è uscito a San Valentino, ma nelle canzoni non c’è amore, bensì rabbia e frustrazione. Qual è il messaggio che volete trasmettere?
La cosa più importante è che ci sia qualcosa in cui tutti possano identificarsi. Almeno una canzone in cui un ascoltatore possa dire: “ma questa parla di me?”. Non sei solo nella tua rabbia o frustrazione. Non sei solo in niente. Voglio che gli ascoltatori sentano un senso di comunità nella canzone che stanno ascoltando.
Ah… L’album uscirà in una nuova versione deluxe il 5 Settembre.

I vostri brani parlano di esperienze quotidiane ma emotivamente potenti. Quali vi hanno più segnato come persone?
Anche se non abbiamo ancora scritto una canzone su questo, l’incontro con mio marito è stato ciò che più mi ha trasformata. Mi ha fatto capire che merito amore e mi ha spinta a lavorare su me stessa per poterlo accettare. Ho vissuto tante cose: malattie, relazioni tossiche, bullismo… è stato pesante a volte. Ma lui mi ha aiutato a ritrovare me stessa, quella di prima di tutti i traumi. Anche se sono molto indipendente, gli devo tanto di quello che sono oggi.

Sono rimasto molto colpito da “I’m in the market to please no one”, che parla di abusi in contesto familiare. Un modo per esorcizzare il passato, ma anche un messaggio per chi non ha ancora trovato il coraggio di uscirne. Cosa vorresti dire a chi vive situazioni simili?
In realtà l’ho scritta pensando alla violenza domestica in una relazione, nel mio caso. Ma penso che sia un inno per chiunque viva qualsiasi tipo di abuso domestico. Voglio che sappiano che non solo si può uscire da queste situazioni, ma che si può ritrovare la propria voce. Non succede tutto in una volta, ma può succedere. Spero che chi sta passando qualcosa di simile possa cantare questa canzone e sentirsi un passo più vicino alla propria libertà. È un percorso difficile: lasciare un abuso e guarire non sono processi lineari, ma sono possibili.

I titoli delle canzoni sono piuttosto enigmatici. Da dove vengono?
A dire il vero, la maggior parte delle volte sto solo scherzando. Tengo una lista sul telefono con frasi che sento per strada o pensieri casuali. A volte uno di questi si abbina all’aura di una canzone che abbiamo scritto. È difficile da spiegare, ma spesso ci ricordiamo semplicemente: “non è così serio”.

Il 2025 vi vedrà in tour negli Stati Uniti con ultima tappa al Vans Warped Tour di Orlando, Florida. Un bel trampolino per arrivare in Europa, giusto? Vi vedremo anche qui?
Ci piacerebbe tantissimo fare un tour in Europa! A luglio avremo praticamente toccato tutti i mercati negli USA. A fine Maggio siamo stati in tour per la prima volta nel Regno Unito con tanto di doppia partecipazione allo Slam Dunk, e direi che siamo più che pronti a testare anche le acque europee. Vogliamo immergerci nella vostra cultura e nelle vostre scene musicali. Saranno concerti folli una volta che arriveremo lì. Soprattutto quando arriveremo in Italia.

Un messaggio per i lettori italiani o qualche novità? Ti lascio carta bianca per l’ultima domanda.
Non avremmo mai pensato di arrivare a un pubblico così vasto, ma grazie a chi ci ascolta come voi, lo stiamo facendo ogni giorno. Grazie per averci dato una possibilità. Non vediamo l’ora di venire in Italia e ringraziarvi di persona. Sarà qualcosa di veramente speciale.

Grazie a te Coco e speriamo di incontrarci presto!

Noi vi lasciamo con il video singolo di “You Look Like a Drunk Phoebe Bridgers”

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