Con A Story Worth Listening To i Regrowth tornano con un disco che non cerca scorciatoie né facili slogan: hardcore emotivo, urgenza punk e uno sguardo lucido su una generazione stanca ma ancora viva. Li abbiamo intervistati per parlare del nuovo album, di attitudine, scena e di quelle storie scomode che, oggi più che mai, hanno bisogno di essere raccontate.
ASCOLTA L’ALBUM:
https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kWkBxUISqiuQlUA7L1ebrBbDLQLKdCzHE
A Story Worth Listening To suona come un disco necessario, più che semplicemente voluto. C’è stato un momento in cui vi siete detti: “ok, questa roba non possiamo tenercela dentro”? Siamo sempre stati una band che si annoia molto facilmente delle proprie creazioni, infatti questo disco in realtà (o almeno quello che è il prototipo o il punto di partenza) ha già qualche anno alle spalle. Ebbene si. Essendoci concentrati tanto sul mettere tutto il nostro impegno nei live e nel fare tour siamo andati incontro a qualche ritardo. La questione primaria è che a parer nostro queste tematiche fondamentali per questo disco sono non solo degli argomenti attuali ma c’è ancora tantissima astensione verso gli argomenti che abbiamo cercato di trattare. AVEVAMO BISOGNO DI PRENDERE UNA POSIZIONE ATTRAVERSO LA NOSTRA MUSICA.
Nel disco parlate di una generazione stanca, quasi rassegnata, ma senza mai cadere nel vittimismo. Quanto è stato difficile trovare l’equilibrio tra denuncia e onestà emotiva? Non sappiamo bene quale sia la linea di demarcazione tra le due cose, forse è questo il segreto del risultato. A parer nostro la denuncia parte da sentimenti di rabbia mentre l’onestà emotiva invece dall’equilibrio interno e dalla lucidità. Forse guardare tutto ciò che capita attorno a noi, rimanendo spesso attoniti e impotenti ci ha dato l’input per denunciare con un buon pizzico di lucidità.
Avete scelto scenari pre-apocalittici per raccontare problemi fin troppo reali. È un modo per prendere distanza dalla realtà o, al contrario, per guardarla più in faccia? Tutti questi richiami servono a dare un volto a quello che stiamo vivendo e quello che inevitabilmente ci accadrà. Lo sappiamo siamo degli inevitabili catastrofisti e purtroppo non possiamo farci nulla. Avevamo la necessità di dare un immaginario alla nostra visione della realtà e oltretutto, essendo appassionati di cinema, cultura pop e tanto altro è stato facile attingere a ciò che ci piace per dare un volto a qualcosa di così angosciante. Solitamente però, ricordiamo, al termine del disastro c’è sempre una rinascita.
Dal punto di vista sonoro mescolate hardcore melodico, screamo e metalcore senza preoccuparvi troppo delle etichette. Quanto conta per voi oggi l’idea di “scena” rispetto alla libertà totale di scrivere quello che sentite? Vorremmo rispondere che ci sentiamo completamente liberi nello scrivere la nostra musica ma purtroppo non è così. Abbiamo sempre dato priorità alla nostra creatività ma sentiamo in ogni caso un forte senso di appartenenza alla “scena” che amiamo e di cui ci sentiamo pienamente parte. Questo disco riteniamo che sia una grande chimera, con ogni pezzo al suo posto in un caos ordinato particolarmente spiccato. E’ un disco estremamente complesso nelle sonorità e nella sua articolazione e a primo impatto potrebbe anche “spaventare” l’ascoltatore. Però forse c’è anche bisogno di questo caos in un momento storico musicale dove tutto è abbastanza plastico e anche stagnante.
“Fast Music For Sad People” è diventato il vostro manifesto. Dopo questo disco, quella frase ha ancora lo stesso significato o è cambiata insieme a voi? Quel manifesto ha sempre lo stesso significato. Continueremo a fare musica veloce per persone tristi e speriamo che anche altre persone possano identificarsi in questo manifesto. E tra le tante cose speriamo anche che qualche nuova band un giorno prenda in mano questo manifesto e lo faccia suo. Non siamo gelosi di questo slogan anzi vorremmo condividerlo ancora di più con chi ci sta vicino. Ci piacerebbe veder dilagare questo slogan.
Avete suonato anche fuori dall’Italia, anche in contesti come The Fest. Dopo un’esperienza del genere, come vedete oggi la scena punk/hardcore italiana? C’è qualcosa che vi manca o qualcosa che vi dà speranza? Ci sono band che vorreste suggerire a chi vi sta leggendo? Il nostro senso di appartenenza alla scena punk/hardcore italiana non è cambiato, così come l’amore che proviamo per questa. In un certo senso stiamo solo ampliando quanto più possibile i nostri orizzonti. Nuove amicizie, nuove connessioni e nuovi legami: la benzina che alimenta una “scena” sana. La nascita e la crescita di nuovi collettivi in tutta la penisola, i legami e gli intrecci che si stanno creando non fanno altro che ben sperare per il futuro.
A Story Worth Listening To sembra chiedere all’ascoltatore di prendersi una responsabilità, non solo di ascoltare. Se chi legge questa intervista dovesse portarsi a casa una sola cosa dal disco, quale vorreste che fosse? Riassumiamo tutto con una frase: PRENDETE UNA POSIZIONE. Una posizione ragionata, onesta, solida e abbiate il giusto coraggio per difenderla ma senza dimenticare di essere aperti a nuove soluzioni e nuovi scenari. Siate pronti anche ad abbracciare il cambiamento.
Intervista a cura di Gab De La Vega


