Punkadeka festival 2026- MXPX

Slam Dunk 2026: foto-report dal Magnolia

Lo Slam Dunk continua con la sua formula innovativa per l’Italia: un festival con alcune vecchie glorie, alcune band locali, alcune band emergenti e alcune band giovani che stanno conquistando le vette del successo. La nuova location al Magnolia, più contenuta rispetto al grande Carroponte (o all’enorme parco di Bellaria), favorisce tantissimo la socializzazione, il relax e la corsa da un palco all’altro per vedere tutti i gruppi, il posto è così ospitale che si potevano vedere tutti i musicisti in giro per il circolo ARCI, felici di fare quattro chiacchiere con chi li riconosceva, e fra il pubblico c’erano anche i Lacuna Coil e un po’ di personalità del web italiano. Acqua gratis e orari rispettati al secondo, con una organizzazione che non ha mai lasciato tempi morti durante i cambi palco, sono state la ciliegina sulla torta per 8 ore di musica in cui tutto è filato liscio e soprattutto ci si è divertiti molto.

Mi scuso con i primi due gruppi in scaletta (Wel e Shoreline), ma sono arrivato in tempo per la prima band sul palco grande: ecco una manciata di foto e alcuni commenti alle performance con tanto di voto come faceva Kerrang per i live report di una volta, sottolineando come di molte band io non sia un fine conoscitore e  mi affido all’istinto e a quello che i hanno trasmesso dal palco durante la loro mezz’ora di show.

Ho visto tanti concerti dei Raw Power (6), e mi spiace dire che quello al Magnolia dava l’impressione di essere scarico. Sarà stata colpa del caldo pomeridiano, delle poche persone che li conoscevano (ma in tanti hanno pogato per loro), del basso volume con cui si sono esibiti, ma davvero sembrava mancasse l’energia da trasmettere al pubblico. Bello che si siano esibiti, ma non è una prestazione da mandare agli annali. Con il suo aspetto e la sua carica e capacità di tenere il palco, Fiks (7) potrebbe benissimo essere chiamato ad esibirsi sui palchi dello Slam Dunk internazionale e fare bella figura nonostante canti in Italiano. Combatte il caldo indossando solo short anti-nazi, passa spesso il microfono al pubblico, finisce lo show cantando mentre corre nel circle pit, dà il benvenuto a Theo dei La Sad per un duetto. Peccato che il volume del microfono non fosse sempre all’altezza, ma da vedere è stato un concerto sicuramente intenso.
Holywatr (6) devono tutto alla voce particolare e molto acuta del cantante, suonano decisamente pesanti ma più che metal duro e puro sembra di ascoltare grunge con una voce emo. Dalla regia mi dicono che il modo migliore per descrivere la loro musica è “shoegaze” (“sottogenere dell’alternative rock nato nel Regno Unito alla fine degli anni ’80, caratterizzato da muri di chitarre distorte, vasti effetti di riverbero e melodie vocali eteree che si perdono nel suono”), affascinano all’inizio ma ora della fine sembra più un lamento che qualcosa che condivida energia. Si continua sulla stessa scia anche per gli Hawthorne Heights (5), mi aspettavo un po’ più di aggressività ma a quanto pare nel tempo si sono evoluti in un gruppo rock americano standardizzato. Trovano un buon pubblico a seguirli, ma devo dire che non mi hanno trasmesso granché.
Chi ha saputo dare una botta di adrenalina fin dalle prime note, invece, sono stati i Gorilla Biscuits (7). CIV inizia il concerto direttamente sulle barricate, passando il microfono al pubblico e abbracciando tutti i crowdsurfer che lo raggiungevano. Il gruppo hardcore ha suonato al Magnolia meno di un anno fa come headliner su un palco piccolo, e fu un concerto sudatissimo e violento: oggi allo Slam Dunk, su un palco più alto e con volumi più bassi, la performance è più orientata al divertimento che al farsi male, e una cover di Should I Stay Or Should I Go mette d’accordo tutti.
Gli Stand Atlantic (8) suonano pop-punk con molta elettronica, è qualcosa di fresco e diverso in questa giornata, e sul palco troviamo anche l’unica donna di tutto il fest. Sul palco grande, poi, arriva il momento di cambiare totalmente registro: i volumi sono altissimi per i Paleface Swiss (10), la rivelazione della giornata. Suonano deathcore (possiamo paragonarli a degli Slipknot con una lieve spruzzata hiphop), urlano tantissimo, incitano continuamente al moshing (bellissimo l’invito semplice e diretto “Push some people! Push some people!”), suonano come se fossero delle macchine da guerra lasciando un pit completamente devastato. E’ stato uno show veramente impressionante, e loro sono pure simpatici: il futuro sembra radioso, anche se carico di odio.
Headliner del palco piccolo, e spinti tantissimo dai Paleface Swiss, ci sono i Boston Manor (7): onestamente non mi pare che possano allacciare le scarpe al gruppo svizzero, ma anche loro sono molto giovani eppure seguiti da tantissime delle persone che sono qui stasera. Suonano un rock più morbido, fanno la loro scena ma personalmente non mi hanno impressionato un granché.
Band finale del festival, i Knocked Loose (9) che al momento stanno facendo da headliner allo Slam Dunk in giro per l’Europa e contemporaneamente da opener per il tour dei Metallica: due giorni dopo suoneranno a Bologna allo stadio, ad esempio. Metalcore diretto e violento, calcano il palco come professionisti e picchiano duro: sinceramente dopo il concerto dei Paleface Swiss li trovo meno incisivi, ma è chiaro che se ti chiamano i Metallica per suonare prima di loro vuol dire che hai saputo giocar bene le tue carte. Moshpit, crowdsurf, violenza generale: si chiude bene lo Slam Dunk 2026, evitando di poco la tempesta che il 2 Giugno si è abbattuta su Milano e dintorni.

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