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Stretti nella morsa del punk: intervista ai Sempre Peggio

  • Nati a Milano nell’autunno 2015, da esperienze nei circuiti DIY e antifascisti milanesi (RFT, Skruigners, Death Before Work), come descrivereste la vostra formazione e il legame con la militanza urbana?

Tutti i membri del gruppo, dalla formazione originaria a quella attuale, hanno militato e fatto parte dei circuiti DIY dei propri territori e di varie strutture occupate e autogestite, oltre a vari collettivi antagonisti e antifascisti. In buona sostanza siamo stati e siamo tutti compagni che hanno partecipato alle lotte della città, che si trattasse di quelle per il diritto alla casa, alle mobilitazioni internazionaliste, a quelle studentesche o quelle a sostegno delle occupazioni. Per questo motivo siamo sempre stati un gruppo militante, soprattutto per quanto riguarda l’attitudine che mettiamo nel nostro agire quotidiano, e là dove è stato possibile abbiamo cercato di sostenere lotte e mobilitazioni cittadine e non solo attraverso l’attività della band. 

  • L’impegno politico/sociale è sempre andato di pari passo con la musica proposta dai Sempre Peggio: credete che la musica possa ancora fare da cassa di risonanza per portare alla luce le innumerevoli ingiustizie presenti nel mondo?

Abbiamo sempre pensato che la musica sia uno straordinario linguaggio comunicativo, capace di toccare le persone nel profondo. Questo è uno dei motivi che ci ha sempre spinto ad affrontare tematiche politiche e militanti sia nei testi che in quello che solitamente diciamo dal palco. I nostri non sono tutti testi ultra-militant, spesso giochiamo utilizzando la cifra dell’ironia, ma nel complesso crediamo nella forza comunicativa delle canzoni. Questo fa sì che sia abbastanza naturale da parte nostra scegliere di affrontare tematiche che possano essere capaci di sensibilizzare, scuotere o semplicemente incuriosire chi ci ascolta. Se a questo seguirà una fase di approfondimento sui diversi temi affrontati sarà un ottimo risultato. Magari non cambierà il mondo, ma potrebbe contribuire a cambiare la testa di qualcuno, ed è da lì che parte tutto!

  • L’EP Anni Buttati (2020) è un pugno di quattro tracce tra spirito skinhead e attitudine punk grezza. Come nasce questo mix?

Anni Buttati ha un registro decisamente più leggero delle nostre altre produzioni, anche se non è stato nulla di voluto o calcolato: i pezzi ci son venuti fuori così. Penso sia un 7” che è stato capace di fotografare bene quello che siamo in termini di sound, di attitudine e come band. Anche se con temi più goliardici o ironici suona come abbiamo sempre suonato: diretti e dritti al punto. Non siamo una band che passa troppo tempo in sala di registrazione, solitamente siamo quelli da “buona la prima”…la nostra volontà è sempre stata che i dischi suonassero il più possibile come suoniamo dal vivo, grezzi e senza compromessi. Anche perché quello è ciò che ci piace. Quindi mi verrebbe da dirti che è stato tutto molto naturale.

  • Il vostro album più recente Stretti Nella Morsa è uscito il 10 maggio 2025: cosa rappresenta per voi oggi?

Pensiamo che Stretti Nella Morsa sia un ulteriore passo del nostro percorso come band. In maniera molto naturale ci sono state alcune evoluzioni nel sound, che in questo caso ha messo un pochino più in primo piano il lavoro delle chitarre rispetto ai lavori precedenti, anche se non penso che il risultato si distacchi granché da quello che abbiamo sempre fatto. Per quanto riguarda i testi invece mi rendo conto che traspaia un atteggiamento in qualche modo più intimista e disilluso nel complesso, ma anche questa è stata semplicemente la fotografia di un momento, senza che ci ragionassimo sopra o cercassimo un cambiamento stilistico. I pezzi ci piacciono, abbiamo deciso di incidere una nuova versione di “Quei Nomi” che resta uno dei pezzi più importanti per noi, e di mettere la maggior cura possibile in tutto quello che riguardava l’aspetto finale del disco. Da qui la scelta del lato serigrafato, della foto numerata, del proporre un’illustrazione sulla confezione e l’inserto. Non siamo particolarmente prolifici, ma ogni volta che usciamo con qualcosa cerchiamo di alzare l’asticella.

  • I fan raccontano di show selvaggi, tra pogo furioso e cori condivisi: com’è suonare con questo tipo di energia? Come lo esporterete sul grande palco?

I nostri live quando va bene sono sempre un bel casino…e questo è quello che ci ha sempre dato più soddisfazione in questi anni. Soprattutto vedere un bel delirio di adolescenti insieme alle solite brutte facce. Ci è capitato tra Amburgo e un paio di festival qui in Italia di affrontare palchi più grossi dei nostri soliti standard, e ci siamo divertiti. In questo caso sarà un inedito per noi, e anche se non siamo abituati a transenne e grosse distanze coi kids faremo in modo di far arrivare la nostra energia a chi sarà sotto al palco a far bordello. L’unica cosa che possiamo provare ad esportare è l’essere noi stessi e darci dentro!

  • Cosa pensate che renda il vostro live così coinvolgente e apprezzato sia dagli skins Oi! che dai punx più generici?

Credo che gli elementi siano due: le canzoni e la percezione di sentire qualcosa di vero e genuino. I brani abbiamo spesso avuto la fortuna che arrivassero al pubblico in modo abbastanza immediato e che fossero qualcosa in cui i kids, pelati o crestati che fossero, riuscissero in qualche modo ad identificarsi. L’altro aspetto è che siamo sempre i soliti cazzari e come ci vedi sul palco ci ritrovi dopo il concerto al bancone del bar. In più il fatto di scegliere un registro in cui l’ironia la fa da padrona e il non prenderci mai troppo sul serio ha sempre fatto sì che non ci fosse distanza dal palco a chi sta sotto. Anche se sembrerà un po’ retorico è tutta un’unica cosa.

  • Secondo voi, qual è il ruolo della scena punk/oi! italiana nel panorama musicale attuale? È sottovalutata?

A me sembra che sia una scena che gode di ottima salute, con un bellissimo e naturale ricambio generazionale. Gli spazi in cui si organizzano concerti ed eventi ci sono, nonostante la repressione. Il punk con l’hardcore e l’Oi! sono sempre stati un’eccellenza in Italia, e mi sembra che anche le tante band uscite negli ultimi anni stiano confermando questa tradizione. Se vogliamo pensare che sottovalutata significhi non avere visibilità nel mainstream, beh allora spero che tutto resti così: stiamo bene nei nostri circuiti, con la loro etica e le loro regole. Questo è ciò che ha fatto sì che tutto un genere musicale diventasse qualcosa di molto più grande, e che avesse la forza di riprodursi e rigenerarsi con la stessa integrità nell’arco di 40 anni. Noi non vendiamo niente, non abbiamo bisogno di clienti, vogliamo che quello che facciamo sia innanzitutto condivisione, altrimenti avrebbe poco senso.

  • Se doveste scegliere una città italiana dove suonare ancora, dove andreste e perché?

Mi verrebbe da risponderti quelle dove non siamo ancora stati. A dover scegliere è difficile, perché siamo legati a un sacco di città diverse in tutta Italia. Speriamo soprattutto che in ogni città nascano nuove occupazioni che ci portino a suonare su qualche altro palco più o meno scassato, a fare casino con gente nuova, a tirare le ore piccole al bancone e ad aggiungere nuove amicizie e nuovi percorsi di vita e condivisione che ci facciano sentire vivi, e liberi.

Nazim Hikmet, grande poeta e rivoluzionario, scrisse che il più bello dei mari è quello che non navigammo: speriamo che il concerto più bello sia quello che non abbiamo ancora vissuto.

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