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The Offspring: Let The Bad Time Rolls

A distanza di 9 anni dal non fortunatissimo “Days go by” ritornano sulla scena i The Offspring. Il loro nome da sempre fa scattare accese discussioni tra i punk rockers: chi li taccia di aver tradito la scena, chi li apprezza fino a Smash, chi invece fino ad Americana e chi invece li odia solo perché famosi. Come ha detto recentemente Dexter Holland in un’intervista a Kerrang: i ragazzi prima si avvicinano al punk grazie agli Offspring, poi proseguono con i NoFx e poi arrivano ai Crass. L’unico problema è che quando arrivano ai Crass poi iniziano a odiare gli Offspring!

Inutile negarlo: se tantissimi ragazzi (adulti) oggi ascoltano punk rock è anche grazie a loro.

Prima di addentrarmi nella recensione mi pare giusto fare il mio personale coming out: per me i the Offspring sono una grandissima band, una band capace di sfornare killer songs da oltre 30 anni e chi li critica per le loro scelte non è intellettualmente onesto. Provo sincera pena per tutti quelli che vanno ad un festival e poi snobbano gli Offspring come headliner andandosene via avocandosi superiorità morale (ma poi ti fanno due palle tante sul supportare la scena e seguire le band! Ahi, la coerenza questa sconosciuta!).

Dopo il doveroso personal disclaimer, ora parliamo di questo “Let the bad times roll”. La formazione non è più la stessa dei tempi di Smash, il batterista Ron Welty ha lasciato la band dopo Conspiracy of One (sostituito poi da Atom Willard fino al 2011) e ora anche il bassista Greg K. (da brividi il suo intro di Bad Habit) se ne è andato pare per una brutta storia di royalties non pagate (pare che Dexter e Noodles lo fregassero da anni). Al loro posto ora ci sono due pezzi da 90, sia per il calibro sia perché provengono da storiche band del decennio d’oro del punk rock moderno: Pete Parada dai Face To Face e Tood Morse degli H2O.

La produzione è stata affidata nuovamente a Bob Rock (che aveva gia registrato l’eccellente ‘Rise and Fall, Rage and Grace’ e ‘Days go by’) e a livello di sound si prosegue con un suono potente ma decisamente piu patinato rispetto ai dischi Epitaph. Il disco è stato anticipato nelle settimane precedenti dai due singoli “Let the bad times roll” e “We don’t have sex anymore”. Diciamo che gli Offspring rimangono qui nella loro tradizione introducendo due singoli molto orecchiabili e pop che si prestano a “innocui” passaggi radiofonici. Se prendiamo ‘Americana’ e ‘Conspiracy of one’ erano partiti con “Pretty fly” e “Original Prankster, pezzi studiati ad arte per la radio e non per il pubblico punk. Sicuramente c’è da dire che sono due pezzi che non hanno fatto gridare al miracolo e fatto probabilmente calare le aspettative ai loro fan di vecchia data.

L’album però parte a bomba con “This is not utopia”, pezzo in classico stile Offspring. Dopo un intro che fa riecheggiare la classica “Falling” (Americana) il pezzo parte forte e troverete tutti i classici elementi del loro sound. Segue il primo singolo e poi ‘Behind your walls’ che nonostante rispecchi tutti i loro canoni manca di quella freschezza e sembra non partire mai. L’eco di ‘Americana’ aleggia forte su “Army of one” mentre la successiva “Breaking Bones” sembra uscita direttamente dalle sessioni di studio di ‘Rise and Fall’ per struttura e suono.

“Coming for you” sin dal primo ascolto ha un qualcosa di gia’ sentito (come un po’ tutto il resto dell’album ad essere sinceri) ma qui è particolarmente forte. Con una breve ricerca su internet infatti trovo che il pezzo era già stato pubblicato nel 2015. Dopo un intermezzo musicale segue il pezzo bomba del disco: “the opioid diaries”. Quando Dexter e Noodles sono ispirati non ce ne è per nessuno: continueranno per anni ad essere una macchina sforna pezzi bomba!L’album si “chiude” con “Hassan Chop” sfuriata HC su cui i loro miti musicali sembrano impadronirsi del sound con i ragazzi che si lasciano guidare.

Parliamoci francamente: l’album contiene 12 pezzi, di cui 2 sono interlude musicali, uno che è un vecchio singolo riciclato dal 2015, una è una versione acustica di Gone Away da “Ixnay on the Hombre” (molto bella ma queste cose si infilano in EP o b-sides). Se avessero fatto un EP con quelle 5 canzoni punk che contraddistinguono il loro stile staremmo qui a parlare di un egregio EP, invece ci ritroviamo di fronte ad una prova debole che davvero nulla aggiunge alla loro carriera. Nove anni per tirare fuori 5 pezzi (seppur buoni) mi sembra un po’ poco.  

Voto: 6 (come dicevano a molti a scuola: sono talentuosi ma non si applicano piu’)

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