THE CHEEKS: Royal Pop Elevation

THE CHEEKS: Royal Pop Elevation
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THE CHEEKS: Royal Pop Elevation

The Cheeks sono: Kono (voce), Cheeky Olav (batteria-percussioni), Sugar (chitarra, cori), Atomic Pille (basso, cori) e Chris Riza (jolly, non che factotum della band).Nati nel 1995, i teutonici The Cheeks con questo loro ultimo lavoro, intitolato Royal Pop Elevation, dimostrano di saperci davvero fare.Sin dal titolo sono chiare le influenze del gruppo, che si rifà al cosiddetto filone “powerpop” degli anni ’70, comprendente bands di provenienza statunitense come i Plimsouls, i Real Kids o The Knack (universalmente noti per la hit “My Sharona”).Alla base di questo, che ai tempi venne definito “new style”, troviamo la capacità di mescolare nuove attitudini punk’n’roll con il sound di gruppi storici come i Beatles ed i Byrds.Ed in effetti, ascoltando le 14 tracce dell’album sembra proprio di ritornare alle suggestioni della “swinging London” o, meglio ancora, della S.Francisco Bay degli anni ’60.Il cd si apre con una cover dei The Toms (“Let’s be friends again”), con un intro che riprende “My Sharona” e “Gimme some lovin’”, resa celebre dai Blues Brothers.A partire da “Some more action” i brani si caratterizzano per la presenza costante del mitico organo Hammond, quasi a voler ulteriormente ribadire da dove provengano le ispirazioni del gruppo.“Inside outside” ricorda molto le sonorità dei Pulp di Jarvis Cocker, soprattutto sotto l’aspetto vocale; fatto , questo, che non deve destare alcuno stupore, dal momento che l’imprinting è il medesimo per entrambe le bands.Arriviamo così al singolo “Mr. Rain”, in puro “Californian style” anni ’60 (alla Mamas and Papas, per intenderci), che manca però di incisività rispetto ad altri ottimi pezzi, quali “Where the time goes”, “It’s too late to stop now”, oppure “No use pretending”, tutte molto ritmate ed orecchiabili.
Decisamente interessanti anche “Can’t stand surfin’”, in cui la band si discosta dai clichés tipicamente californiani fatti di sole, mare e surf, e la ballad “I can’t really go on without her”, molto struggente e suggestiva.
Il disco risulta davvero ben suonato e di ottima fattura, del resto è stato registrato in uno dei migliori studi tedeschi (e si sente…).
Quello che emerge è la grande coerenza del gruppo (dote ormai molto rara), e la straordinaria passione per le atmosfere anni ’60, confermata anche dalla grafica del cd e dal nome stesso della band, con quell’articolo che fa tanto Sixties (a tal proposito, ricordate il celeberrimo dialogo nel cult movie di Alan Parker “The Commitments”?).


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