Miss Chain & The Broken Heels: quattro chiacchiere con la frontwoman Astrid

Ho fatto qualche domanda ad Astrid, frontwoman dei Miss Chain & The Broken Heels circa il nuovo album della band e tanto altro ancora!

 Ciao Astrid e benvenuta su Punkadeka! Dall’ultimo album (“The Dawn”, 2013) a “Storms” sono passati esattamente 10 anni. Cosa vi ha spinto a tornare a scrivere un disco dopo tutto questo tempo? Immagino che in questo lasso di tempo siano cambiate tante cose, anche in voi a livello umano, quindi cosa significa per voi oggi avere tra le mani “Storms”?

Sebbene The Dawn si differenzi un bel po’ dai singoli e dal nostro primo disco “On a Bittersweet ride”, tutti hanno un minimo comune denominatore: nascono dall’esperienza vissuta on the road durante i tour o meglio, dalla mancanza di quella esperienza una volta rientrati alla casa madre. Una bolla all’interno della quale spazio, tempo, confini assumono nuove regole e ogni giorno ci si immerge in un’abbuffata di stimoli che saturano cuore, mente e corpo. Torni a casa e arriva il vuoto. In quel vuoto avviene la magia.

Allontanarsi permette di avere uno sguardo diverso, rompe gli equilibri pre-esistenti e costringe a trovarne di nuovi. Storms nasce dall’allontanamento dall’esperienza di tour che eravamo abituati a vivere, in un periodo in cui sono diminuiti i concerti e ognuno di noi ha intrapreso strade diverse che, per quel che mi riguarda, mi hanno portata a dedicare la maggior parte dei weekend alla scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta e ad avere meno possibilità di suonare live.  

Storms è nato dentro ad un clima di ricerca. Ricerca di senso, ricerca di abbracciare possibilità di mettere radici senza soffocare, ricerca di nuove via di fuga che fossero creative e destabilizzanti in modo nuovo, ricerca di nuove domande, ricerca di nuove sonorità, di nuovi modi di creare melodie, di individualità e collettività, ricerca di definirsi come individui ma anche come gruppo. Avere tra le mani questo disco significa aver dato alla luce un lavoro per il quale ognuno di noi c’ha messo un pezzo di sé e non averlo tra le mani sarebbe stato un sospeso difficile da tollerare.

 Oltre ad una vostra evoluzione personale, che cambiamento hai visto nel mondo della musica negli ultimi anni, soprattutto in quello della musica indipendente? 

Chiedo l’aiuto dal pubblico e passo la parola a Franz: “Cambiano facce, luoghi e dinamiche, ma rimane sempre un mondo fatto di passione e sudore. 

A nostro avviso, fai queste cose perché ti riempiono dentro, ti arricchiscono, ti danno un significato. Non per soldi, fama o altri tornaconti. Chi si aspetta queste cose, in un modo o nell’altro tende ad allontanarsi, colpito da aspettative e delusioni. Ma la cosa bella è che, per quante persone possano abbandonare, ce ne sono sempre altrettante che trovano nel D.I.Y., nel punk e nelle sottoculture una via di fuga ed un significato. E queste creano nuovi luoghi di aggregazione ed espressione, locali, negozi, festival. 

E’ un vortice di cambiamento che ruota sempre su se stesso, e devi abituarti a cambiare per rimanere focalizzato sul tuo perché.

Risposta troppo filosofica?!

Beh diciamo che un gran cambiamento, visibile chiaramente, è quello dei costi. Tutto è più costoso, e viaggiare/sostenere un tour o un locale è sempre più difficile. Dall’altra parte, registrare un disco e promuovere le proprie creazioni è diventato più abbordabile. 

Chissà come e se queste cose si equilibrano?

Com’è stato tornare a suonare live, al Biko? Da quanto mancavate su un palco e soprattutto, quanto mancava a voi un palco? Dove altro porterete “Storms”?

Suonare al Biko è stato un bel kick. Era la festa della nostra etichetta, la Wild Honey, e la sensazione era quella di una ripartenza tra facce familiari e accoglienti, pronte ad ascoltare il live non solo con le orecchie ma con il cuore. 

Una ragazza, a fine concerto, è venuta a ringraziarmi dicendomi: “Grazie per quello che fate perché avete il potere di far provare emozioni alle persone”. Frasi del genere danno il senso a quello che faccio.

Non è tanto il palco a mancare, quanto più il pubblico con il quale crei il concerto: incrociare sguardi, sorrisi, corpi che dondolano permette di entrare in relazione e vivere un’esperienza unica che in sala prove non si ha.

Abbiamo un po’ di date. Ecco dove saremo prossimamente:

09/02 BASE, Palazzolo Sull’Oglio (BS)

10/02 COVO, Bologna

17/02 JOSHUA BLUES CLUB, Como

18/02 SGREXENDA, Vicenza

E poi ad Aprile ci sarà il Rollercoaster Festival, un piccolo evento curato al Centro Sociale Arcadia di Schio (VI) con tantissime band nuove e fresche.

 Il vostro comunicato recita: “Sono una di quelle band sempre a metà. Troppo pop per i punk, troppo punk per il pop. Troppo puliti per i nostalgici del garage e troppo strani e sporchi per l’Americana. Difficile da classificare”. Secondo me è una cosa positiva la continua sperimentazione e lo spaziare tra più generi e non incasellare la musica in un genere per piacere a un dato pubblico, ma arrivare a un pubblico eterogeneo facendo quello che vi piace. Avete ricevuto qualche critica in merito?

Di quel tipo non sono ancora arrivate! Anzi siamo sorpresi da come “Storms” stia venendo accolto e compreso in profondità. Non so se sia qualcosa di scontato ma personalmente nel leggere le recensioni spesso mi sono detta: “caspita hanno veramente ascoltato e capito i diversi livelli di lettura del disco”. Non ho ancora letto recensioni che si sono limitate a descrivere la musica o riportare il comunicato stampa ma in tutte sembra emergere una risonanza personale e questa cosa è un gran regalo.

Nel comunicato abbiamo proprio sfruttato le critiche ricevute soprattutto dai puristi del punk e del power pop old school, che con l’uscita di “The Dawn” avevano lanciato qualche frecciatina di quel tipo. Già in quel disco si può percepire l’inizio di una ricerca e di un’apertura verso sonorità altre che richiamano scenari ampi e diversificati.

Subito mi suonava come una critica che diceva “non siete né carne né pesce”, come se mancassimo di una nostra carta che ci caratterizzasse, come se fossimo lacunosi nel definirci. In realtà nel tempo l’ho riletta proprio come la nostra forza che evidenzia la nostra unicità anche perché la continua sperimentazione e contaminazione è un qualcosa che non ci è partito di testa del tipo “dobbiamo fare un disco che suoni più alla War on drugs”. Sono state le pance a parlare e portarci lì e solo dopo le teste sono intervenute commentando il melting pot.

 Le volte che vi ho visto live ho sempre apprezzato il tuo carisma e la tua forza come leader della band, e che potessi essere una fonte di ispirazione per una ragazza che volesse imbracciare uno strumento. Cosa significa essere una donna nel mondo della musica underground, hai mai riscontrato difficoltà?

Penso di aver risposto molto volte a questa domanda nel corso degli anni e anno dopo anno mi rendo conto sempre più di quanto anche l’ambiente musicale underground, come tutti i sistemi in cui siamo immersi del resto, sia pregno di premesse e costrutti machisti. Purtroppo il terreno sul quale si è costruito è quello del patriarcato e solo negli ultimi anni è iniziata una rivoluzione che ora sta permettendo di aprire gli occhi, le menti e i cuori a una nuova educazione. Il pensiero, lo sguardo che abbiamo sull’altro, sulle relazioni, va messo in discussione, destrutturato e ricostruito. 

Solo ora, all’alba dei 40 anni, mi rendo conto di quanto avrei potuto contribuire in modo diverso al cambiamento. Negli ultimi 15 anni, gradualmente, ho preso consapevolezza di come durante la mia adolescenza sono stata vittima ma al contempo complice di questo sistema. Per rimanere dentro ad un’appartenenza e una scena musicale testosteronica, ci si adatta e inconsapevolmente molti atteggiamenti, battute, prevaricazioni, diventano una normalità. Questa presa di coscienza ha fatto e fa molto male. Penso che l’emergente sensibilità rispetto a questo tema mi ha portato ad approfondire e quasi per riscattarmi mi sono laureata alla magistrale con una tesi su come l’ambiente musicale possa essere un’opportunità per creare un contesto educativo, creativo, condiviso e soprattutto sicuro per le ragazze tenendo anche in mente tutta la questione dell’identità di genere e dell’inclusività (l’esempio da cui sono partita sono i Girls Rock Camp nati a partire dai movimenti Riot).

 Domanda finale, anche se difficilissima: se potessi scegliere solo 5 album da portare su un’isola deserta, quali sarebbero?

Rispondo tutelandomi e togliendo i mega classici perché sono certa li troverei già lì (Ramones, Bruce Springsteen, Beatles, Beach Boys, Rolling Stones, Rancid…ecc ecc)

Porterei: 

Billy Bragg and Wilco – Mermaid Avenue

Sharon Van Etten – Are we there

Millennium – Begin

Blondie – Blondie

The Go – Fiesta

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