REBORN

Nel posto sbagliato al momento sbagliato. Incudine: Hardcore is suffering

La vecchia guardia c’è. Eccome se c’è. Dal 2012, sebbene con qualche cambio di formazione intervenuto nel corso di questi dieci anni, gli Incudine hanno pubblicato due album e ora, negli ultimi giorni, hanno rilasciato per Devarishi Records il loro terzo disco: “Wrong Place Wrong Time”. Cesare – Che (voce), Gila (chitarra), Mox (batteria) e Adam (Basso) danno vita a un album ruvido, potente e a tratti cupo appena uscito in vinile colorato (blu oppure giallo) che segue “Survive To Myself” (2013) e “Holy Parasite” (uscito solo in digitale nel 2015). Che, Gila e Mox vantano trascorsi storici nella scena punk e hardcore italiana degli anni ’80 e ’90 (Crash Box, Maze, Erode, Real Deal – quest’ultima band nata nel Canton Ticino o Govinda Hard Core Project – progetto hc nato negli anni ’90 da quello che fu il circolo culturale Govinda, nel centro di Milano).

In occasione dell’uscita di “Wrong Place Wrong Time” per Devarishi Records abbiamo fatto una chiacchierata con Che e Mox.

 

Partiamo con un po’ di storia. Dagli anni ’80 ad oggi la scena punk e hardcore è cambiata parecchio. Quali aspetti della scena di allora vorreste vedere nella scena di oggi? E viceversa, di ciò che caratterizza la scena odierna (che forse è “enorme” rispetto agli anni ’80), cosa avreste voluto vedere 35 o 40 anni fa?

Cesare: «Non sono la persona più adatta per parlare della “scena”. Non ne faccio parte: conosco delle persone, tutto qui. Posso solo dire che avendo suonato anche all’estero, la considerazione per le band sia molto diversa e più stimolante fuori dall’Italia, e perciò quelle “scene” crescono e si evolvono magari meglio che la nostra».

Mox: «Una cosa è riferirsi agli Stati Uniti d’America, ove la miccia dell’hc ha praticamente visto la sua accensione. Altro paio di maniche l’Europa e nello specifico la scena autoctona. Riferiamoci all’Italia dunque, che ha vissuto un’ondata irrefrenabile di sano ribellismo perlopiù politicizzato e motivatamente organizzato, ma pressoché con mezzi di fortuna. Tra l’81 e l’89 quasi tutti i concerti di gruppi appartenenti al genere (prima solo italiani e poi internazionali) si reggevano su un’organizzazione naïf, prevalentemente in spazi occupati e autogestiti. In parallelo tutte le produzioni discografiche hanno lentamente vissuto una crescita qualitativa, ma partendo da un oggettivo stato di povertà, non solo economicamente parlando, ma anche di mezzi. 

Va bene che sia andata così… In questo senso si può anche provare nostalgia, nonché affetto per chi ha posto le basi d’un movimento musicale che ha sempre continuato su vari livelli, mentre tutta l’attitudine socio-politica inevitabilmente a poco a poco implodeva in se stessa. In quei primi anni ero adolescente, quindi ho iniziato ad assestare la mia personale visione e le mie inclinazioni nella vita che ho poi condotto (ancor oggi mi ritengo vegetariano, anarco-individualista e straight edge). Ecco cosa è rimasto: senza la frequentazione di questo ambiente, probabilmente non avrei le medesime attitudini. Come giustamente osservi tu, oggigiorno è radicalmente diverso, a parte certi passaggi di scrittura nella musica degli Incudine che affondano volutamente le radici in quei gloriosi anni.  Ora abbiamo più passato che futuro e dobbiamo preoccuparci di sopravvivere il meglio possibile… Sempre nel totale rispetto di chi ci circonda».

C’è qualcosa dei vostri inizi musicali che oggi vi manca particolarmente? Quale tra i vostri trascorsi musicali ricordate con maggiore affetto?

C: «Non mi manca nulla, sono felice di quello che sto facendo con Incudine. Se proprio devo fare un nome, ammetto che con i Real Deal mi tolsi alcune soddisfazioni. Purtroppo non avemmo la costanza di continuare in un momento decisivo per la nostra evoluzione».

M: «Io, Gila e Cesare ci conosciamo da metà anni ‘80. Pochi concerti per noi già allora, ma la prima data dei Maze in cui suonava Gila, e della rinnovata line-up dei Crash Box con Cesare e Giulio (poi entrambi nel progetto italo-elvetico Real Deal) avvenne nell’inverno ’87 al Subbuglio, noto centro sociale ad Alessandria, con un delirio di amici provenienti da Lombardia, Piemonte e Liguria, stipati in pochi metri quadri. Pur essendo dicembre inoltrato, molti finirono a torso nudo per la bolgia che si creò. Manteniamo un ricordo positivo di uno spirito tipico, sorto con quella scena in tutto il pianeta: l’abolizione delle barriere nello spazio di azione tra chi suona e chi assiste, il campo di gioco restava il medesimo.

Con Gila ci ritrovammo a suonare insieme nei primi anni 2000 formando i Furious Party, un sano quartetto di hc evoluto, con la prestigiosa e innata musicalità di Olly Riva, che necessitava in quel momento una valvola espressiva in cui cantare, alternativa ai suoi Shandon. In quegli anni il livello professionale ed economico era inevitabilmente cresciuto. Poi con Cesare ci ritrovammo nel 2012 ad un concerto di re-union dei leggendari Indigesti al Low-Fi di Milano. Lì, dopo 24 anni dall’ultima suonata insieme, sopraggiunse l’idea per dare vita a Incudine».

 

All’epoca numerose band nacquero dal fermento culturale, rivoluzionario e ribelle partito dal ’77 e proseguito negli anni ’80: penso ad esempio a Jumpy Velena a Bologna o al Virus di Milano. Oggi manca quella spinta di allora?

C: «Se per spinta intendiamo quella faziosità bigotta che contraddistinse certe frange politicizzate che uscirono dal Virus, posso affermare che quella non mi manca per nulla. Il punk è attitudine, ma non è solo “una” attitudine. La stessa cosa dicasi per l’hc: io rifuggo dagli ayatollah della “scena”. Quello che è punk o HC per me può non esserlo per te e viceversa. Ma nel momento che tu arrivi con le tavole di Mosè a dire “questo è punk, questo no” ti mando calorosamente a quel paese».

M: «Indubbiamente i tempi sono mutati, ma i problemi sono rimasti… A parte questo banale luogo comune, è senz’altro vero che alcuni aspetti dell’esistenza nella comunità umana sono peggiorati rispetto a quattro decenni fa e oltre. Ove, se non altro, le ideologie favorivano la spinta culturale, stimolando molta creatività in più direzioni. Il punk e l’hc non erano esenti da questa logica.

Ho raccolto e ascoltato assiduamente i dischi del periodo, nello specifico la scena punk italiana di cui conosco ogni uscita dal ’77 a fine anni ’80, come testimonianze di creatività che sorgeva dal fermento in un luogo e in un momento anche difficoltoso se vogliamo, ma particolarmente intenso. Cesare lo ha attraversato sulla sua pelle fin dai momenti iniziali (ha assistito al primo leggendario concerto di Lou Reed in Italia, nel 1975) e questo un po’ suscita la mia invidia… Comunque, per tornare alla tua curiosità sulla situazione odierna, ritengo che in gran parte manchi quella propulsione, semplicemente perché i parametri sociali di chi si esprime con la musica sono mutati».

 

Veniamo al nuovo disco, “Wrong Place Wrong Time”: cosa vi ha spinto a comporre nuove tracce e ad andare in sala di registrazione? Testi: inglese o italiano? O entrambi?

C: «Abbiamo alle spalle dieci anni di lavoro con molta dedizione e pochissime soddisfazioni. Se non fosse stato per una fortunata combinazione astrale (trovare un bassista formidabile come Adam ed essere contattati dalla Devarishi Records), probabilmente questo disco non avrebbe mai visto la luce. Invece ora ci accingiamo a festeggiare il decennale con questo LP che ci soddisfa moltissimo, e che spero possa crearci delle occasioni per suonare dal vivo e proseguire il nostro percorso musicale. Ah sì, cantiamo in inglese perché io concepisco la voce come uno strumento e non un’entità separata dal resto, e con questi suoni preferisco la sonorità della lingua inglese: la trovo più congrua. Ciò non toglie che io possa apprezzare anche chi fa dell’hc in lingua italiana, tipo i La Follia o gli Psico Galera».

M: «Fondamentalmente il desiderio di fissare da qualche parte le tracce di un’ urgenza creativa: la nostra musica (o il nostro rumore se si preferisse chiamarlo così…), soprattutto con la formazione rinnovata. Anche gli Incudine, come i Deep Purple, hanno varie incarnazioni nel tempo… Poi Dharma di Devarishi ha dato l’opportunità di divulgarne un prodotto finale fisico in tutto il mondo occidentale, dimostrando tutto il suo apprezzabile entusiasmo. Così il vinile colorato ha preso forma con la sua angosciante quanto fantascientifica immagine di copertina e alcuni brani dal repertorio passato e recente, tutti rigorosamente cantati in lingua inglese».

Il disco sta uscendo in queste ore e nessuno (tra il pubblico) finora lo ha ascoltato. Lo sentite più vicino alle vostre radici musicali, ovvero a band come i Crash Box e in generale alla scena di allora, o più vicino al punk e hc moderni con tutte le varie sfumature del caso?

C: «Direi che non ha nulla a che vedere con i Crash Box: erano altri tempi. Io e Mox entrammo nei CB e contribuimmo in modo importante alla realizzazione di “Nel cuore”, che secondo me era un gran bel disco ma forse già troppo evoluto e mixato per giunta malissimo. Di lì a poco i CB si sciolsero e sia io che Mox continuammo percorsi differenti, che poi ci hanno portato nell’autunno del 2012 a ritrovarci e a concepire Incudine come qualcosa di nuovo. Qualcosa che a parte noi due “padri fondatori” ha poco da spartire con le sonorità dei CB».

M: «Più che altro “con le sfumature del caso”… Vero è che 35 anni fa io e Cesare suonavamo insieme e Incudine potrebbe in certo senso rappresentare una sorta di continuità con i nostri trascorsi, ma nulla di più. In realtà, il disco ci rappresenta solo in quanto frutto delle nostre emanazioni del momento. In ogni caso non ci disturba continuare a definirci genericamente come progetto hardcore, sebbene sappiamo ben andare oltre i canoni, riuscendo a proporre ciò che ci passa nella mente, pur con tutti i nostri limiti da esecutori. In ogni caso, vi è uno slogan che definisce la nostra attitudine: “Hardcore is suffering”».

 

Sia “Holy Parasite” che “Survive To Myself” riportano in copertina una o più iene: perché?

C: «Sono io il responsabile della scelta zoologica: gli animali mi hanno sempre affascinato, così come la componente animale presente anche negli esseri umani. Non a caso la copertina dei Real Deal recava un mandrillo incazzato, che secondo me rispecchiava benissimo la nostra musica. La iena è un animale reietto e schivato da tutti: nessuno si comprerebbe un cucciolo di iena, haha. Quindi ci vedevo bene un parallelismo con Incudine. Tutto qui».

M: «La metafora della iena rappresenta bene quell’indole dell’essere antropomorfo che forse non ci si vergogna nemmeno più di portare. Si tratta d’un animale che gode di pessima fama: le si attribuisce una nomea politicamente scorretta e chiunque ne prende le distanze. È stata una scelta specifica di Cesare, che si occupa anche di tutti i testi, e penso che intendesse simboleggiare proprio la scaltra quanto irritante (e preoccupante) doppiezza insita nel Dna umano appunto attraverso la figura della iena».

 

Gli Incudine hanno in serbo altre tracce o un altro disco per il futuro? C’è l’intenzione di stampare “Holy Parasite”, finora uscito solo in digitale, o ristampare “Survive To Myself” o magari entrambe le soluzioni?

C: «Gran parte dei brani di “Holy Parasite” sono finiti su “Wrong Place Wrong Time”. Questo perché la formazione è rinnovata per metà e li suoniamo diversamente, con un altro spirito. Per quanto riguarda “Survive To Myself”, abbiamo ancora vinili da vendere a chi li volesse: basta presentarsi a uno dei nostri frequentissimi concerti. Se hai colto dell’ironia sei nel giusto: noi ne abbiamo piene le scatole di impegnare soldi, tempo ed energie per poi essere chiamati a suonare per quattro birre e una pizza se va bene. La pizza me la mangio dove voglio io e come voglio io, haha».

M: «Il lavoro della band, vista anche la rinnovata line up, è tutt’altro che fermo. Stiamo continuando a suonare, pur senza frenesia da produzione a tutti i costi. Non sono previste a breve stampe del vecchio materiale, anche perché diverse tracce di “Holy Parasite” presenziano su “Wrong Place Wrong Time”».

Una domanda di stretta attualità che riguarda una band che, nonostante tutte le differenze che ci possono essere, bene o male tutti conosciamo: i NOFX. In queste ultime ore è emerso come l’anno prossimo, dopo 40 anni di attività (sono nati nel 1983) abbiano deciso di sciogliersi. Cosa ne pensate?

C: «Non ho molto da dire a riguardo. Gli unici dischi dei NOFX in mio possesso sono “Punk In Drublic” e “Kill All The White Men”. All’epoca mi piacevano: li trovavo parecchio divertenti, ma poi i miei ascolti si sono rivolti altrove; se hanno deciso di smettere avranno le loro buone ragioni».

M: «NOFX è un marchio che a suo modo ha fatto storia, lasciando indubbiamente un segno della propria presenza e del proprio passaggio. Se non altro per come i NOFX siano stati efficaci nell’arrivare ad un pubblico così vasto cambiando così oltre che la propria sorte, anche quella di gran parte del punk hc Naturalmente dagli anni ’90 non sono stati soli, ma in ottima compagnia con la squadra Epitaph (il riferimento è a Offspring, Rancid, Pennywise, etc… e ovviamente ai padroni di casa Bad Religion). Ma è previsto che le vicende artistiche, così come quelle umane si concludano, una volta esaurito il ciclo. È la vita stessa ad avere fine per ognuno di noi.

Comunque questi ragazzi hanno dato il massimo, in termini professionali prima ancora che goliardici (come è noto), ottenendo in cambio molto dalla vita: forse più dell’immaginabile. 

Se desideri un parere strettamente personale, affermerei che in quanto a idee avrebbero potuto “abbandonare il campo” anche un filino prima… Ma d’altro canto, finché i concerti e le produzioni suscitano entusiasmo di massa e ritorno economico, oltre che egoico… non ha molto senso arrestare la macchina».

di Giovanni Bernardi 

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