TONY SLY: 12 song program

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TONY SLY: 12 song program

Mi chiedete di essere obbiettivo in questa valutazione?Davvero?

Come se fosse facile recensire con fare distaccato l’albumsolista di un “artista” che ormai mi accompagna da una decade…

Certo gli anni li hanno resi più lenti, più pop, più ElliotSmith che Bad Religion, ma sono pur sempre una delle migliori band incircolazione, una garanzia in definitiva…

(se in questo momento vi state chiedendo di chi sto parlandoè meglio che fate un corso accelerato di punk californiano, qui mancano propriole basi)

Così risulta difficile interpretare questo “12 song program”in modo diverso che non un album dei NO USE FOR A NAME riprodotto in acustico,anche se Tony Sly ha provato a metterci in difficoltà. Le influenze da lui citate(Beatles, Dylan e Bowie) si sentono, ma la struttura dei brani rimane sempremolto semplice, molto “punk”, lontana magari dai canoni del generecantautoriale…Un bene per  i fan disempre, forse un limite per un ascoltatore proveniente da lidi più raffinati…

Il brano di apertura “Capo 4th fret” è una ballata di quelleinfinite, triste ma al tempo stesso brillante, piacevole sottofondo di unqualsiasi mercoledì sera in un semivuoto pub irlandese…

Fin da subito fa il suo ingresso la voce femminile di KarinaDenike, famosa per la ska punk band The Dance Hall Crashers, che entra quasi inpunta di piedi ma che brano dopo brano (è conviolta in ben 7 canzoni) rafforzai passaggi più tortuosi, addolcendo (se necessario) la già delicata voce diSly.

“Am” emerge per una melodia più sobria del solito, accompagnatasemplicemente da una fiebile tastiera, “Fireball” (che tratta malinconicamenteil problema dei senza tetto) e “Toaster in the bathtub” (dal testo intriganteed ironico) non stonerebbero nei passaggi più soft di “Keep them confused”mentre “Keira” è una commovente e calda ninnananna di un papà troppo spessolontano dalla sua bambina…

L’anima più folk del cantante californiano compare invece nelbrano “Amends”, dove ad accompagnarlo in un piacevole duetto è l’amico disempre Joey Cape, insieme al quale aveva intrapreso nel lontano 2004 lacarriera solista con un insolito split ed ora sparring partner, chitarraacustica alla mano, in un lungo tour europeo.

Se il peso dell’età inizia a farsi sentire, le vans inizianoad essere scomode nelle fredde giornate invernali e un concerto inizia adessere troppo impegnativo se non si trova proprio di fianco al panettiere difiducia, allora questo disco potrebbe accompagnare le vostre serate più rilassanti dopo una lunga giornata dilavoro.

Un disco che si collocherà egregiamente tra“Lock-Sport-Rock” di Nikola Sarcevic e “Bridge” di Joey Cape, che sicuramentegià appesantisco i vostri scaffali…

Voto: 7/10


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