GREEN DAY: American Idiot

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GREEN DAY: American Idiot

Con il discusso live report del concerto dei Green Day a Milano, ecco a voi, con un pò di ritardo, anche la recensione del cd…
Che “American Idiot” sia un ottimo album non credo ci siano dubbi, sul fatto che venga considerato un capolavoro avrei invece qualche riserva, si sono sprecati elogi su elogi neanche fosse un moderno “London Calling”…

Senza farci quindi prendere troppo dall’esaltazione cerchiamo di analizzare in modo obiettivo l’album. Come forse ben saprete la caratteristica principale è che i tredici brani sono legati tra di loro a livello testuale in modo da formare quello che è stato definito una sorta di “concept album”, altra novità sono due brani della durata di nove minuti composte da più brani uniti tra di loro. “The Decline” dei NOfx aveva già proposto questa idea (e a mio avviso anche meglio) ma rimane comunque un ottima trovata ed i vari cambi di ritmo sono strutturati in modo originale e accattivante, “Jesus in Suburbia” in particolare è decisamente riuscita mentre “Homecoming” accusa qualche battuta a vuoto.

Inutile spendere parole sulla title track o su “Boulevard of broken dreams” perchè le avrete sicuramente sentite e strasentite decine di volte.

Il lato più punk rock dei GD lo si vede in brani come “St.Jimmy”, “She’s a rebel” e “Letterbomb” che richiamando le sonorità a cui da sempre ci hanno abituato danno una bella scossa all’album e pur se non sconvolgeranno la scena come fece “Basket case” rilasciano la giusta dose di melodia et energia.

Fin qui nulla da eccepire, i brani più lenti non sempre invece mi hanno convinto.
Alcuni sono davvero ottimi, come l’intensa “wake me up when september ends”, “extraordinary girl” e “Holiday”, nonostante quel riff un pò troppo simile a “the passenger” (la stracopiata sigla di Tempi Moderni n.d.r.); al contrario “are we waiting”, “Give me novocaine” e la già citata “Boulevard of broken dreams” (di cui salvo solo il finale) le ho trovate un pò stucchevoli o comunque non all’altezza del resto.

Il giudizio finale è comunque più che positivo e per quante se ne possano dire sul conto di Billy Joe e soci è innegabile che abbiano dato tanto al punk aprendo la strada a molte altre band. Se poi Bj sfoggia una cravattina alla Avril (e si trucca anche di più), si fa intervistare per eMpTyV o amenità simili saranno affari suoi, “American Idiot” farà comunque la gioia di chi li ha sempre seguiti o di chi, come me, li ascoltava con un certo distacco.


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