YOUR HERO

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Uno dei nomi hot della scena alternative romana si presenta ai lettori di Punkadeka attraverso le parole di uno dei membri fondatori, Dario. Buona lettura

 

Partiamo dalle presentazioni e da un breve resoconto storico sulla band…

Dario: La band si è formata ufficialmente nell’estate del 2004 quando io e mio cugino Ermanno, lasciato il vecchio gruppo degli anni del liceo decidendo di dar vita a un nuovo progetto portandoci appresso  il chitarrista Valerio – anch’esso presente nella precedente band – e scegliendo Gianluca come batterista. Dopo la registrazione di un primo demo la band sente la necessità di introdurre un secondo chitarrista, così dopo aver preso in considerazione svariate persone la scelta cade su Federico, un talentuoso quindicenne che frequentava lo stesso liceo di Ermanno. Così la formazione – senza mai subire variazioni – è andata avanti negli anni fra concerti e registrazioni varie fino a oggi.

 

Il nome Your Hero da cosa trae spunto?

D.: La scelta di questo nome si può dire ironica, in quanto la nostra idea era proprio quella di rappresentare l’antitesi di quello che è lo stereotipo odierno di eroe. Questa parola porta istantaneamente a pensare a un qualcosa o un qualcuno di eccelso, dotato di capacità fuori dal comune, uno standard troppo elevato perché noi poveri esseri comuni si possa raggiungerlo. Eppure  la virtù dell’eroe sta nel fatto stesso di diventare eroe tramite le normali capacità di tutti noi, ma usandole in modo diverso.

 

Di recente avete siglato il primo contratto ufficiale con Wynona Records, arrivando successivamente alla pubblicazione del disco d’esordio. Come è nata questa collaborazione e quanto conta a livello promozionale avere alle proprie spalle un’etichetta ormai consolidata in ambito nazionale?

D.: La collaborazione con Wynona è nata in un certo senso per caso, poiché inizialmente i nostri progetti erano diversi, ma siamo convinti col senno di poi che si sia rivelata la cosa migliore in assoluto! Il lavoro di promozione e produzione che è stato fatto, e che viene fatto tutt’ora ci sta permettendo di evolverci talmente in fretta che talvolta è quasi difficile rendersene conto. La sensazione comune, sia nostra che dei ragazzi che gestiscono l’etichetta è quella di aver creato una parabola ascendente di cui noi tutti vediamo l’inizio in quanto siamo partiti assieme, ma di cui non vediamo una fine poiché sembra destinata a salire sempre più. Non poniamo limiti alle aspettative e non ce ne vengono posti da loro, anzi ci appoggiamo a vicenda e cerchiamo di far crescere di paripasso sia il nome della band che quello della label.

 

 

Arriviamo a parlare del disco: innanzitutto a cosa si riferisce il suo titolo, “Chronicles of a real world?

D.: Penso che la traduzione letterale del titolo esprima il grosso del suo senso e del perché lo abbiamo scelto. Ogni singola canzone rappresenta una storia, un racconto, un’esperienza da inserire nel nostro album di ricordi qualora un giorno volessimo parlare di quanto sia difficile il cammino che abbiamo intrapreso. Ovvero quello di voler vivere fino alla fine il nostro sogno investendo il tutto per tutto, e le difficoltà che questo ci crea, la profonda diversa visione della vita che inevitabilmente abbiamo rispetto ai nostri coetanei che hanno intrapreso dei percorsi “normali”.

 

A livello di songwriting avete riscontrato difficoltà nella composizione dei pezzi?

D.: La fase compositiva è sempre la più dura, perché è quella in cui ognuno mette sul tavolo le proprie idee, ed essendo idee partorite da cinque menti diverse sono inevitabili le divergenze. Il risultato finale è secondo me il compromesso fra le idee di queste cinque menti, sarei un bugiardo a parlare di mix o di fusione, poiché è sempre l’dea che risquote il maggior numero di consensi ad essere approvata e messa in pratica. Senza dubbio può essere soggetta a variazioni o miglioramenti, ma l’idea di fondo rimane la stessa; si può invece parlare di fusione riferendosi al processo di composizione di una canzone intera, perché nonostante l’imput iniziale venga dato da uno soltanto, sono anche le idee degli altri che consentono di andare avanti fino ad arrivare ad una conclusione.

 

Quanto tempo avete impiegato in totale sul disco?                  

D.: Essendo la nostra prima esperienza professionale i tempi sono stati, per svariate ragioni, estremamente lunghi. Il primo errore è stato il fatto di entrare in studio senza avere tutti gli arrangiamenti completi e questo ha fatto si che buona parte del tempo da dedicare alla registrazione è stato dedicato al riempimento di quei buchi che avevamo lasciato in fase compositiva. Un’altra scelta sbagliata è stata quella di fare il disco “a pezzi”, ovvero di registrare alcune cose in uno studio e altre in altri studi, scelta che è stata fatta in corsa e non pianificata a priori, facendo si che i tempi venissero dilatati in modo oserei dire catastrofico! Insomma fra scelte sbagliate e ritardi causati dalla nostra inesperienza siamo arrivati quasi a un anno di lavoro! Ma l’importante è aver capito dove abbiamo sbagliato e aver imparato la lezione per il prossimo disco.

 

Parliamo delle liriche, di cosa trattano? Quale è il concept generale sul quale ruotano i brani?

D.: Ogni canzone contiene in se un messaggio o una storia da raccontare, accostare tutti i brani ad un significato generale non è facile ma se proprio vogliamo farlo si può parlare di paura.. paura del domani, timore su cosa il futuro possa riservarci, la quale a sua volta genera a momenti alterni desiderio di fuga dalla vita di tutti i giorni a momenti in cui si accetta la sfida col destino e si da il massimo per vincerla.

 

“A kingdom’s tale” è il mio brano preferito del disco, volete parlarmi di esso e quale dei brani in esso contenuti è quello a cui siete più legati?

D.: “A Kingdom’s tale” nasce come desiderio da parte nostra di inserire un momento di riflessione nel disco, e anche dalla necessità di dimostrare la capacità di saper amministrare anche sonorità a cui veniamo poco accostati. Ne è uscito in realtà uno dei brani più riusciti del disco sia a livello armonico e musicale che come riscontro da parte del pubblico, uno dei brani meno rappresentativi del nostro sound è divenuto alla fine a nostra insaputa un inno per coloro che ci seguono e ci apprezzano e questo ci rende molto felici poiché ci ha spinto anche ad apprezzare e sfruttare di più sonorità di questo tipo. Citare un brano a cui siamo tutti legati è abbastanza difficile poiché ognuno ha il suo, per esempio volendo parlare di me sono molto legato a “The sun will come” poiché ho espresso tramite questa canzone tutta la mia paura del domani che si trasforma alla fine in un grido di speranza.

 

 

Quali sono state le vostre prime impressioni appena sentito il disco finito?

D.: Beh come si può intuire dalla risposta alla domanda precedente non buonissime. Oramai era talmente tanto che ci sbattevamo la testa sopra che sembravamo aver imboccato un tunnel senza fondo. Nulla sembrava più soddisfarci. Trovavamo sempre qualche dettaglio che non andava bene (e parlando con qualcuno di noi tuttora è dello stesso avviso) quindi diciamo che per un primo momento ci siamo “accontentati”. Questo perché il nostro metro di giudizio non era più obiettivo, ma ormai fortemente deviato. Ora a distanza di svariati mesi dall’uscita del disco quando ci capita di risentirlo siamo veramente orgogliosi!

 

Quanto ha inciso l’ottimo lavoro svolto dal produttore sul risultato finale?

D.: Nel nostro caso il produttore non è stato uno ma sono stati molteplici (purtroppo) comunque sia il prodotto che ne è uscito ha subito sicuramente influenze positive da ogni persona che  ci ha messo le mani, influenze che lo hanno portato ad essere com’è.

Per la maggior parte il lavoro di produzione ha riguardato l’ambito delle melodie vocali ed il risultato è a nostro avviso riuscitissimo.

 

La copertina è molto semplice e sobria. A cosa è dovuta questa scelta?

D.: L’aspetto grafico lo abbiamo sempre ironicamente posto in antitesi con quella che è la musica. In un periodo in cui la fanno da padrone grafiche estremamente colorate piene di elementi che a seconda del genere musicale costellano t-shirts copertine layout e via dicedo, abbiamo voluto puntare alla semplicità e a colori che mai verrebbero accostati ad un disco e una band come la nostra. L’esempio lampante c’è stato quando il Giappone ha messo sul mercato il nostro album; hanno rifatto la grafica da zero spiegandoci che nel loro mercato i gruppi come il nostro devono avere colori scurissimi e che la nostra grafica gli risultava troppo pop e non adatta a noi.

 

 

Guardando sul Web il vostro nome viene spesso accostato a quello dei Vanilla Sky, personalmente non vi trovo molto inclini al loro sound, voi che ne dite?

D.: Il nostro accostamento ai Vanilla Sky è dovuto non a un discorso di affinità musicale ma di produzione. Fin dai nostri primi demo due membri dei Vanilla – Brian e Vinx – si sono occupati della nostra produzione artistica insegnandoci molte cose del “mestiere”. Ne è conseguita la nascita di un’amicizia che è andata avanti negli anni fino alla loro inevitabile collaborazione nella produzione del nostro disco. Le voci sono state interamente registrate nello studio di Brian e prodotte da lui e Vinx.

 

Oggi la parola emo fa rabbrividire un po’ tutti, eppure anche in questo caso spesso si legge questo termine al fianco del vostro nome. Quale pensate sia il termine più appropriato per descrivere il vostro sound? Presto prenderete poi parte al “Rock your week” un mini tour che vi vedrà protagonisti con Dufresne, To Kill e Forty Winks. Quali sono i vostri sogni/speranze legati a queste date?

D.: Per rispondere a questa domanda bisogna partire da un concetto di base ovvero che l’emo è un genere musicale ormai morto e sepolto dagli anni 90 che si è poi trasformato in una moda come col punk. Nulla di quello che oggi viene chiamato emo corrisponde a ciò che l’emo era, bensì è soltanto un’ evoluzione e malsana distorsione dei concetti che lo caratterizzavano. Questo discorso riguarda soprattutto l’Italia nella quale questa parolina magica gira soltanto da poco tempo rispetto all’America, paese in cui è nato, o l’Inghilterra, ed ormai a tutti piace dare la propria personale interpretazione di quello che è l’emo.. dalla spiccata sensibilità al taglio delle vene e via dicendo.. se ne sentono di tutti i colori. Il motivo per cui veniamo accostati a questa corrente penso sia qualcosa riguardante il nostro look ma comunque sia nulla che abbia a che vedere con la musica e quindi nulla che ci interessi! Per definire il nostro sound non credo ci sia un termine specifico poiché le influenze sono molteplici e svariate.. si possono ritrovare elementi di rock nella più classica e pura interpretazione del termine misti a sonorità provenienti dagli USA tendenzialmente denominate come screamo, ma non mancano elementi riconducibili persino alla canzone d’autore. Per quanto riguarda le date di novembre del “Rock your week” speriamo in una massiccia risposta da parte del pubblico in termini di affluenza agli show, siamo particolarmente contenti di poter finalmente calcare dei celebri palchi in cui ancora non avevamo avuto la possibilità di suonare ovvero quello del Vidia e della Gabbia.

 

 

Internet è ormai un mezzo indispensabile per una band. Che rapporto avete col Web e quanto ha inciso secondo voi nel vostro successo mediatico?

D.: Il Web è stato il mezzo tramite quale abbiamo potuto promuovere il nome della band in Italia e all’estero ancora prima dell’uscita del disco. Ormai il rapporto fra musica e Internet è indispensabile, basti pensare al fatto che la maggior parte di copie del disco probabilmente le abbiamo vendute su iTunes. Abbiamo puntato molto sulla promozione tramite Web, tant’è vero che nei mesi precendenti l’uscita del disco si poteva già parlare di “aspettative” da parte del pubblico.

Ovviamente come tutte le cose positive questa evoluzione delle possibilità musicali sul Web hanno anche un lato negativo, ovvero il fatto che agli occhi di un qualsiasi “navigatore” che non sa cosa c’è dietro quel profilo MySpace e quelle foto una band di qualità potrebbe risultare sullo stesso piano di ragazzini incapaci che pensano solo a farsi le foto e i layout belli!

 

Siete parte di una scena – quella romana – in continuo fermento. Quale pensate siano i segreti di questa esplosione della scena alternative capitolina? Quali band vi sentite di consigliare?

D.: Potrà sembrare brutto ciò che sto per dire ma credo che il boom di gruppi che nascono a Roma e non solo sia dato soltanto dal desiderio di molti ragazzi di sentirsi “fighi”. Basti guardare quali sono i valori sui quali queste cosiddette band impostano il loro lavoro, il layout di MySpace e le foto. Non importa saper suonare decentemente, avere progetti concreti, obiettivi reali… quello che importa è accumulare plays su MySpace! A nostro avviso sono assai poche le band degne di tale nome. Inoltre ultimamente anche i brani sono ingannevoli perché grazie alla bravura di molti produttori qualsiasi band, anche la più scadente, può uscire con un prodotto decente. Quello che rende una band degna di tale nome è il lavoro assiduo, il credere in qualcosa e volerlo trasmettere. Avere dei progetti reali e non solamente un mezzuccio per rimorchiare le ragazze e fare il “bello” ai concerti! Le band che mi vengono in mente da citare e che consideriamo “vere” sono sicuramente i Vanilla Sky, gli Electric Diorama e i To Kill.

 

 

Progetti futuri?

D.: Stiamo finendo di scrivere i pezzi e fissando le tempistiche per il prossimo lavoro discografico, in questi mesi abbiamo accumulato materiale a sufficienza per poter pianificare il lavoro dei prossimi mesi ed i tempi di uscita del nuovo album. Il nostro obiettivo comune è di salire di livello con questo nuovo disco e uscire dalla nicchia suonando sempre di più, sempre meglio e speriamo sempre davanti a più gente. Altra cosa imminente è l’uscita del disco attuale in Germania, Austria, Svizzera e Benelux che avverrà il 7 novembre aprendoci così le porte di gran parte dell’Europa sia dal punto di vista del mercato che da quello dei live.

 

www.myspace.com/yourhero

 

 


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