Punkadeka 20 anni di DIY ...il libro

Quattro chiacchiere con Zerocalcare.

Non penso ci sia bisogno di presentazione alcuna per Michele Rech -Zerocalcare-  qua su Punkadeka.

C’è chi lo segue dai fumetti su quei giorni di Genova , chi lo conoscerà per “La profezia dell’armadillo”, chi l’ha sempre visto bazzicare ai live e magari ne ha apprezzato i flyers e chi molto probabilmente, nei mesi scorsi di lockdown , si è riconosciuto e si è fatto due risate con la sua serie cartoon “Rebibbia quarantine”.

 

Ciao Michele , benvenuto su Punkadeka.
Come e quando ti sei avvicinato al Punk Hardcore?

E’ tutto molto confuso e poco ortodosso… Quando avevo 13-14 anni stavo in fissa con i Metallica e il pop punk che ci stava in tv, gli Offspring, i primi Green Day, quella roba là, finché un giorno il mio immaginario viene investito in pieno dalle notizie che vedevo in TV sulle morti in carcere di Baleno prima e Sole dopo, gli squatter torinesi arrestati per le prime azioni di sabotaggio del TAV. Scontri, occupazioni, mi pareva incredibile che nessuno mi avesse avvertito che esisteva quel mondo là. Cerco di raccogliere tutte le informazioni che riesco in un periodo in cui internet era ancora agli albori, e quindi inizio ad ascoltare ossessivamente Radiondarossa. Lì mi innamoro di due trasmissioni musicali, Prozak e Allo Skader di un’ora, che sono state la mia prima vera formazione musicale. Mi registravo i pezzi direttamente sulle cassette dalla radio, cercavo di capire dove rimediare i cd, così inizio a bazzicare San Lorenzo dopo la scuola per investire i miei risparmi tra Disfunzioni Musicali e la libreria di Valerio Marchi. Per tutto quel periodo mi ero messo ad ascoltare soprattutto punk 77, combat, oi, le cose un po’ più politicizzate perché mi passava sotto mano soprattutto quel genere. Mi pare che in quel contesto una volta ho incontrato un pischello un po’ più grande di me, che suonava nelle Brigate Rozze, e mi ero un po’ accollato nel senso che gli chiedevo consigli su cosa ascoltare, e lui mi ha passato un disco dei Monkeys Factory che era uscito un paio d’anni prima, Voglia di lavorà. Quello per me è il colpo di fulmine vero. Da là in poi mi sono iniziato a rendere conto che era impossibile scindere il fatto che mi piacesse quella musica dai testi da un certo modo di stare al mondo e di sentirsi rispetto a quello che ti sta intorno.

 

Il gravitare intorno alla scena Punk / Hc romana e poi esserne parte integrante con flyers, artwork , ecc , quanto è stato importante per la tua formazione in prima persona e per quella di Zerocalcare poi?

Come formazione umana tantissimo, io penso che se tu sei un ragazzino che non si trova bene con tanti suoi coetanei, perché cerca degli stimoli diversi, perché si appassiona a cose diverse, l’incontro col punk ti svolta la vita. Ti accorgi che ci sta una tribù che ha dei codici tutti suoi, un sistema di valori tutto suo, che quegli status symbol, quel tipo di “successo” o di “popolarità” che sembra fondamentale nel mondo esterno, nel punk non conta niente, anzi è motivo di disprezzo. Non che non ci siano meccanismi simili pure nel punk ovviamente, alcune cose sono insite nell’essere umano, però i criteri sono completamente capovolti. Questa roba ti può salvare la vita. Dal punto di vista lavorativo pure è stato molto prezioso, perché disegnare manifesti che andavano stampati in bianco e nero, fotocopiati di merda, attacchinati per strada, in qualche modo ti costringe a imparare delle tecniche veloci, economiche e riproducibili. Io non ho mai imparato a fare le sfumature, gli acquerelli, quella roba lì, ma tanto sono cose che sui manifesti non avrebbero mai reso un cazzo. Pure la filosofia Do It Yourself alla fine è stata quella fondamentale. Finché io bussavo alle case editrici non mi si inculava nessuno, quando ho deciso di autoprodurmi il fumetto, a partire dal blog, poi sono stati gli editori a venirmi a cercare. Uguale coi cartoni animati, finché ho aspettato la manna dal cielo di qualcuno che me li producesse, sembrava una cosa impossibile e farraginosa. Quando ho iniziato a fare da solo, si sono aperte mille porte.

Si vede dai tuoi lavori e da ciò che dici che non hai paura di schierarti , pensi che la musica abbia lo stesso dovere o sia più una scelta soggettiva?

Io penso che in queste cose ognuno abbia un dovere verso la propria coscienza, non è che nessuno ti può costringere a fare niente. Rispetto ai contenuti e ai testi: se tu certe cose non te le senti, o non le declineresti in quel modo, non ha senso che ti metti a cantare strofe che non ti rappresentano. Ci sono tanti modi di schierarsi anche senza fare proclami: per esempio nella scelta dei posti dove suonare, o quali benefit sostenere. Poi certo, se quello che ti preoccupa è solo piacere a tutti per avere più consenso e cercare di non farti nemici, allora probabilmente penso che sei una persona di merda.

La copertina di un album che avresti voluto disegnare?

Qualcosa dei ComeBack kid, forse Wake the Dead.

 

Parlaci del tuo processo creativo quando ti commissionano la copertina di un disco : Come arrivi a partorire e a dar forma alle tue idee mettendo su foglio il concept Dell album?

Quando faccio le copertine dei dischi io cerco di scomparire, di essere proprio un mero esecutore. Nel senso che per me un disco è proprio l’espressione di chi lo suona, tutto il disco dovrebbe essere così, anche il booklet, le grafiche, la copertina. Io sono contento di mettermi a disposizione se il gruppo mi piace, ma preferisco che siano loro a dirmi cosa vogliono come disegno, come si immaginano la copertina ecc. Poi all’interno di quel quadro già definito, io ci posso mettere un mio contributo, ma le indicazioni preferisco sempre che vengano da chi quel disco lo suona. Cosa che poi il 99% delle volte significa disegnare gente pelata o crestata incazzata che va sempre bene.

 

Dopo sviariate collaborazioni con gruppi Oi!, le comparsate da Zoro , sei stato contattato per curare la grafica di “In questa città” di Max Pezzali. Lavori solo ed esclusivamente con pelati? Scherzo, raccontaci un po’ com’è stato lavorare con un artista mainstream e se c’è qualche aneddoto particolare su questa collaborazione.

Oh, io so del 1983, quindi per me le cassettine degli 883 sono state la prima cosa che ho ascoltato autonomamente che non fossero le sigle dei cartoni animati o i cantautori dei miei genitori. Io c’ho un rapporto proprio viscerale con quei pezzi, non me lo leverà mai nessuno. Per questo io di richieste di collaborazioni col mainstream ne ho ricevute un sacco, mai prese in considerazione, ma quando mi è arrivata quella di Max Pezzali per me era proprio una roba emotivamente devastante. Come se non bastasse, la prima volta che lo incontro mi porta un regalo: il vinile suo originale di Skin e punk = TNT, quello coi nabat, dioxina, rappresaglia e arrm. Che uno pensa ma che cazzo c’entra max pezzali con questa roba? E invece scopri che lui ha un passato punk e oi e io questa cosa in realtà dentro di me l’ho sempre saputa, perché al netto dei diversi generi musicali io rimango convinto che quella retorica del fallimento e del reietto di cui sono intrisi i pezzi punk, è la stessa che cantavano gli 883 e pertanto io considero quella copertina in assoluta continuità con tutto quello che ho fatto finora! E comunque sta cosa che è nazista è una cazzata.

 

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