Teenage Bottlerocket – Live all’Honky Tonky di Seregno (29/04/19)

Arriviamo all’Honky Tonky intorno alle 19, dopo una giornata trascorsa tra lago e centri commerciali.  Con quella che doveva essere una normale trasferta da concerto trasformatasi in una vera e propria gita fuori porta con tanto di pranzo dagli amici di GranoZero e passeggiata sul lungolago di Lecco.

L’HT è ancora chiuso. I Bubblegums sono impegnati con il sound check e fuori ci fermiamo a scambiare quattro chiacchiere con i Sun Set Radio, che proprio come noi son saliti dalla Romagna.  Una birra e qualche drink, intanto che al calar del sole finalmente si aprono le porte del locale. Normali procedure per tessera e biglietto, un giro di sopralluogo all’interno del locale (E’ la mia prima volta qui) e giusto il tempo di dare un’occhiata al merch dei Teenage Bottlerocket (piuttosto povero di taglie M, e dai costi non affatto alla mano) che gli amici Bubblegums sono già sul palco. Dovevano essere la band di spalla in queste due date italiane di Ray e Company, invece in questo primo appuntamento li ritroviamo a fare da opener per la serata. Sono infatti passate da poco le 19:30 e i tre forlivesi si ritrovano a suonare davanti a una ventina di persone o poco più; tuttavia senza farsi abbattere e facendo buon viso a cattivo gioco riversano sul palco tutta la loro energia e la loro grinta, e per quanto mi riguarda non deludendo assolutamente le attese. 3AM, Hard on myself, Cotton Candy, Sorrows, Don’t wake me up, Night at the movies, Come back home e tante altre in un concentrato super tirato di 30 minuti che si chiude con una leggera vena polemica, che proseguirà poi nel backstage e via social. Polemica (sull’ordine delle band e su presunte voci di pay for play) nella quale evito di addentrarmi, augurandomi piuttosto che le band abbiano modo in futuro di riappianare le loro posizioni e superare questo spiacevole episodio, chissà forse proprio durante un prossimo concerto.

Il tempo di fare la fila per una birra che gli Slenders intanto sono già pronti a iniziare. Ho già sentito il loro nome in passate occasioni ma è la prima volta che ho occasione di vederli, quindi incuriosito mi avvicino al palco. Il giovane gruppo sardo non è affatto niente male, e va fatto loro un bell’applauso per il piacevole hardcore melodico di scuola californiana anni 90 che portano sul palco. Mi piace sempre vedere e scoprire nuove band durante i live, e di sicuro questa è una di quelle occasioni, ma purtroppo sono uno dei pochi. Sarà l’effetto del lunedì o il fatto di ritrovarsi davanti a un pubblico più incline al 1-2-3-4 di stampo Ramones, ma la gente rimane molto fredda nonostante l’impeccabile prestazione dei ragazzi. Purtroppo la partecipazione dei presenti non migliora neanche per i Sunset Radio. Nonostante l’aumentare della gente, si rimane piuttosto restii ad avvicinarsi al palco e si preferisce stare al bar o fuori in giardino. I Sunset Radio sembrano provare in tutti i modi a coinvolgere il pubblico, ma non è davvero la serata più adatta a loro: canzoni troppo lunghe e un sound piuttosto elaborato poco si affinano con il punk rock veloce e rude dei Teenage Bottlerocket. La band ravennate ci prova anche con alcune cover (non ricordo bene, credo si trattasse di Dumb Reminders dei No use e Linoleum dei Nofx), ma non riescono mai ad affondare il colpo decisivo, e come per molti anche io finisco per il ritrovarmi a fare quattro chiacchiere in giardino perdendomi parte finale dello loro show.

Rientro dentro e i Teenage Bottlerocket sono già pronti sul palco. Decidono di aprire con uno dei nuovissimi pezzi di Stay Rad, ovvero You Don’t Get the Joke,  prima di fare un salto indietro di 10 anni ai tempi di “They Came From The Shadows” sulle note delle più classiche “Skate or die”, “Don’t wanna go” e “Bigger than kiss” con il chiaro intendo di accendere un pubblico fino a quel momento ancora spento.

La scaletta sembra funzionare, e i tre pezzi messi uno di seguito all’altro riescono a smuovere finalmente i presenti in prima fila tra cui il sottoscritto che aspettava di rivederli dal lontano 2013. Purtroppo è solo un fuoco di paglia, scoccate tre delle migliori frecce al loro arco, dedicata la melodica “Everything to me” al compianto Brandon, la band torna a soffrire il lunedì scarico della periferia milanese. Si la gente canta, scatta foto, fa dirette instagram, ma fa fatica a lasciarsi andare a un qualsiasi accenno di movimento. Li davanti restiamo in 4 o 5 a non scoraggiarci continuando a pogare sulle note di “Crashing” e “On my own”.

Le canzoni del nuovo album, molto probabilmente perché non ancora assimilate dal pubblico, sono quelle dove la band fa più fatica a farsi seguire, eccezion fatta per “Death Kart” e “I Wanna Be a Dog” che con il loro ritmo incalzante coinvolgono senza che ce ne se possa rendertene conto.

Il gruppo comunque è carico, e gli basta tirar fuori “They call me Steve” e “She’s Not the One” per coinvolgere tutti i presenti in un unico grande coro, mentre sul palco Ray e Miguel saltano, giocano e scherzano lanciandosi in posizioni plastiche da rock star; Kody più composto e concentrato è davvero vincente con la sua voce, mentre Darren il nuovo batterista non sbaglia un colpo e dimostra di essere ben integrato con il resto della band.

Si prosegue con “Nothing else Matter” e “Headbanger” prima di chiudere con la velocissima e incazzatissima “Fatso Goes Nutzoid”. Giusto il tempo di riprendere fiato ed ecco tre chicche tratte da Total che mai mi stancherò di ascoltare e pogare: “So far away”, “Blood Bath At Burger King” e “Radio” in grado di riaccendere il moscio pubblico del lunedì sera, ma senza purtroppo mai raggiungere le file più in fondo, nonostante ogni nostro più vago tentativo li davanti di muovere la gente, tra cui improbabili stage diving.

Il concerto finisce qui, i Teenage Bottlerocket chiudono con “In the pit” mentre io mi preparo per il viaggio di ritorno che mi attende e in cui ovviamente crollerò dal sonno come un bambino felice dopo un giorno al luna park, sognando di rivedere presto i Bottlerocket in un contesto più partecipativo e perché no… un po’ più al sud del Po.

Stay Rock.. Stay Rad!

(Foto belle nell’articolo di Amanda Disa)

(Foto pessima qualità nella gallery le mie)

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