“Pussy Riot – A Punk Prayer” in streaming

“Pussy Riot – A Punk Prayer” in streaming
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“Pussy Riot – A Punk Prayer” in streaming

Tra meno di un’ora, è possibile vedere live in streaming gratuitamente (previa registrazione) su mymovies il film documentario Pussy Riot – A Punk Prayer.

Partendo da un’estetica ispirata ai dettami punk del do it yourself, il documentario inizia con intenzioni leggere per poi incupirsi con l’alzarsi del muro dell’odio.
Con Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova, Yekaterina Samutsevich.
Genere Documentario, produzione Russia, Gran Bretagna, 2013. Durata 90 minuti circa. Uscita cinema giovedì 12 dicembre 2013.
Marzo 2012. Tre attiviste del gruppo Pussy Riot vengono arrestate per aver preso parte ad un’incursione situazionista di pochi secondi nella Cattedrale moscovita di Cristo Salvatore. La preghiera punk di Nadia, Masha e Katia, “Madre di Dio diventa una femminista e liberaci da Putin”, fa infuriare all’unisono il potere politico e quello ecclesiastico. Il documentario di Maxim Pozdorovkin e Mike Lerner, presentato al Sundance, racconta la vicenda processuale delle tre donne, contestualizzandola dentro una storia – quella russa – di scarsissima tolleranza delle controculture.

C’è un’idea di spettacolo, alla base della forma di protesta scelta dalle Pussy Riot, che evoca la leggerezza del gioco, la libertà dell’espressione e la scelta della non violenza, e c’è una risposta pesantemente sproporzionata e liberticida da parte del governo (ma anche delle milizie religiose che minacciano le famiglie delle ragazze) che racconta da sola la serietà della vicenda e l’isolamento delle protagoniste, prima ancora del sopraggiungere della reclusione fisica. Lo stesso film di Pozdorovkin e Lerner, che parte con intenzioni leggere (i nomi delle donne presentati in sovrimpressione come piccole grandi star), s’incupisce man mano che di fronte a loro si alza il muro dell’odio, pur restando sempre nel confine di un’estetica ispirata ai dettami punk del DIY (Do it yourself).

Da un lato, i passamontagna colorati, le canzoni urlate, i gesti teatrali e arrabbiati, in nome di una ricerca vitale di visibilità, dall’altro il rifiuto di ascoltare e, in una parola, la volontà di negare l’esistenza di questi soggetti femminili in disaccordo. Da un lato l’obiettivo di far riflettere i connazionali sulla natura ideologica e modificabile di realtà come il patriarcato, la connivenza tra Stato e Chiesa, la considerazione della donna come peccatrice; dall’altro la risposta della forza bruta e l’accusa conformista di blasfemia.

Il documentario non dà spazio alle voci delle protagoniste fuori dalle dichiarazioni pubbliche, se non per qualche preziosissimo scambio tra loro prima dell’inizio del processo, ma tanto basta perché il coraggio di Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alyokhina e Yekaterina Samutsevich emerga in tutta la sua portata, di contro alle logiche circostanti dell’intolleranza e della paura. Le figure famigliari, invece, interrogate in prima persona, assurgono in qualche modo a emblema di un’altra Russia, quella che prima nascondeva la testa, ma pian piano sta aprendo gli occhi.


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