Se dovessi trovare una parola che sintetizza quattro giorni di Roskilde Festival 2007 non avrei dubbi: pioggia.
…Lei, ed il fango che s’è portata dietro, hanno inevitabilmente caratterizzato questa 37° edizione del più grande festival del nord Europa.
Ma non pensate subito a Woodstock e alla gente che fa i bagni nelle pozzanghere, perché da queste parti l’organizzazione è invisibile ma sempre presente, per cui trucioli, paglia ed ogni altro genere di materiale viene sparso per l’area per limitare il disagio. E cosa fa la gente? Non abbandona le proprie tende, neanche quando sono ormai allagate e lo saranno per i giorni a venire.
La corsa parte alla grande con i Mando Diao: possibile che un gruppo che suona stanco e noioso su disco trovi grinta e coesione su un palco? Evidentemente si a guardarli scatenare il pandemonio
DeiBeastie Boys viene davvero difficile parlare male, ma il loro concerto ha convinto solo in parte, perché se è giusto promuovere un disco appena uscito è anche sfiancante ammorbare i presenti con intermezzi strumentali di un quarto d’ora tra una “Sabotage” e l’altra. La bravura non è in discussione, ma l’occasione è stata un po’ sprecata. Chi invece gioca la parte dello sfortunato è Josh Homme che, con i suoi Queens of the Stone Age è l’headliner, di fatto, della giornata. Tutta l’acqua presa dall’impianto si vendica con loro, rendendo per una buona mezz’ora difficile sentire decentemente qualcosa. Quando le cose vanno a posto è invece il concerto a non decollare: preciso, equilibrato tra vecchio e nuovo e suonato alla grande, ma senza pathos. E si torna a dormire con in testa questa domanda: una giornata no o avvisaglia di qualcosa di più grave? Il nostro sabato inizia con strani doveri istituzionali, ad esempio gare a bere birra e montare tende nel minor tempo possibile. Siccome sono sincero ammetto di essere arrivato penultimo, ma solo per colpa della tenda. Ritorno all’occupazione principale giusto in tempo per gli Hayseed Dixie, ovvero coloro che prendono tutta la musica rock, meglio se pesante, e la trasformano in country e dixieland. Un giochino divertente per il primo quarto d’ora, dopodiche lo sbadiglio è assicurato.
Meno male che spuntano in mezzo al fango i Flaming Lips ed il loro concerto-happening-cabaret. Voi avete mai visto un Picachu di due metri spuntare all’improssivo da dietro la batteria? O un uomo dentro una palla di plastica che cammina sopra al pubblico?
Loro, reduci da un inutile Live Earth, le provano tutte –jam interminabili, non un grazie o una parola- per far scappare la gente, ma non ci riescono e si beccano pure ovazioni su ovazioni.









