TONY SLY

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“…È capitato che qualcuno venisse a dirmi quanto gli piacesse il nuovo album, ma era tutta gente che già conosceva i No Use For A Name…”

 

 

D: Prima di tutto: come sta andando il tour e come sta reagendo la gente al tuo progetto solista?

 

R: La reazione è buona, non so in Europa, ma l’album è appena uscito e ha catturato l’attenzione della gente. Io di solito non leggo le recensioni, lo fa mia moglie per me, ma so che anche queste sono positive. Anche il tour sta andando bene, non è che sia proprio un concerto da solista, in quanto siamo in tre (Jon Snodgrass e Joey Cape n.d.a.), ci alterniamo sul palco, suoniamo nuove e vecchie canzoni…come vedrai è una cosa molto interessante.

 

D: Quali sono le più grosse differenze che hai notato tra il suonare da solo in acustico e, invece, con una punk band?

 

R: Bè, la più grande differenza è l’atmosfera che si crea: suonare in acustico è molto più “morbido”, c’è molta meno gente e quella che c’è se ne sta tranquilla, a guardarti.

Ieri sera, però, a Bologna c’è stato uno stage-diver: ci siamo messi a suonare Linoleum dei Nofx e la gente è impazzita, non riuscivamo a crederci perché l’atmosfera era così rilassata: non stavamo suonando hardcore, la nostra è una versione lenta e acustica!!

 

D: Tu sei sulla scena da 20 anni, ormai. Come ci si sente sapendo che hai ispirato un’intera generazione?

 

R: Non ho mai pensato di averlo fatto! Ma se fosse realmente così, allora ne sarei contento e vorrei aver dato la giusta ispirazione. Se penso, però, alla responsabilità che tutto ciò comporta, mi sembra davvero enorme. Voglio dire, io non sono nemmeno una persona a cui piace stare tra la folla, firmare autografi e cose del genere. Semplicemente mi piace molto di più lo scrivere canzoni rispetto all’attenzione che ne deriva.

 

D: Continuando a parlare d’ispirazione. Tu hai dichiarato che, lavorando a “12 Song Program” hai cercato di scrivere almeno una canzone al giorno. Dove trovi le idee per le tue canzoni? Mi chiedevo: è proprio di questo che parla il ritornello di “Capo 4th fret”?

 

R: Oh sì!Sai, è un fatto abbastanza divertente perchè stavo cercando di scrivere queste canzoni tutte allo stesso tempo ed è da qui che arriva la frase “unfinished songs that I swear I’d get done , but the premise was just kind of weak”. Solitamente non penso a come verrà l’album intero, ma il tutto è basato su un flusso di coscienza che mi spinge a scrivere. In questo caso è durato circa 20 giorni e, se ci fai caso, la maggior parte dei testi di questo disco hanno soggetti molto simili: il tutto gira intorno alle relazioni e come queste possono essere riparate o distrutte.

C’è anche una canzone dedicata a mia figlia…insomma, i soggetti sono molti ma fanno tutti parte di me!

 

D: A proposito della canzone dedicata a tua figlia, “Keira”: diventare padre ha cambiato il tuo modo di comporre?

 

R: A dire il vero, non proprio: questo fatto mi ha portato a scrivere due canzoni “Keira” e “for Fiona” di qualche anno fa; ma non è questo il motivo per cui ora suono musica più leggera. La ragione per cui compongo “soft” è che in questo momento amo il suono delicato e naturale che una chitarra acustica dà alle canzoni.

 

 

D: In questo disco non parli di tematiche politiche o sociali, come di solito facevi con i N.U.F.A.N. Come mai? Pensi che questo tipo di testi non si addica a un sound acustico?

 

R: No, non credo che non si addicano. Se scrivessi un testo con questo tipo di tematiche e la musica fosse acustica, sarebbe una canzone folk: anni fa questo genere musicale trattava prettamente tematiche sociali, no? Quindi, se in questo album mi sono messo a parlare di sentimenti non è per questo motivo.

 

D: Hai dichiarato che, se non fosse per la notorietà dovuta ai N.U.F.A.N., tu non avresti nemmeno un seguito. Ti è mai capitato, durante il tour, che qualcuno ti venisse a sentire e a complimentarsi con te nonostante non ti avesse mai sentito prima?

 

R: Ah! No, non è successo…non ancora! È capitato che qualcuno venisse a dirmi quanto gli piacesse il nuovo album, ma era tutta gente che già conosceva i No Use For A Name.

 

D: Pensi che questo possa essere a causa di una promozione che, magari, non è riuscita a raggiungere chi non ti conosce?

 

R: Penso che sia ingiusto che il disco non sia riuscito a raggiungere tutta la gente che avrebbe dovuto, ma sono convinto che la promozione sia stata comunque fatta come doveva essere fatta, anche perchè mi fido e rispetto la gente che se n’è occupata, in quanto la label è sempre la stessa.

Per quanto mi riguarda la promozione è solamente suonare in diverse parti del mondo e credo che, sotto questo aspetto, il pacchetto me + joey + john sia molto appetibile e sia il modo migliore per affrontare il mio primo tour acustico in Europa.

 

D: Mentre stavi per cominciare questo progetto, hai detto che stavi per fare tutto ciò di cui avevi voglia. A prodotto finito, pensi di poter affermare di essere soddisfatto?

 

R: Assolutamente sì. Ho detto che avrei scritto quest’album in un mese, che l’avrei registrato in tre settimane e che poi sarei partito per il tour. E così è stato!

Se mi guardo indietro, mi sento fiero di aver realizzato qualcosa di cui tanto avevo parlato perché, nella mia vita, il fatto di far parte di una punk band famosa e di essere riuscito a farlo di mestiere, mi ha reso molto irresponsabile riguardo a molte cose, a volte.

Quindi capisci che, mentre scrivevo, non mi chiedevo se alla gente sarebbe piaciuto o meno , pensavo solamente ai fans e che stavo, finalmente, facendo questo per loro.

 

D: E per quanto riguarda l’aspetto puramente musicale? Suona come te l’eri immaginato?

 

R: Suona praticamente identico a come lo volevo. Ho registrato, prima di tutto, un demo che poi ho portato al produttore e insieme abbiamo cercato di ottenere un suono “vecchio” come se fosse un album degli anni ’60. Non a caso il mio album di riferimento è “Rubber Soul” dei Beatles e il mio desiderio era quello di far sentire alla gente lo stesso “vibe” che io ho sentito quando ho ascoltato per la prima volta il disco dei Beatles a soli 6 anni!

 

 

D: Una volta hai fatto una classifica dei tuoi 3 brani preferiti dei N.U.F.A.N. Quali sono, invece, i tuoi 3 preferiti di “12 Song Program”?

 

R: (indugia a lungo) Mi piace molto la canzone intitolata “A.M.”. per la prima volta ho composto una canzone interamente alla tastiere e il tutto è successo in 4 ore, registrazione compresa. Ogni volta che l’ascolto trovo che abbia un suono genuino, anche grazie al testo che ho scritto alle 4 di mattina, per questo l’ho intitolata “A.M.”

Un’altra canzone che mi piace è “Toaster in the bathtub”…diciamo che vado matto per tutte le canzoni che ho scritto in poco tempo! (ride)

“Capo 4th fret”…”Munich”…”Already won”…”Love sick love”…mi piacciono tutte!!

Ma ce n’è una che proprio non sopporto ed è l’ultima dell’album “Fireball”: la considero “OK”, niente di più…e il motivo è che non mi è venuta come la volevo, come l’avevo sentita nella mia testa.

Questa è l’unica, il resto dell’album mi piace, lo ascolto con piacere.

 

D: L’ultima domanda è: in questo tour non senti la mancanza della tua Les Paul bianca?

 

R: Aaah no! Ci ho pensato solo una volta!…Stavo guardando il pass del tour, oggi, per vedere a che punto eravamo (sul retro ci sono scritte tutte le date n.d.a.) e ho notato una cosa: se non lo guardi mai il tour scorre via veloce, ma se ci fai caso allora cominci a sentirti annoiato!

Non annoiato dai concerti, ma da tutto ciò che c’è tra uno show e l’altro…

 

D: Come le interviste?

 

R: No no! Mi riferisco a tutto quello che non ha a che fare con la musica. Senza interviste noi artisti non avremmo la possibilità di rivolgerci alla gente, di dare il nostro punto di vista al mondo.

Personalmente, poi, mi piacciono le interviste perché è come se parlassi a un sacco di gente tutta insieme, altrimenti dovrei rivolgermi a loro uno alla volta… (ride)


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