Costruiti in Piemonte: a tu per tu con i volti della scena underground

Primo appuntamento per questa nuova rubrica che cercherà di farvi conoscere, attraverso brevi ma interessanti interviste, alcuni dei volti della scena underground piemontese.

 

SimoneTanato Records, Malimbo, Rope, Peste

Ciao Simone, partiamo da una domanda sullo scorso anno: come hai vissuto il 2020 che ormai tutti ci portiamo addosso e quali dischi ti hanno maggiormente tenuto compagnia? Come sei riuscito a districarti tra le band nelle quali suoni il basso (Malimbo, Peste e Rope)? Immagino non sia stato facile continuare a comporre con una certa costanza senza potersi vedere … Raccontaci anche qualcosa sui Malimbo: come è nata l’idea di formare questa band?

Ciao Luca, il mio 2020 è stato come per tutti una tragedia, la voglia di tornare a suonare live è stata tanta e il fatto di poter solamente andare a fare le prove (nelle settimane di zona arancione o gialla) non mi stava più soddisfacendo. I dischi che mi hanno accompagnato nello scorso 2020 sono vari e di generi diversi. Sicuramente i tre album che ho consumato sono “In the Spirit World Now” dei Ceremony, “Measure” degli Heavy Lungs e “Persona” di Marracash. Nel periodo di totale lockdown con i Peste abbiamo scritto dei pezzi da casa e ne abbiamo registrato uno, “Fuck Off”, che abbiamo fatto uscire a fine 2020 per celebrare un anno disastroso per tutti. Con i Rope, invece, eravamo pronti a far uscire il disco e cominciare a suonarlo live. Purtroppo proprio quando dovevamo iniziare a fare tutto è scattata la zona rossa di marzo 2020. Abbiamo comunque rilasciato il disco e ci siamo subito messi a scrivere pezzi nuovi, portati avanti con Giorgio dei Khoy alla batteria. I Malimbo, invece, sono nati per puro caso. Francesco (ex Rope, Tutti i colori del buio) si è trasferito a dicembre 2019 in Australia e durante il lockdown, preso come tutti noi dalla noia, ha cominciato a scrivere pezzi di batteria che ha mandato a me e Joel (Billy the Kid, Los Crveles). Da lì l’idea di fare un progetto a distanza per sopperire alla mancanza di stimoli e cose da fare. È stato molto divertente scrivere delle tracce con altre due persone su tre continenti diversi e abbiamo in programma di continuare. Ovviamente per motivi logistici il tutto sarà fatto con molta calma, però il risultato ci piace molto.

Per quanto riguarda Tanato Records, etichetta ormai attiva da diversi anni, come valuteresti il percorso fatto fino ad ora? Cosa vorresti cambiare in futuro e cosa, guardando indietro agli inizi di questa avventura, ti sentiresti di mantenere? Puoi già svelarci qualcosa circa eventuali nuove collaborazioni e progetti da portare avanti nei prossimi mesi?

Il percorso fatto con Tanato Records in questi cinque anni è proprio quello che volevamo fin dall’inizio. Con Francesco (Il mare di Ross) avevamo fin da subito l’idea di fare poche cose e cercare di supportare il più possibile le band coinvolte, aiutarle a organizzare date nelle nostre città e far girare tanto i dischi coprodotti. In questo Alessio (Rope, Tutti i colori del buio, The Love Supreme) già dal principio mi ha sempre dato una mano. In futuro mi piacerebbe tanto aiutare di più le band e far uscire più dischi.

Per concludere, come hai vissuto il circuito d.i.y. italiano nel corso degli anni? Quali passi avanti pensi che si possano ancora fare – una volta terminata la crisi sanitaria –?

Negli ultimi anni con le mie band ho girato tanto in Italia, ci sono realtà diverse e tutte molto valide. Purtroppo questa emergenza sanitaria ha messo in crisi tutto il settore spettacolo e molti posti si sono trovati costretti a chiudere, quindi al termine di tutto sarà difficile riprendere come prima. Se penso per esempio a una città come Perugia, che con la chiusura del Free Ride ha perso un punto cardine per tutto il giro concerti d.i.y. della città e non solo, mi viene un po’ di sconforto ma la speranza è che si ritorni a fare casino come prima. Non so se sono la persona più adatta a dire come bisognerebbe agire per fare dei passi avanti, però se penso alla mia città, Torino, credo che sarebbe bello alla fine di tutto riunirsi e cercare di darsi una mano il più possibile affinché tutti gli eventi riescano ad avere il risalto che meritano e poi, chissà, il sogno è quello di fare un fest, che qui in città manca purtroppo da anni.

Chiara – LHS, Nodo, Turin Is Not Dead

Ciao Chiara, raccontaci un po’ come si è sviluppata la tua passione per il tatuaggio e come hai vissuto il periodo della chiusura forzata della tua attività. Parlaci del  percorso che ti ha portata ad avere un tuo studio e della gavetta che questa professione porta con sé.

Ho sempre coltivato la passione per il disegno, e questo interesse si è unito, volente o nolente, al mio disamore per lo studio: avevo voglia di mettermi alla prova e il tatuaggio era senza dubbio un trampolino importante. I primi tempi provavo a farmi strada a Torino, bazzicando studi di piccole dimensioni nei quali lanciarmi come apprendista, ma non ricevevo chiamate; così ho iniziato a fare delle “prove” su me stessa, sul mio fidanzatino e su mia madre. Avevo capito, nonostante le porte che si chiudevano di fronte a me, che quella era la mia strada, e così è stato. Frequentavo un po’ il circuito dello skate e Jim Phillips (Santa Cruz e la seminale “Screaming Hand”, ndr) divenne da subito un punto di riferimento artistico. Come punto di partenza, e di arrivo, considero Pinerolo la cittadina che in fin dei conti mi ha formata: ho iniziato in uno studio per poi aprirne uno per i fatti miei. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, è senza ombra di dubbio quella di dare una direzione al cliente, cercando di sviluppare la sua idea di tatuaggio in base al nostro stile in quanto tatuatori. La direzione mainstream di questa forma d’arte non mi impedisce di pensare che, per me, le persone migliori da tatuare siano proprio quelle che la reputano tale: un’arte che non è solamente legata al mercato.

In quanto appassionato di musica, mi viene automatico collegare la tua professione a ciò che ascolto e al mondo dei concerti e delle produzioni discografiche, a qualsiasi livello esse siano. Come hai vissuto gli anni che ti hanno portata dall’essere una ragazzina che si auto-tatuava, alla proprietaria di uno studio del centro di Pinerolo, dal punto di vista musicale?

Sicuramente poter ascoltare musica online, usufruendo del live solamente in poche occasioni mensili, ha fatto la differenza in negativo nel corso degli anni, anche per quanto riguarda il “mio mondo”. Per me la musica ha da sempre un ruolo fondamentale: da piccola andavo nel negozio di dischi di mio padre, all’interno del quale transitavano tanti dj della scena del clubbing di provincia, e questo ha fatto sì che in me crescesse un interesse sempre maggiore col passare del tempo nei confronti di tutto ciò che era questo ambiente nuovo ai miei occhi. Col passare degli anni mi sono avvicinata al rap e al punk, e la passione per il disegno, il tatuaggio e le illustrazioni è andata di pari passo. Sicuramente si tratta di generi in cui la pelle è una valvola di sfogo ulteriore delle propria rabbia e della propria identità, e questi dettagli mi hanno fatta innamorare ancora di più del binomio musica-tatuaggio. Ritengo il live come un bisogno, ma soprattutto guardando indietro penso che al giorno d’oggi manchi moltissimo l’aspetto extra musicale del concerto: dai banchetti con le zine al bersi una birra prima di ripartire, alcuni dettagli non da poco si sono persi o comunque affievoliti nel corso degli anni.

Ma Chiara non è soltanto una illustratrice e tatuatrice: parlaci anche di Nodo.

Nodo è un collettivo nato nel 2020 al quale aderiscono artisti e artigiani del pinerolese; siamo un gruppo di sette persone e attualmente abbiamo in gestione uno spazio situato nel centro di Pinerolo all’interno del quale organizziamo mostre, market e workshop. La location, l’ex caffè del teatro sociale, si presta benissimo a ciò che le persone di Nodo, oltre a me, fanno: Elisa Sasso (ceramista), Oscar Cauda (illustratore), Paola Paletto (sarta), Sefora Pons (disegnatrice), Chiara Rosino (artigiana del vetro) e Lorena Signori (artigiana decoratrice e restauratrice). Non vediamo l’ora di poter ripartire al 100% con le nostre attività non appena le restrizioni saranno meno stringenti.

Luciano – Nibiru, Origod

Ciao Luciano, iniziamo questa chiacchierata partendo dai Nibiru, act piemontese nel quale sei batterista. Presentaci la band e raccontaci cosa avete in programma per il futuro, ma soprattutto parlaci di come vivi a livello personale e “spirituale” il tuo concetto di musica all’interno di questo gruppo, ormai volto importante della scena heavy europea.

Ciao Luca e grazie per questa intervista. La band nasce nel 2012 e fino ad ora ha pubblicato sei album e un EP. Io sono entrato come batterista nell’estate del 2016 poco prima di partecipare al Roadburn Festival a Tilburg. Ho registrato un EP e gli ultimi tre full lenght: “Qaal Babalon”, “Salbrox” e il nuovo “Panspermia”. A livello musicale ci hanno definiti in moltissimi modi, ma direi che ritualistic occult black doom è quello che probabilmente rappresenta meglio la nostra proposta, anche se non siamo per niente amanti delle etichette e delle definizioni. Suonare nei Nibiru è un’esperienza totalizzante sia per quanto riguarda lo strumento che a livello interiore. Relativamente alla batteria, è stato come imparare di nuovo a suonare, perché noi non abbiamo la classica struttura riff, ritornello e così via. Quando componiamo, facciamo delle lunghe jam e nel momento in cui sentiamo che è il momento di fermarci allora stoppiamo, ma non calcoliamo assolutamente nulla. Prepariamo lo scheletro dell’album e in studio improvvisiamo il resto suonando e registrando rigorosamente live tutti insieme, inserendo in un secondo momento solo l’elettronica, le percussioni e la voce. Considera che gli ultimi due album sono un unico pezzo di più di un’ora di musica che va dal noise, alla dark ambient, alla musica tribale/rituale passando per il funeral doom e il black metal. A livello spirituale, credo sia per me la dimensione ideale per poter esprimere il lato più oscuro e intimo del mio essere, perché da sempre ho l’esigenza di dover sfogare sentimenti e feeling che normalmente non ho la possibilità di tirare fuori poiché troppo estremi. Ogni volta che suono un live (ma a volte anche in studio), è una catarsi spirituale e mentale totale che mi svuota di tutto, lasciandomi distrutto ma allo stesso tempo appagato e rigenerato. Lo scorso aprile è uscito il video, della durata di circa 15 minuti, della traccia “Efflatus” che fa parte dell’ultimo album “Panspermia”, ma siamo già al lavoro su nuovo materiale. Non sopportiamo l’idea di stare fermi.

Chi ti conosce ormai da parecchi anni come me sa che il tuo approccio alla musica heavy è decisamente “totale” e di questo ti va dato assoluto credito. Quali sono le release che hanno segnato maggiormente la tua vita e, successivamente, il tuo essere musicista? Cosa ti aspetti da questo 2021 ancora pesantemente compromesso per ciò che è la musica live e la produzione di nuovi album?

Hai detto bene, io amo da sempre tutto quello che è heavy ed estremo sia musicalmente che concettualmente. Di release che mi hanno influenzato e segnato ne potrei citare mille, sicuramente posso dire che come persona, diciamo a metà anni ’80 quando ero un ragazzino, gli album di Metallica, Slayer, Sodom mi hanno aperto un mondo, ma è stato con l’esplosione del death metal e del black metal che la mia vita cambiò. Il primo album degli Entombed, i primi due album dei Carcass, gli inizi dei Dismember e poi il caplavoro dei Mayhem “De Mysteriis Dom Sathanas”, i primissimi Immortal ed Emperor … Quel periodo e quei gruppi mi segnarono profondamente. In parallelo (sempre in quegli anni) sono sempre stato anche un grande fan della scena hardcore, e band come Bold, No For An Answer, Chain of Strenght, Battery, Project X erano molto spesso nel mio stereo. Se posso citare dei live che mi hanno sconvolto e che ricordo ancora adesso come fosse ieri ti dico gli Integrity nel 1991, i Negazione nel 1989, i Carcass nel 1990, i Mysticum nel 1996 e potrei andare avanti. Sono sincero, non so proprio cosa aspettarmi da questo 2021 musicalmente e personalmente. E’ una situazione assurda e pazzesca quella che stiamo affrontando. La musica e l’arte in generale ha subito e sta ancora subendo dei colpi fortissimi che rischiano di creare un danno che va oltre quello che possiamo immaginare. Si è spostato tutto sullo streaming, e vedo le band che continuano a tenere duro sfruttando queste tecnologie per cercare di sopravvivere e portare avanti le proprie idee e la propria musica. Sarò schietto, ma non mi piace questa dimensione, non riesco a immaginarmi a suonare in una camera da solo. Io ho bisogno di avere gli altri con me in sala prove o sul palco, di sentire l’odore del sudore e i volumi altissimi.   Anche la produzione di nuovi album è diventata un problema, nel senso che non avendo la possibilità di andare in studio a registrare, si è costretti a spedirsi file tra i vari membri della band e assemblare poi il tutto. Anche in questo caso, non mi trovo a mio agio in questo contesto e spero di non doverlo mai fare.

Da ascoltatore e musicista come reputi il dibattito sullo streaming e sugli introiti che, soprattutto per piattaforme che hanno monopolizzato il mercato come Spotify, finiscono per non entrare nelle tasche degli artisti? Cosa possiamo fare per invertire la tendenza e quali consigli ti sentiresti di dare per supportare il “mercato dal basso” che, nel bene e nel male, ha determinato il settore-musica per come lo conosciamo?

Credo che siamo arrivati al punto in cui le band si devono riappropriare della loro musica in ogni aspetto. Mi piace pensare che un domani si ritorni a quella dimensione “real underground” fatta di lettere scritte a mano e pacchetti con dentro cd e vinili spediti a chi segue la scena con vera passione perché è un “culto”. Per me lo era e continua a esserlo, ma quella magia sta scomparendo perché quella che noi abbiamo sempre considerato musica per pochi ormai è totalmente sdoganata e relegata a ruolo di merce e puro intrattenimento. Non dico che non sia giusto raggiungere un grande pubblico, è sbagliato il modo in cui si cerca di farlo adesso, e di conseguenza queste grandi piattaforme guadagnano su quello che fai e che ti rappresenta. Credo che la colpa sia anche dell’ascoltatore medio che ormai mette tutto in un grande calderone fatto di canzoni singole prese da tanti album, senza cercare di capire e immedesimarsi in quello che quella musica rappresentava e continua a rappresentare. E’ come un coltello che non taglia, la musica estrema oggigiorno non è più scioccante e disturbante, è socialmente accettata e questo non credo sia un bene. Supportare il mercato dal basso vuol dire per prima cosa credere nelle band e nelle persone che formano le band e la scena e soprattutto credere in quello che la musica di un certo tipo rappresenta; viene da sé che poi i dischi li compri, i live li vai a vedere perché è come condividere il tuo essere con persone che attraverso la loro musica parlano per te.

 

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